lunedì 16 dicembre 2013

Eppur bisogna andar (I partigiani della Prov.FC e RM)





Partigiani e Patrioti

delle Provincie di Forlì-Cesena e Rimini.

1943-44


Fischia il vento e infuria la bufera,
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir.
A conquistare...
Ogni contrada è patria del ribelle,
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuor e il braccio nel colpir.
Nella notte...
Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta verrà dal partigian;
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile e traditor.
Ormai sicura...
Cessa il vento, calma è la bufera,
torna a casa il fiero partigian,
sventolando la rossa sua bandiera;
vittoriosi, al fin liberi siam!
Sventolando...
"EPPUR BISOGNA ANDAR"
Le donne e gli uomini che andarono
 e i tanti che non tornarono.

A cura di Palmiro Capacci


ANALISI DEI DATI E CONSIDERAZIONI

La fonte dei dati.

La base dei dati della presente analisi è costituita essenzialmente da due elenchi: testo in Formato Word dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Forlì-Cesena con l’elenco 488 partigiani caduti nel corso della guerra di Resistenza nella Provincia di Forlì, e dagli elenchi dei partigiani e patrioti delle formazioni della Resistenza delle province della nostra regione. Questi ultimi elenchi sono in file formato EXEL e sono stati trascritti nel 2006 a cura dell'Università di Bologna - Dipartimento discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche (Progetto diretto da Prof. Luca Casali)). Tutti gli elenchi menzionati sono stati reperiti sul Web.
Gli elenchi digitali sono la trascrizione di elenchi cartacei compilati nelle varie voci al termine della guerra, in occasione delle richieste di riconoscimento della qualifica di partigiano o patriota avanzata all'apposita commissione istituita dallo Stato italiano e conservate presso l’ANPI. Le domande furono inoltrate nel biennio 1946-47, (forse anche un po’oltre) La data di compilazione è importante perché alcune informazioni come: residenza, livello di istruzione e condizione lavorativa sono relativi al momento della compilazione e non al tempo precedente alla Resistenza, ovviamente ciò non vale per i deceduti.
Gli elenchi sono ben compilati specialmente per quanto riguarda i dati anagrafici delle persone con cognome e nome, generalità dei genitori, comune e data di nascita, e infine del periodo in cui sono stati operativi nelle formazioni della Resistenza. Questa parte deve essere stata necessariamente compilata con dati raccolti durante o subito al termine della guerra, altrimenti per quanto riguarda i numerosi partigiani forestieri sarebbe stata assai ardua una ricostruzione a posteriori, in quanto per diversi si saranno persi i contatti. Gli altri dati sono maggiormente incompleti.
Si fa presente che nella mia rielaborazione del file digitale si sono cassati tutti i dati incongrui o incompleti. Chi ha trascritto i dati in formato elettronico deve aver avuto difficoltà di lettura dei documenti cartacei, forse erano scoloriti o scritti manualmente, poi ci sono da mettere sul conto qualche errore di trascrizione (es. data di nascita 1946). Sul conto è da mettere anche la perdita (o la mancata compilazione di qualche scheda). Va rilevata la coerenza fra l’elenco generali dei resistenti e quello dei caduti, anche se questo ultimo è più ricco di particolari sull’attività svolta e specialmente sull’evento che determinò il decesso.
Nell’elenco generale dei partigiani c’erano nominativi inseriti due volte; i doppioni sono stati cassati per questo il numero scende da 6.693 a 6.639. Oltre a togliere i doppioni , la modificazione del file è stata di natura prettamente stilistica o finalizzata alla standardizzare i dati per renderli più adatti i calcoli e alla correzione di qualche errore evidente ad esempio nell’indicare la provincia del Comune di nascita (frequente fra i nati in Comune di Sant’Agata Feltria che indicano la prov. di Forlì e non di Pesaro), oppure come comune di nascita indicano una frazione del comune (es. Comune di Cusercoli in provincia di Forlì). Nel file standardizzato sono state omesse alcune informazioni come le generalità dei genitori, la località di nascita, i dettagli dove si è svolto il servizio militare e alcuni particolari sulla professione svolta e sulla scuola frequentata.
L’elenco dei caduti è stato invece trasformato dal formato WORD in Formato EXEL
Si è poi cercato quanti Forlivesi (nati o residenti) abbiano operato in formazioni d'altre province dell’Emilia Romagna. Sono risultati n. 491 nomi, che sono stati riportati in un'apposita tabella EXEL. Si è controllato che non fossero già inseriti nell’elenco della nostra provincia, e si sono trovati solo pochissimi casi che sono stati cassati. E’ probabile che chi compilò gli elenchi nel dopoguerra si sia confrontato almeno con coloro che lo facevano nella contigua Provincia di Ravenna per evitare doppioni, i pochi casi ancora presenti è possibile che siano casi particolari di persone che hanno operato in tempi diversi in due Province, come è il caso di Antonio Carini presente anche negli elenchi di Piacenza.
Nel presente studio manca ogni informazione sui forlivesi impegnati in formazioni partigiane d'altre regioni. Cosi come nelle formazioni della Provincia di Forlì troviamo molti marchigiani e toscani è facile immaginare che sia avvenuto anche il contrario.
Negli elenchi sono inseriti anche 5 nomi di partigiani che hanno fatto la Resistenza all’estero: n. 3 nell’ EPLJ (Jugoslavia), n. 1 nell’ELAS (Grecia) e uno nei FFI (Francia). Si tratta d'aggiunte occasionali e non metodiche, ad esempio nell’elenco non compare il nome di Ovidio Gardini, medaglia d’argento al V.M. e comandante del Battaglione Mameli della Divisione Garibaldi “Italia”, che operò nei Balcani a fianco della Resistenza Jugoslava. Nel libro Guerra e Liberazione di Adler Raffaelli “Guerra e Liberazione – Romagna 1943-45” sono riportati i nomi di una trentina di partigiani inquadrati nella Divisione con Ovidio Gardini.
In uno studio di Fabrizio Monti di Forlì in occasione del 60° della Resistenza riporta i seguenti dati sui forlivesi impegnati nella Resistenza all’ estero: Jugoslavia n. 91, Albania n. 31, Grecia n. 27, Francia n. 13, Cecoslovacchia n. 2 e Olanda n. 1. E’ facile immaginare che chi operò nei Balcani era un soldato dell’esercito di occupazione che dopo l’8 settembre si aggregò ai partigiani locali, mentre gli altri erano emigrati in quei paesi prima della guerra. Dagli elenchi mancano pure i nominativi del Gruppo Mazzini operante nel cesenate. Questo gruppo non ha lasciato elenchi sulla sua composizione, i pochi dati che si possiedono sono stati forniti Maurizio Balestra – Storico e studioso della Resistenza di Cesena e sono riportati nel prosieguo di questo scritto.
Gli elenchi non possono essere considerati esaustivi della partecipazione attiva alla Resistenza, ma riportano i nominativi degli appartenenti alle formazioni partigiane, mancano quindi quelli che operarono in altri ambiti, come nel ricostituito Regio Esercito Italiano, oppure agirono in modo individuale o non collegato con la Resistenza organizzata e che infine praticarono una Resistenza passiva o occasionale. Si fa anche notare che il sostegno alle formazioni partigiane era generalmente corale dell’intera famiglia, che fra i contadini spesso era ancora ampia e patriarcale, in questo caso negli elenchi viene riportato in genere uno solo dei membri della famiglia, spesso il capo famiglia. Porto come esempio la mia famiglia che vede mia madre catalogata come partigiana e il nonno come patriota, ma ciò che fecero fu il frutto di un'azione corale di una larga famiglia ancora patriarcale con l’apporto dei parenti più prossimi ed anche con la collaborazione di molti vicini di casa. Alcune pubblicazioni sulla Resistenza danno valori leggermente diversi sul numero delle adesioni ad es. nel libro di Marzocchi e Flamigni “ Resistenza in Romagna” il numero complessivo è di 6.795, considerando che nel conto mettono anche n. 206 appartenente al gruppo Mazzini, vi è una grande rispondenza con questi elenchi. Differenze vi sono invece circa i deceduti che Marzocchi e Flamigni assommano a n. 522, per una possibile spiegazione della dissonanza si rimanda quanto scritto più avanti sul Comune di Civitella di R. e sul reparto dei partigiani russi dell’ 8va Garibaldi.
Si ricorda che la richiesta di riconoscimento prevedeva criteri precisi per essere riconosciuti ad esempio il partigiano doveva aver partecipato diretta ad almeno tre azioni di guerra, questo è probabile abbia limitato il riconoscimento della qualifica alle donne che generalmente svolgevano opera di supporto logistico.
Nella valutazione si è preso come riferimento principale il comune di nascita, si è preferito questo punto di riferimento in quanto più definito del luogo di residenza, che generalmente si riferisce al post guerra, e quindi risente delle migrazioni causate dalla guerra e forse anche dell’inizio dello spopolamento delle campagne, che nel comprensorio riminese era già evidente nella seconda metà degli anni quaranta.
Quando nel presente scritto si parla di Forlivesi se non diversamente specificato si intendono i cittadini dell’ intera provincia come era nel 1944, con ancora il territorio dell’odierna Provincia di Rimini e senza i sette comuni del Montefeltro, accorpati di recente a Rimini e che a quei tempi erano ancora in provincia di Pesaro. E’ per questo che si utilizzano le vecchie sigle provinciali: FO e PS.

Partigiani e Patrioti




Per chi non è avvezzo alla terminologia della Resistenza è bene precisare la differenza fra partigiani e patrioti. Per partigiani s'intendono coloro che erano inseriti organicamente nelle formazioni combattenti, per un periodo variabile, alcuni ad iniziare dagli ultimi mesi del ’43, gli altri scaglionati nei mesi successivi. Il termine dell’attività generalmente è la data di morte o smobilitazione, ma in diversi casi anche in date precedenti allo scioglimento della formazione, per coloro che si erano allontanati senza farvi ritorno, spesso però questo comportamento veniva equiparato a diserzione e quindi non riconosciuta la qualifica di partigiano o patriota. Non necessariamente tutti i partigiani partecipavano a missioni armate ed erano armati, ma comunque partecipavano in modo organico e continuativo alle azioni di guerra, svolgendo funzioni di supporto operativo: staffette, trasporto e occultamento di materiali, cura dei feriti, servizio informazioni. Ciò non deve meravigliare in tutti gli eserciti per ogni soldato che compie un'azione armata, ve ne sono altri operano in supporto, ciò è ancora più necessario per una formazione guerrigliera.
Il patriota svolgeva essenzialmente un ruolo di supporto, d'assistenza logistica (armi, cibo, vestiario ecc) e d'informazioni. Nel caso del patriota il rapporto con le formazioni combattenti è meno organico e continuativo, ma comunque certo. Negli elenchi delle altre province compare anche la classificazione “benemerito” che esprime grosso modo la stessa condizione del patriota, forse con azioni più sporadiche e pertanto non aveva i requisiti per ottenere il riconoscimento ufficiale dallo stato italiano. Nella realtà la distinzione fra le categorie era assai più sfumata, personalmente mi sarei aspettato di trovare un rapporto molto più alto di patrioti rispetto ai partigiani.
Nella Provincia di Forlì sono stati catalogati 4.108 partigiani e 2.531 patrioti, per un totale di 5.948 uomini e 691 donne. Va precisato che ben 950 pari al 14,3% erano nati fuori Provincia, la gran parte proveniva dalle province limitrofe, troviamo n. 235 pesaresi, n. 70 aretini, n. 68 fiorentini e 165 ravennati, mentre relativamente pochi sono gli emiliani, n. 61 di cui 33 bolognesi e 13 ferraresi. Vi sono poi 67 italiani nati all’estero che per la quasi totalità vanno considerati forlivesi perché figli di emigrati dal nostro territorio. Va notato che fra questi 67 nominativi vi sono parecchi nomi di rilievo della Resistenza, perché molta di questa emigrazione fu dovuta a motivi politici, cioè antifascisti che dovettero riparare all’estero già negli anni venti.
L’asse territoriale della Resistenza era essenzialmente da sud a nord e non est – ovest. Ciò si spiega per la conformazione del nostro territorio. La resistenza armata si è svolta per gran parte sull’Appennino che è a ridosso con Marche e Toscana. Nel versante romagnolo il territorio è intercalato da valli che, grosso modo, sono parallele alla linea longitudinale e confluiscono nei “cittadoni” della Via Emilia. Le valli sono le vie di comunicazioni preferenziali, per una formazione clandestina era più facile spostarsi lungo i crinali che attraversarne i fondo valle e quindi spostarsi da valle a valle. Nel riminese e nel pesarese il territorio è un po’ diverso ma anche da quella parte era più facile dirigersi verso il crinale per trovare un territorio adatto alla guerriglia. Questo ragionamento vale anche per la parte di Toscana collocata a ridosso del crinale Appenninico. La Provincia di Ravenna è un caso particolare, come territorio rappresenta in parte il prolungamento della pianura, il confine è solo amministrativo e non naturale. Va poi precisato che nei primi tempi della Resistenza diversi partigiani ravennati furono inviati sull’Appennino perché si riteneva impossibile la guerriglia in pianura. C’è poi il caso del comprensorio faentino dove (oltre che nella valle del Montone) ha operato il Battaglione Corbari, ricordiamoci che anche che Tredozio e Modigliana sono di fatto un’enclave della nostra provincia in territorio faentino, infatti, in questo battaglione troviamo una forte presenza di cittadini nati in Provincia di Ravenna. La formazione romagnola che ha una maggior presenza di forestieri è tuttavia l’8va Garibaldi che operava appunto sull’Appennino, mentre la 29ma GAP e le SAP (Squadre d’Azione Patriottiche) erano più territoriali e operano in prevalenza nella pianura e nei centri urbani.
Nelle schede ANPI si registra pure la presenza di 47 stranieri, questo numero è stato stimato togliendo dai n. 105 partigiani e patrioti nati all’estero coloro che hanno un cognome italiano, e i nati nella Repubblica di San Marino (difficile considerarli stranieri). Va da sè che esclusi gli stranieri tutti gli altri nati all’estero sono italiani e per gran parte forlivesi figli d'emigranti rientrati in Italia.
Gli stranieri così individuati sono 47 tutti maschi e giovani, tranne una donna che risulta nata in Francia e forse di una che ha un nome spagnoleggiante, quindi la nazionalità spagnola sembra ppssibile, ma non è probaile. Per la maggior parte (n. 24) sono ex prigionieri di guerra Sovietici fuggiti, che erano in Italia perchè impiegati in lavori dall’esercito tedesco. Quasi tutti provengono delle regioni meridionali (Caucaso). Troviamo anche 5 polacchi, 4 Cecoslovacchi, 9 jugoslavi, un belga , una francese, 2 austriaci e un tedesco (forse polacco) che disertarono dalla Wehrmacht. Sorprende che negli elenchi fra i 47 stranieri vi siano un stre deceduti (un austriaco, un jugoslavo e un cecoslovacco), è questo un livello di mortalità molto basso a fronte di una mortalità superiore al 10% fra l’insieme della categoria partigiani. La bassa mortalità è dovuta certamente anche al loro addestramento militare, più elevato della media dei partigiani locali che in molti casi non avevano nemmeno fatto il militare, ma ho maturato la convinzione che la compilazione degli elenchi dei partigiani stranieri non sia completa in quanto essendo quasi tutti rientrati in Patria erano meno interessati dal riconoscimento ufficiale dello Stato italiano. Si allega una lettera del comandante del distaccamento slavo dell’ 8a Brigata S. Sorokin al comandante partigiano Rodolfo Collinelli, in cui riferisce di soldati sovietici che hanno operato come partigiani nella nostra zona, parla anche di due deceduti. I nomi che Sorokin nomina non sono nell’elenco dei partigiani, nemmeno lui è menzionato. Da una testimonianza di un partigiano in vita ho appreso di alcuni russi deceduti per lo scoppio di una granata durante il ripiegamento seguito al rastrellamento dell’aprile ’44. Probabilmente con la disfatta subita a seguito del rastrellamento molte informazioni andarono perse ed al termine della guerra gli stranieri non erano più qua per ricomporle o più semplicemente molte delle loro schede sono andate perse

La mortalità

Alta è la mortalità fra i partigiani, i caduti sono n. 488, pari all’11,8%, fra cui 15 donne. Bassa è invece fra i patrioti con un solo deceduto. Chi sacrificava la propria vita, aveva dato il massimo, perciò i patrioti deceduti erano classificati partigiani. Nel totale la mortalità arriva al 7,34% un rapporto molto alto anche per un esercito regolare impegnato in una guerra cruenta. Per altro i resistenti deceduti non comprendono tutte le vittime del nazifascismo, ad esempio il Comune di Civitella di R. ai 46 partigiani deceduti deve aggiungerne altri 21 caduti non compresi in questo elenco, ma il caso più evidente è rappresentato dalle vittime di Tavolicci vittime della repressione nazifascista, anche se non erano collegati ad alcun gruppo partigiano. Nel Libro di Marzocchi e Flamigli sono riportati invece 522 deceduti ed anche un numero leggermente più alto di partigiani
La percentuale è particolarmente alta fra i partigiani nati fuori provincia pari al 16%. E’ più elevata anche per quelli nati fuori regione il 12,4%. Questo dato significa che molti ravennati (n. 35) morirono nella Resistenza forlivese. D’altra parte molto alta è anche la percentuale della mortalità dei forlivesi deceduti nelle altre province dell’E.R. il 13,4% (51 uomini e due donne). Evidentemente chi operava fuori del proprio territorio (a parte il caso anomalo dei sovietici sopra menzionato) era più esposto, aveva meno rifugi e soprattutto era a tempo pieno in prima linea.
La media età dei caduti forlivesi è 28,2 anni, è un po’ più alta della media età dei partigiani che è 26,8 anni. Non si può dire che si mandassero i giovani allo sbaraglio come talvolta capita negli eserciti. I livelli di mortalità nella nostra provincia sono particolarmente elevati con un rapporto “deceduti su partigiani” generalmente più alto rispetto alle altre province della Regione E.R. nonostante che l’occupazione tedesca sia durata 5 mesi in meno. Va precisato che ad eccezione di Ferrara nelle altre Province il numero dei resistenti fu più alto, la Resistenza, vi durò fino alla fine dell’aprile 1945. Questo dato ci dice che la repressione nel nostro territorio fu di particolare asprezza.
Di molti dei caduti è riportata la condizione famigliare: 205 celibi, 10 nubili, un vedovo, 31 coniugati senza figli e 144 coniugati con prole. Gli orfani dei partigiani caduti ammontano a 380. Dove manca la risposta in genere, vista la giovane età, è da ritenersi che fossero per la gran parte celibi.
La prima vittima fu Antonio Fabbri: un contadino di Tredozio denunciato ai tedeschi dal maresciallo della locale Caserma e fucilato alle casermette di Forlì.

L’età dei componenti

I dati di nascita sono quasi completi, mancano di n. 153 persone, in realtà in numero è ancora minore in quanto si sono cassate le date non trascritte al completo per quanto riguarda l’anno oppure ricopiante in modo incongruo. I dati che mancano spesso sono relativi ai forestieri.
La media età, calcolata secondo il millesimo, ovvero secondo la formula “1943, meno anno nascita,”, risulta 27,7 anni. E' più bassa per i partigiani: età media 26,8 e più alta per i patrioti 29,2. Coloro che all' 8 settembre 1943 era ancora minorenni (21 anni) erano il 33,0%, anche qui la percentuale (35,7%) e più alta fra gli appartenenti alla categoria partigiani. E’ questo un dato molto significativo perché si tratta di ragazzi che avevano vissuto tutta la loro esistenza sotto il regime fascista; avevano ricevuto un forte indottrinamento fascista nella scuola e nella società, eppure l’esperienza della guerra sembrava aver spazzato via di colpo tutto ciò. Interessante sarebbe anche confrontare la media età dei resistenti con quella degli appartenenti alle formazioni militari fasciste reclutate su base volontaria, come le Brigate Nere, della nostra provincia. L’impressione, tutta da verificare, è che fosse più alta quella dei repubblichini.
Molto pochi sono i resistenti che avevano compiuto i 60 anni all' 8 settembre 1943, appena 71 pari all’ 1,1% di cui 32 partigiani. Il partigiano più anziano era nato nel 1863; mentre 16 erano nati all’ inizio degli anni trenta, quindi nel periodo della Resistenza erano solo degli adolescenti. Nel valutare questi dati teniamo in considerazione il fatto che allora l’efficienza fisica degli anziani erano assai più ridotta rispetto all’epoca attuale, e che i giovani “diventavano grandi” precocemente.
Non vi sono sostanziali differenze nella media età fra partigiani locali e forestieri ed anche per quei forlivesi che anno operato in altre province della Regione.
Se esaminiamo gli anni di nascita dei resistenti, notiamo una massima concentrazione fra il 1920 e il 1926. L’anno di nascita che ha la massima concentrazione, con 576 adesioni è il 1925.
Molti partigiani hanno quindi un’età che va dai 18 ai 25 anni: l’età della massima efficienza fisica. Sono ragazzi, quindi più propensi all’avventura, allo slancio ideale. Era (allora) un’età in cui gli obblighi famigliari si erano allentati e si era più liberi, più pronti a prendersi le proprie responsabilità: non si era più bambini dipendenti dai genitori, ma quasi sempre non si avevano ancora la responsabilità di una famiglia propria. E’ questa l’età migliore per gettare il cuore oltre l’ostacolo e per vivere esperienze che vadano oltre alla quotidianità.
Sui giovani dell’epoca tuttavia si mette spesso l’attenzione su un’altra motivazione che indusse in tanti a raggiungere le formazioni partigiani: il richiamo alle armi da parte della Repubblica Sociale Italiana, la quale oltre alle milizie nere costituite su base volontaria, aveva un esercito di leva.
Una gran parte dei richiamati piuttosto che andare a servire lo Stato fascista preferì darsi alla macchia e in tanti raggiunsero le formazioni partigiane, le famiglie che fino allora li avevano trattenuti a casa dovettero prendere atto che ciò non era più possibile.
Nella pubblicistica fascista (e in una certa misura anche da parte di intellettuali cosiddetti moderati) questo fatto viene interpretato come un atto di diserzione e di viltà. Quindi i partigiani sarebbero stati dei codardi che si nascondevano ai loro doveri morali e legali. A questi giovani talvolta contrappongono “l’eroismo” (magari mal riposto) dei “ragazzi di Salò”. E’ uno schema che va rifiutato, la realtà è diversa, più articolata e contraddittoria. Il giovane che scelse di sottrarsi alla leva militare e raggiungere le formazioni partigiane fece una scelta niente affatto scontata.
Dovette innanzi tutto sconfiggere la forza d’inerzia del conformismo istituzionale. C’era lo Stato che ti chiamava a fare il soldato, come da “sempre” faceva. Non ne avevi voglia, ma questa era la normalità: il cittadino è tendenzialmente portato ad eseguire i dettati dell’ autorità, spesso senza porsi tante domande, per forza d’inerzia, per evitare i tanti problemi e le punizioni che il rifiuto comporta e nel caso in specie erano rappresentati dalla pena di morte tramite fucilazione o impiccagione e nel migliore dei casi la deportazione in Germania.  Se poi la paura non era per la propria persona, era per la famiglia sempre esposta a rappresaglie.
D’altra parte se si voleva evitare il richiamo alle armi in quei tempi vi erano altre possibilità oltre che a quella di aggregarsi alle formazioni partigiane. Si poteva starsene in disparte, nascondersi: non si eliminavano tutti i rischi di rappresaglia, ma si limitavano non esponendosi agli elevati rischi e disagi della lotta. In molti l’hanno fatto, magari poi nel dopoguerra hanno rivendicato meriti impropri.
Un’altra strada assai più sicura era quella di farsi assumere dall'Organizzazione TODT: eri esentato dalla leva, mantenevi lo status di civile, ricevevi una paga e lavoravi alle dipendenze dell’ esercito germanico nella realizzazione delle opere militari . Se poi ti veniva un po’ di coraggio potevi fare azione di sabotaggio, come in effetti in diversi fecero. I fascisti li consideravano imboscati e li avrebbero richiamati alle armi, ma i tedeschi, che comandavano, non li mollavano, gli erano più utili come lavoratori data la scarsa fiducia che riponevano nelle forze armate della RSI. Se poi te lo potevi permettere e conoscevi la strada giusta potevi anche riuscire a procurarti falsi certificati di assunzione alla TODT o in fabbriche ritenute essenziali alla produzione bellica e quindi evitare il servizio militare.
Quando oggi si parla dell'adesione alla Resistenza o alla Repubblica Sociale Italiana si dimentica spesso una differenza fondamentale: chi entrava nelle bande nere aveva cibo assicurato e migliore, un ricovero certo, vestiario adeguato, i privilegi del potere e s’illudeva ancora di poter vincere la guerra, almeno nei primi tempi, quando ancora tutta l’Europa, a parte il sud Italia, era in mano tedesca. Chi raggiungeva le formazioni partigiane non sapeva se, e quando, avrebbe mangiato, dove avrebbe dormito, se in mezzo ad un bosco o in una stalla, quando avrebbe potuto lavarsi e cambiare i vestiti e come far fronte a tutte le altre grandi e piccole necessità della vita quotidiana e di tanto in tanto vedeva i suoi compagni appesi agli alberi ed ai lampioni.

I periodi dell’adesione alle formazioni.

Adesione alle formazioni armate della Resistenza è stato scaglionato nel tempo.


Settembre-ottobre 1943- n. 1272 adesioni.
Solo coloro che si mossi subito, che avevano già maturato una convinzione tale da prendere posizione sin dall’inizio e comincia ad organizzarsi per la Resistenza. In genere sono quelli che “non si sono mai arresi” al fascismo e che hanno riannodato i contatti coi partiti antifascisti già dal 25 luglio, per questo la media età di chi ha aderito già nei mesi del 1943 è più alta. Oppure sono soldati sbandati e prigionieri di guerra fuggiti, che vogliono continuare la lotta contro i tedeschi. Qualcuno già si arma e comincia ad organizzare le prime squadre armate.
Novembre- Dicembre 1943. n. 640 adesioni
Siamo ancora nella fase iniziale, però qualcuno ha già tracciato la strada della lotta armata, anche se, le perplessità circa l’opportunità e sulla possibilità della lotta armata sono ancora tante. Chi si era illuso che la guerra finisse presto deve prendere atto che continuerà chissà ancora per quanto, nel frattempo è tornato Mussolini a capo della Repubblica Sociale Italiana. E’ iniziato l’inverno. stagione quanto mai difficile per le formazioni partigiane.
Gennaio – Aprile 1944 n 2763 adesioni.
I ribelli che in questo periodo cominciano a chiamarsi partigiani sono una realtà , l’inverno non li ha distrutti. La crescita è impetuosa e riguarda principalmente 8va Garibaldi che raggiunge il suo massimo storico di presenze. Aumenta l’adesione dei contadini della collina che hanno preso contatto e conosciuto i partigiani, arrivano anche molti ragazzi che non hanno risposto alla chiamata del servizio di leva.
La crescita è elevata ma c’è carenza di armi, di esperienza e di quadri preparati. Il grande rastrellamento di fine aprile segna una grave sconfitta militare per 8va Garibaldi, che ripiega verso il crinale, si disgrega, 99 partigiani rimangono sul campo morti in combattimento o fucilati subito dopo la cattura.
Maggio -Agosto 1944 n. 1803 adesioni.
Cambia la strategia della Resistenza, si ricostituisce l’Ottava Brigata, si fa più attenzione e selezione dei nuovi arrivi, ci si organizza con una struttura più snella ed articolata, si evitano grosse concentrazioni di partigiani, ci si spande nel territorio. Cresce intanto la Resistenza nelle città e nelle pianure. Da Ravenna è finito il flusso degli arrivi perché contro le previsioni sono riusciti ad organizzare la guerra partigiana in pianura. I rastrellamenti si susseguono specialmente nell’ estate del ’44, i caduti aumentano fortemente, ma la struttura della Resistenza in montagna regge. Il colpo più duro questa volta lo riceve il battaglione Corbari nel mese di agosto. Dopo la Liberazione di Roma e lo sbarco in Normandia la convinzione che la guerra per l’Asse sia ormai persa diventa opinione diffusa, anche se il mito delle armi segrete tedesche che ribalteranno le sorti della guerra è molto forte e diffuso.
Settembre - Novembre 1944 n. 131 adesioni.
La linea gotica è sfondata. l’8va Armata Britannica il 3 settembre varca i confini della Romagna, libera Montefiore Conca ma è fermata per tre settimane dei dintorni di Gemmano finché il 21 settembre entra in Rimini. Si pensa che sia questione di pochi giorni e gli alleati dilagheranno in tutta la pianura Padana. I partigiani preparano la calata nei paesi e nelle città, i rischi aumentano ma dureranno ancora poco. Invece l’avanzata è lenta a Forlì arriveranno il 9 novembre ed a Ravenna il 4 dicembre 1944, poi il fronte si fermerà sul Senio ed a nord di Ravenna fino all’aprile 1945
C’è da aspettarsi l’ingrossamento delle file della Resistenza, eppure in questi due-tre mesi vi sono poche adesioni. Le adesioni dell’ultima ora certamente saranno state anche tante, ma i riconoscimenti sono limitati, riservati solo a coloro che hanno dato un apporto reale in questa difficile e cruenta fase.
Non tutti rimasero partigiani fino alla Liberazione, a parte ovviamente i caduti, qualcuno abbandonò prima. Non si parla di coloro che furono cacciati, o accusati di diserzione o di tradimento, perché questi nemmeno compaiano negli elenchi, infatti il nome Riccardo Fedel (Il comandante della 8va Garibaldi fino all’ aprile ’44, poi fucilato dagli stessi partigiani, non compare). Coloro che hanno terminato il servizio nella Resistenza entro l’agosto del ‘ 44 (dopo la Provincia comincia ad essere liberata un po’ alla volta e i partigiani smobilitati) sono 641, di cui 281 per decesso.
Si fa notare che ben 204 partigiani morirono nei mesi di ottobre e novembre. La Liberazione vide impegnate notevolmente le formazioni partigiane e causò loro oltre il 40% delle perdite complessive. Ciò si scontra con una certa pubblicistica che vuole in territorio liberato solo dagli alleati con partigiani che arrivavano a cose fatte per prendersi dei meriti.
La Resistenza armata in Romagna ha avuto tempi diversi da quella dell’Emilia, innanzitutto è terminata cinque mesi prima, ma ha avuto una forte adesione sin da subito, mentre in Emilia ha avuto il grosso dello sviluppo nella tarda primavera ed estate del ’44. Vi è poi il caso particolare di Ravenna in cui i partigiani non furono disarmati ma costituirono una Brigata “Mario Gordini” che continuò la guerra con l’esercito regolare italiano. In Emilia il dibattito sulla possibilità di condurre la Resistenza armata nel loro Appennino attraversato da grandi strade di scorrimento nord-sud fu lungo e sofferto. Va però aggiunto che una volta iniziata la guerra partigiana raggiunse grande intensità e forti adesioni e si protrasse fino alla fine dell’ aprile del ’45.


Il livello di scolarizzazione. (Tab. 2)



Il livello di scolarizzazione è il dato che segna il maggior numero di risposte mancanti, ben il 26,8 %. E’ probabile che la mancata risposta in molti casi sia da intendere come la mancata frequentazione d'ogni scuola, infatti, solo in 17 si dichiarano analfabeti; è una cifra troppo bassa che non trova riscontro con le testimonianze e con livelli d'istruzione popolare dell’epoca. All’inizio del ventesimo secolo la scolarizzazione elementare nelle nostre zone era un dato assai consolidato anche fra i contadini, magari mandavano i figli alla scuola elementare solo per uno o due anni, giusto il tempo necessario ad imparare a leggere e scrivere e fare un po’ di conti, tuttavia fra le generazioni più anziane specialmente per le donne, l’analfabetismo era ancora molto diffuso.
Nel leggere i dati si avverte che fra i partecipanti alla Resistenza l’istruzione era tenuta in alta considerazione, ad esempio gli studenti tendono a dichiarare come già acquisito il diploma o la laurea per cui stanno ancora studiando, oppure quando fanno un lavoro che richiede una istruzione appena superiore all’avviamento professionale aggiungono sempre la qualifica di “intellettuale”. Naturale quindi che vi fosse un certo ritegno a dichiararsi esplicitamente analfabeti e che la mancata compilazione vada interpretata come “nessuna scuola frequentata”.
Nell’ insieme il 56,9% ha frequentato le elementari, non sempre per tutto il periodo dell'obbligo che era fino alla terza elementare). In molti casi la frequentazione è però proseguita fino alla quinta elementare. Il 3,8% ha frequentato corsi d'avviamento professionale, il 4,1% ha conseguito o sta conseguendo un diploma e 1,4% una laurea (i 15 sacerdoti sono inseriti in questa categoria, anche se per la verità solo qualcuno dichiara di avere la laurea in teologia). Vi è poi un 2,4% in cui non è chiaro che tipo di studio abbia conseguito, nel senso che dovrebbe trattarsi di un corso professionale, ma non vi è sicurezza al riguardo perché potrebbe anche trattarsi di una scuola media superiore. Per la restante parte, come si è già detto, non c’è risposta. E’ possibile che parte di questi attestati professionali, diplomi e lauree siano stati conseguiti al termine della guerra (in diversi non avrebbero avuto l’età per conseguirlo prima). I livelli di scolarizzazione sono generalmente più alti per i partigiani rispetto ai patrioti e per i maschi rispetto alle femmine.


Si può affermare che il resistente per la gran maggioranza sa leggere e scrivere ma non ha un elevato livello di scolarizzazione, che comunque sembra leggermente superiore alla media che aveva l’Italia dell’Italia del Nord Est nel 51 (non ho trovato altri dati di confronto). Vi è tuttavia carenza di aderenti che abbiano fatto scuole medie superiori o frequentato l’università, una carenza che si riscontra anche nei partiti popolari che animarono la lotta di Liberazione. Di questa debolezza si aveva piena consapevolezza per cui nel dopoguerra queste organizzazioni fecero un grosso sforzo di acculturamento verso i propri militanti e più in generale verso i ceti popolari. Credo che alla Resistenza vada dato anche il merito di aver contribuito ad educare le classi popolari ad apprezzare la lettura, lo studio e l’istruzione.

Composizione sociale.



Anche in questo caso la mancanza di dati è abbastanza elevata circa il 20%, per gran parte la mancanza è dovuta alla categoria “patrioti” e a quella dei forestieri (molti erano tornati a casa e durante la Resistenza si era prestato attenzione ai dati anagrafici (anche per ovvi motivi di sicurezza), ma non gli si era chiesto che mestiere facevano o che scuola avevano frequentato.
Un terzo circa del totale lavora la terra (molte classificate casalinghe sono in realtà da considerarsi contadine). Questo terzo è composto prevalentemente da mezzadri (20,2%) e da braccianti (6,3%), appena in 24 sono stati classificati coltivatori diretti (0,36%), tuttavia si ritiene che nella generica categoria “contadini”che ammonta al 2,4% in prevalenza debbano considerarsi coltivatori diretti. Si può quindi stimare che poco più di un 2% fossero proprietari del fondo che coltivavano, è una percentuale molto bassa per quanto la piccola proprietà contadina fosse allora ancora minoritaria.
Nella composizione sociale agli agricoltori seguono gli operai oltre il 20%. Per la gran parte l’operaio ama precisare la sua specializzazione: meccanico, saldatore, elettricista, tipografo ecc. dando l’impressione di essere molto orgoglioso della propria professionalità. Gli artigiani sono il 6,9%, in genere di tratta di lavoratori manuali che lavorano in proprio, senza dipendenti o al massimo con un ragazzo a bottega: imbianchini, fabbri, sarti, calzolai, barbieri, pescatori, gli ultimi, ma ancora numerosi, barocciai e i moderni e già numerosi camionisti, …). Il 5,6 % sono classificati impiegati; in questo caso la gamma di variabilità è elevata si va dal bidello, al segretario comunale. Gli impiegati che hanno un ruolo dirigenziale, si compiacciono di dichiararlo ma nel complesso sono solo poche unità, ma c’è anche un caso di un geometra capocantiere che orgogliosamente si classifica operaio.
I commercianti sono il 2,6%, per la maggior parte hanno un negozio, ma già molti sono quelli che si definiscono “rappresentanti di commercio”. La voce “militari” comprende 136 elementi, circa l’1,7%. Si tenga presente che solo una piccola parte appartiene all’esercito o ai carabinieri per la gran parte sono vigili urbani (che sono stati inseriti in questa categoria) o poliziotti.  Dopo la guerra alcuni partigiani entrarono nella polizia con la classifica di ausiliari di P.S. o furono assunti come guardie comunali. Questa dato ci dice che gli elenchi furono compilati dopo la guerra, ma non troppo oltre perché poi i governi centristi cacciarono via gli ex partigiani dalla polizia.
Chi fa un lavoro manifestamente “intellettuale”: laureati, sacerdoti, insegnati, maestri, raggiunge una percentuale del 2,2%.(Lama e un altro sindacalista sono stati inseriti in questa categoria). Adamo Zanelli Segretario della Federazione provinciale del PCI, fuoriuscito, già funzionario di partito (rivoluzionario di professione come orgogliosamente si definivano allora) invece continua a definirsi semplicemente “meccanico”, anche il Comandante dell' 8va  Ilario Tabarri di anni 27 si definisce “operaio – meccanico”.
Sommando i diplomati, i laureati, gli studenti agli impiegati di concetto potremo stimare un 5% del totale. Infine in 15 si compiacciono di definirsi possidenti.
Pur non cambiando il segno generale fra i Forlivesi che operarono nelle altre province dell’E.R. si nota un forte aumento degli addetti in agricoltura essenzialmente nel ravennate: in sostanza “il grosso” era composto da agricoltori della “bassa” forlivese che hanno aderito alla Resistenza ravennate, magari erano mezzadri e braccianti migrati in quella provincia nell’anteguerra.
Nelle province dell’Emilia la composizione sociale dei resistenti, pur mantenendo in generale le stesse caratteristiche, mostra una maggiore presenza di artigiani, commercianti e impiegati, questo è particolarmente evidente nella provincia di Piacenza. Una più ampia presenza dei ceti sociali che potremo definire di piccola e media borghesia, assieme ad un più corposa presenza operaia, questo tratto è ancora più evidente in Piemonte e Lombardia. Questa specificità della nostra provincia mi sembra interessante, dipende certamente dalla diversa composizione sociale. Da noi la piccola e media borghesia era certamente meno numerosa, di più recente formazione in parte nata e cresciuta sotto il regime fascista e quindi meno protagonista. E’ questa una ipotesi da verificare perché si scontra con una grande tradizione risorgimentale romagnola in cui un ruolo fondamentale ebbe la piccola borghesia locale. La motivazione di una minor partecipazione dei ceti sociali borghesi nella nostra regione e provincia è certamente da mettere in relazione anche a fattori politici; al fatto che in Romagna i partiti antifascisti moderati si siano poco impegnati nella Resistenza attiva. Nella nostra regione poche furono le formazioni partigiane che non fossero organizzate e dal P.C.I. che aveva la sua fra gli operai urbani e agricoli, fra i mezzadri e i piccoli artigiani. Se gli altri partiti antifascisti avessero promosso delle loro formazioni partigiane probabilmente vi sarebbe stata una maggiore adesione anche dei ceti medi. Ciò spiega perché nel piacentino e nelle regioni del nord dove vi era un più ampia presenza di formazioni autonome o organizzate da altri partiti, la partecipazione alla Resistenza ha coinvolto ceti sociali più variegati. Nella nostra provincia l’unica formazione partigiana operativa che non fosse organizzata dai comunisti era il Battaglione Corbari. Affermato ciò bisogna tuttavia chiedersi perché a parte i comunisti gli partiti mostrarono tanta debolezza, quindi l’analisi torna al punto di partenza, o per meglio dire è assai più complessa.
Certamente ha significato molto la limitata partecipazione del PRI alla Resistenza, potenzialmente questo partito poteva avere un ruolo centrale, era erede di una grande tradizione risorgimentale “azionista”, cospirativa e “garibaldina”, poco più di venti anni prima aveva ancora una potente organizzazione e persino una struttura paramilitare: le camicie rosse. Il radicamento popolare nel 1944 era ancora forte, come mostreranno le elezioni del dopoguerra, ma pesavano fortemente il recente rapporto contraddittorio e travagliato col movimento socialista nel primo dopoguerra e con il nascente Partito fascista. Per cui la partecipazione dei repubblicani, che certamente non mancò, ebbe spesso carattere personale o di piccoli gruppi.
Con una composizione sociale fortemente popolare è del tutto evidente che per la stragrande maggioranza dei partecipanti la lotta di Resistenza era, oltre che una lotta per la libertà dallo straniero e dal regime fascista, una lotta per la libertà dal bisogno e per la giustizia sociale. In sostanza in cuor loro era anche lotta di classe contro gli odiati padroni di sempre, magari questo aspetto era, momentaneamente sospeso e posticipato alla fine della guerra, ma comunque era sempre presente e fondamentale. Bisogna considerare questo aspetto anche per capire la delusione e certe reazioni del dopoguerra quando chi aveva combattuto, rischiato la pelle e perso i suoi compagni, vedeva riproporsi la situazione di sempre: i padroni restavano padroni, e tornavano a comandare chi si era nascosto, per vedere chi vinceva o semplicemente per non correre rischi, se non  addirittura chi aveva parteggiato per i fascisti.

L’appartenenza alle Formazioni

Le formazioni della Provincia di Forlì, sono l’8a Brigata Garibaldi “Romagna”, Operante sull’Appennino, la 29a GAP (Gruppo d’azione Patriottica) operante più nella “bassa” cesenate, il Battaglione Corbari operante in prevalenza nelle valli del Marzeno e del Montone e le SAP (Squadre d’Azione Patriottica) operanti in prevalenza in città e pianura. Bisogna infine aggiungere il Gruppo Mazzini, i cui membri non sono stati inseriti in questo archivio dati, per cui si tratterà a parte.
Le SAP a differenza della altre formazioni, che avevano una struttura articolata ma unica con un comando centrale, erano composte da piccoli gruppi separati fra loro e singolarmente facevano capo alla direzione della Resistenza che molto spesso era direttamente il partito di riferimento.  Molte squadre si costituirono fra gli operai nelle fabbriche, tanto che in altre province si distingue fra SAP e SAO (Squadre d’Azione Operaia). Nelle tabelle si trova anche la voce “Altro” che comprende coloro che hanno operato per formazioni di altre province o anche all’estero, ma che sono inseriti negli elenchi della nostra Provincia. Chi ha operato in altre Province  e apparteneva a formazioni operanti in quel territorio non è considerato in questo conteggio.
L’8va Brigata Garibaldi è la più corposa. Comprende 1.935 partigiani e 1.006 patrioti. La 29ma GAP n. 1.128 partigiani e 364 patrioti. Il Battaglione Corbari n. 174 partigiani e n. 46 patrioti. Le SAP n. 64 partigiani e n. 1.091 patrioti, qui il rapporto fra partigiani e patrioti si inverte nettamente in quanto le SAP avevano maggiormente una funzione di appoggio e sussistenza al Resistenza e meno una funzione operativa diretta. 
 
I dati di cui sopra sono complessivi dell’ intero periodo della Resistenza, non tutti i resistenti furono attivi contemporaneamente, infatti, di ognuno è riportato il periodo d'attività con la data d'inizio (molto scaglionata) e quella di fine. Va poi considerato che dopo i rastrellamenti, ed in particolare quello della primavera ’44, una parte si sbandò e ritornò al reparto dopo qualche tempo o non vi ritornò più, poi ci sono i deceduti, per cui mai le formazioni hanno avuto la consistenza operativa con tutti gli elementi elencati ad esempio l’8va Garibaldi ha raggiunto un massimo assoluto di un migliaio di elementi poco prima del rastrellamento di primavera poi non raggiunse più quel livello, sia perché si dovette ricostruirla, ma anche perché si optò di non prendere più su tutti coloro che facevano richiesta, ma di operare una selezione, evitando anche di costituire gruppi troppo numerosi perché troppo vulnerabili.
Negli elenchi si riporta che in 2.224 hanno fatto il servizio militare aggiungendo dove e con che ruolo. Questo dato era utile durante la guerra per l’organizzazione delle brigate in quanto chi aveva fatto il servizio militare sapeva sparare e meglio muoversi in azione. In alcuni casi il dato non è chiaro e sembra sia stato aggiunto a posteriori e che qualcuno abbia risposto affermativamente riferendosi al solo periodo svolto nella Resistenza e che in effetti è considerato servizio militare a tutti gli effetti.(i giovani partigiani che non avevano fatto il servizio militare furono poi richiamati nell’ Esercito Italiano per completare tutto il periodo di leva trovandosi talvolta negli stessi reparti coi giovani repubblichini richiamati alle armi).
Se la direzione politica generale della Resistenza era pluralista e faceva capo al CLN composto da una rappresentanza dei partiti antifascisti, va precisato che le formazioni combattenti nella nostra provincia furono organizzate e guidate essenzialmente dal Partito Comunista, ciò vale per l’8va Garibaldi, per la 29ma GAP e per tutte o quasi le SAP. Fanno eccezione il Battaglione Corbari che era una formazione autonoma e i cui membri avevano orientamento politico vario e il gruppo Mazzini che era ispirato dal PRI. Se la guida delle formazione era essenzialmente comunista, ma non esclusivamente (non tutti i comandanti lo erano), l'orientamento degli appartenenti era assai più multiforme. La gran parte aderiva ad una formazione partigiana essenzialmente perché era antifascista senza una convinzione politica ancora ben definita si aggregava semplicemente alla formazione che operava in quel territorio. Se è indubbio che la grande parte dei partigiani ha poi aderito ai partiti di sinistra o votato per essi , un’altra parte era di diverso orientamento come ad esempio i 15 sacerdoti partigiani che fondamentalmente scelsero di stare in comunione con la popolazione delle loro parrocchie, difendendola dalla angherie nazifasciste e in quattro pagarono questo atto di solidarietà con la vita.
A parte una piccola minoranza politicamente formata ed antifascista di vecchia data che svolse una funzione essenziale di coagulo e guida politica e militare, la maggioranza dei partigiani erano giovani che di politica non avevano conosciuto altro che quella del regime fascista e che al momento dell’adesione alla Resistenza avevano maturato un forte sentimento antifascista e contro le ingiustizie sociali, ma avevano solo generiche conoscenze sul resto. Vi erano poi il socialista, il cattolico e il repubblicano che aderivano ad una formazione che sapevano d'ispirazione comunista perché volevano lottare e non trovavano sul territorio una organizzazione della propria parte. Il PCI capì questa situazione e cercò di contenere gli eccessi di zelo e ostentazione comunista di qualche suo militante, magari di recente adesione e quindi propenso all’esagerazione tipica dei neofiti.
Credo che le motivazioni e le occasioni che portarono ad aderire alla Resistenza siano complesse e articolate e che richiedono studi particolari (già presenti) che non rientrano in questa trattazione dei dati.
 
Il gruppo Mazzini.

Componenti: Montanari Francesco – comandante dell’unità – laureando in ingegneria; Abbondanza Osvaldo - laureando in ingegneria; Antonelli Nevio - laureando in ingegneria; Baldiserra Cosimo – contadino; Baracchini Sauro – operaio; Biasini Oddo -  dott. in lettere; Biguzzi Arturo – operaio; Calisesi Natalina – sarta; Casalboni Mario – operaio; Fellini Ubaldo - negoziante; Giunchi Lucio-  operaio; Gualtieri Libero-  studente universitario; Gualtieri Libero – studente universitario; Guidazzi Domenico – negoziante; Manzelli Graziano – studente; Manzelli Guido – autista; Montanari Corrado – studente universitario; Maraldi Remo – sellaio; Martini Giorgio – operaio; Molinari Costante – operaio; Piraccini Arrigo – studente; Pironi terzo – studente; Poletti Chino – impiegato; Schiaroli Ardilio – operaio; Severi Oreste – meccanico; Tesei Sergio – studente universitario; Zamagna Bruno - sarto; Zamagna Sauro - operaio.
 Il documento in calce recita: “ Altri 80 uomini, inquadrati nel GAP hanno operato attivamente contribuendo ai risultati ottenuti”. Non è chiaro se siano inquadrati nella 29ma GAP, ma mi sembra improbabile. Perché inquadrarne una parte sola dei componenti tralasciando i componenti più attivi? Credo che in questo caso il termine GAP assuma la valenza di nome generico. Non ho informazioni di deceduti del gruppo.(Documento fornito da Balestra Maurizio)


Distribuzione territoriale nella Provincia. P

Se la convinzione ideale era la premessa per l’adesione, la collocazione territoriale era l’occasione primaria per aderire alla Resistenza. C’era una parte minoritaria molto motivata e magari antifascista di vecchia data disposta a trasferirsi in altre zone anche lontane, magari dove il Partito o il CLN gli indicava, ma non era così per una grossa parte. Se si va a vedere nei dati l’adesione maggiore proviene dalle zone dove le formazioni Partigiane si erano radicate sul territorio, dove avvennero gli scontri più duri e cruenti ed anche dove tale presenza è stata più duratura nel tempo. Faccio esempio esplicativo che conosco bene. Mia madre e mio nonno sono stati classificati partigiana e patriota, ciò è avvenuto certamente per una loro scelta, ma è potuto avvenire perché abitavano in una zona dove si erano istallati i partigiani, nel punto centrale fra Civitella e Sarsina. Divennero partigiani perché lì c’erano e li incontrarono, se così non fosse stato la loro sarebbe stata al massimo solo un’adesione ideale. Il giovane poteva anche lasciare tutto e andare alla guerra partigiana, non chi aveva una famiglia da accudire; fu la guerra ad andare da molti che aderirono poi alle formazioni partigiane. Certo non bastava l’opportunità, occorreva anche la volontà di farlo, di rischiare di essere partigiani, perché anche in quei luoghi potevi scegliere di avere un profilo basso, starsene in disparte o fare l’amico di tutti
Un altro elemento per capire la distribuzione delle adesioni alla Resistenza è di ordine storico-sociale. In certi Comuni era più radicata la partecipazione popolare, la tradizione antifascista, faccio l’esempio dei Comuni del Bidente che conosco meglio. Qui la tradizione rivoluzionaria ha salde tradizioni che risalgono al primo Risorgimento, in questa vallata allo stato latente l’antifascismo era rimasto sempre vivo. In queste zone lo scontro con i fascisti fu intenso anche nel momento della sua ascesa, talvolta vi erano ancora conti di venti anni prima da regolare. Nella adesione alla Resistenza abbiamo visto che ha grande importanza l’appartenenza sociale. La maggioranza dei partigiani erano operai industriali o agricoli, oppure mezzadri, quindi è immaginabile una forte partecipazione dalle città dove c’erano le industrie e nei territori dove la mezzadria era molto estesa, mentre dove era più presente la piccola proprietà o la piccola e media borghesia l’adesione era più difficile. Un caso esemplare è Cusercoli, frazione di Civitella. È questo un grosso borgo con una forte concentrazione di braccianti. Per chi non lo sa posto all’altezza di Predappio ma dall’altra parte della collina. Dalla fine ottocento Cusercoli aveva una forte presenza di socialisti massimalisti e anarchici. Mussolini andò diverse volte a Cusercoli quando era un dirigente socialista che abitava ancora a Predappio e pertanto non aveva che da attraversare il monte per recarvisi. Quando divenne il Duce non vi mise più piede. In Romagna ogni paese ha la sua ex casa del fascio, ma Cusercoli no, mai in quel paese si riuscì a costituire una sezione locale del fascio. Con queste premesse è facile immaginarsi che l’adesione di Cusercoli alla Resistenza fu corale, tanto da costituire un intero distaccamento dell’8a Garibaldi.
Questa lunga premessa per introdurre la Tab. 4 che espone partecipazione suddivisa per comune.
Si ricorda che come base di valutazione si è preso il Comune di nascita, va precisato che molti Comuni ebbero nel 1923 modifiche del loro territorio quindi qualcuno può risultare nato in un altro comune anche se mai in venti anni cambiò casa.
I dati delle adesioni sono rapportati alla popolazione residente, contata dal censimento del 1936, il censimento successivo è del 1951 che è stato giudicato meno significativo, perché specialmente nel riminese era già iniziato lo spopolamento delle campagne.
I comprensori di Cesena e Forlì risultano abbastanza simili. La percentuale dei resistenti rispetto alla popolazione è un po’ più alta nel comprensorio forlivese (1,68% contro 1,47%) ma siamo nello stesso ordine di grandezza. Il Comune di Cesena mostra il numero più alto di caduti (85) quasi il doppio del Comune di Forlì (44) ed il quadruplo di Rimini (22). Quando si parla di caduti si intende dei membri della formazioni partigiane e non delle vittime fra i civili, che furono in numero assai più elevato.
Fu nell’Appennino posto fra questi due comprensori che si concentrò il massimo dello scontro, Nei Comuni di Sarsina e Civitella di R. innanzi tutto, ma anche a Verghereto, Santa Sofia, Galeata, Meldola e Mercato Saraceno. E’ in questi Comuni che si nota una alta adesione alla formazioni della Resistenza e un elevato numero di caduti. Sarsina segna il più alto numero di aderenti pari al 6,13% della popolazione, con un alto il numero dei partigiani (192) ma soprattutto dei patrioti (414) in gran parte abitanti della zona di Pieve di Rivoschio dove si era istallato il Comando dell’ 8a Garibaldi. Civitella ha invece il più alto numero di Partigiani (a parte i Capoluoghi), ben 256, cui si aggiungono 76 patrioti. Civitella ha anche un alto numero di caduti: ben 40 (46 secondo una pubblicazione edita da quel Comune nel 1977 con in più 21 vittime “civili”). Vi è anche la voce relativa all'ex Comune di Mortano che era Comune fino al 1923 che fu poi suddiviso fra Santa Sofia e Civitella e di cui mancano gli elementi per assegnare l’appartenenza al nuovo Comune a chi dichiara essere nato a Mortano (In Comune di Civitella questi elementi li avevano e questo giustifica il fatto che a loro risultato 6 partigiani deceduti in più).
Il caso Di Predappio è trattato a parte.
Il Comprensorio di Rimini, ha livelli di adesione più bassi, pari l’1,30% della popolazione residente. I deceduti furono 31 di cui 22 solo nel Comune di Rimini. L’indice di mortalità è in questo comprensorio assai più basso perché meno aspri furono gli scontri e le rappresaglie ed inoltre il periodo d'occupazione tedesca fu un po’ più breve.
Si riporta in calce una tabella con gli aderenti alla formazioni partigiane della nostra provincia provenienti dai sette Comuni del Montefeltro annessi di recente alla provincia di Rimini, ricordando che non è un dato esaustivo e forse nemmeno indicativo, in quanto questi comuni appartenevano alla Provincia di Pesaro e quindi è immaginabile che una parte abbia aderito alle formazioni partigiane dello loro provincia.
Ultima annotazione i partigiani provenienti dalla Repubblica di San Marino sono solo tre, forse qualcuno avrà aderito alla formazioni marchigiane, ma l’impressione e che i cittadini della piccola repubblica siano restati neutrali.


Forlivesi che hanno operato in altre province dell’ E.R.

La Resistenza Italiana aveva un forte radicamento locale, ma non localistico. Locale perché ogni formazione era radicata ad un determinato territorio, non vi furono colonne con migliaia di combattenti che si spostavano da una regione all’altra come avvenne in Jugoslavia o in Unione Sovietica, al massimo vi fu la discesa dalla montagna verso le grandi città al momento della Liberazione, però non aveva una impostazione localistica, nel senso che il partigiano aderiva alla Resistenza non per motivazioni localistiche, ma per ideali superiori, in questo senso fu un movimento d'unità nazionale.
Abbiamo visto che molti forestieri operarono nelle formazioni della nostra provincia, e che molti forlivesi operarono in altre province, persino all’estero, questa caratteristica è generale.
Guardando gli elenchi delle formazioni delle altre province della sola Emilia Romagna troviamo n. 491 nomi, fra cui 39 donne e fra questi 48 furono coloro che persero la vita nella lotta. Per la precisione di questi 491 solo 469 sono nati in provincia di Forlì, altri 24 erano residenti in Provincia di Forlì ma nati altrove in altri 5 casi non è indicato il luogo di nascita ma solo la residenza nella nostra provincia.
Le province della regione con resistenti di origine e/o residenza forlivese sono: Ravenna n. 375, Bologna n. 32, Parma n. 30, Modena n. 28, Ferrara n. 16, Piacenza n. 8 e Reggio Emilia n. 2.
Si nota che furono di più i Forlivesi che operarono nelle province dell’Emilia rispetto agli emiliani che operarono da noi, la spiegazione si trova nella condizione professionale: se i forlivesi che operarono nel ravennate e nel Ferrarese sono essenzialmente contadini (molti i mezzadri che avevano cambiato podere), quelli che si erano spostati in Emilia sono essenzialmente operai e braccianti che si erano spostati dove c’era più lavoro. In sostanza siano di fronte ad un fenomeno migratorio avvenuto nell’anteguerra, infatti la gran parte di questi ha ormai la residenza in queste province. Essendo l’Emilia più ricca della nostra Romagna è del tutto ovvio che dall’Emilia non si migrava nel nostro territorio.

Note sui nomi di battaglia e sui nomi propri.

I nomi di battaglia: Stella, Fulmine e Gratusa uniti nella lotta.
Nelle guerre partigiane è in uso adottatore un nome di battaglia, al fine di non farsi riconoscere dal nemico ed evitare rappresaglie contro i famigliari, questa consuetudine si innesta con l’usanza molto diffusa a quei tempi in Romagna di indicare le persone con un soprannome. Era abbastanza diffusa anche l’usanza di cambiarsi nome, ad esempio uno che si chiamava Carlo si faceva chiamare Franco ciò anche in tempo di pace. I nomi di battaglia riportati nell’elenco sono una miscela fra queste due situazioni, in sostanza molti nomi di battaglia sono in realtà il soprannome che la persona aveva già prima dello scoppio della Guerra di Liberazione, magari l’estensore degli elenchi in alcuni casi li ha italianizzati come nel caso dello strano soprannome “Duello di cani” che non funziona minimamente, mentre in dialetto “Cán chi ragna” fila che è una meraviglia.
Il nome di battaglia riportati sono 1.110 , probabilmente la compilazione non è stata completa , l’estensore ha riportato sono i nomi più consolidati e diffusi, in ogni caso l’adozione del nome di battaglia non era regola generalizzata, salvo che per i partigiani più attivi e con ruolo dirigente.
Abbiamo quindi la serie dei soprannomi romagnoli i vari: “Macaròn (Maccarone), Rômmal (Crusca), Gratusa (Grattugia), Frë (Frate), Gnegna (intraducibile, si dice di un tono di voce noioso, monotono e fastidioso), Bacôc (Macucco), Baròz (Biroccio), Butròn (frequentatore delle selve e degli anfratti del terreno), Cagnaz (Cagnaccio), Calcagna (Calcagno), Cartoz (Cartoccio), Panzò (Pancione), Milza (Milza)” ecc. Una infinità di declinazione romagnole dei nomi italiani: “Minghin, Mingon, Pirin, Piron, Piraz, Zuanin, Zuanon, Giuvanon e via declinando”.
Poi vi sono le caratteristiche fisiche che compongono una categoria assai numerosa, sono declinate sia in italiano che in dialetto: “Biondo, Gagìn, Bafin, Barba, Pelato” ecc.
I forestieri talvolta venivano chiamati col luogo di origine, ad esempio: “Cremona, Lugo, Novafeltria, Forlì” (non operava a Forlì ovviamente).
Ai giovani appartengono i nomi di battaglia studiati per l’occasione della guerra partigiana. Nomi gagliardi, utili anche a darsi coraggio, abbiamo quindi molti: “Folgore, Fulmine, Saetta, Furia, Terremoto,Vento, Fantasma, Libero” o di personaggi come “Napoleone, Ercole e Molotov”. A questi fanno da contrappunto alcuni “Tranquillo” e un “Angioletto”. Vanno forte anche i nomi d'animale, ovviamente di quelli forti, furbi ed aggressivi come: “Lupo (che va per la maggiore) Falco, Donnola, Pantera, Leone e Tigre con Tigrotto (il suo giovane figlio). Naturalmente non manca: Diavolo, Fradiavolo, Sparafucile, Sputafuoco,Vendetta e persino un Carogna.
Ci sono poi i soprannomi più politicizzati, ma sono assai pochi, una decina. Abbiamo 2 Acciaio (probabilmente il richiamo è a Stalin), 2 Lenin, 2 Mosca (non è detto che il richiamo fosse alla capitale Sovietica), qualche Spartaco, un Oberdan, un Matteotti, un Badoglio e caso che trovo inspiegabile anche un Mussolini, probabilmente era una sporadica presa in giro dei compagni che il compilatore ha riportato (forse perché il partigiano in questione gli stava antipatico).
Fa capolino la “modernità” con qualche nome inglese: “Bill, Dick, John, James, Harlem, Joe”. Qualche personaggio dello sport e dello spettacolo: “Girandengo, Carnera, Maciste, Macario, Totò” (forse non deriva dall’attore). Anche la pubblicità fa capolino con un “Palmonive”.
Le donne come in genere non hanno il soprannome in poche  hanno un nome di battaglia che in genere è un diverso nome proprio di persona ad esempio se si chiama Carla il nome di battaglia è Anna, però troviamo anche: “Micia, Titta, Stella, Mosca, Staffetta, Brël (giunco in romagnolo)” e un poco femminile “Cruton” che fa da contraltare a “Rondinella e Cilena” che invece erano il nome di battaglia di solidi partigiani maschi. Quello di avere un normale nome proprio come nome di battaglia è diffuso anche fra gli uomini, specialmente per i più sperimentati dirigenti del PCI: loro erano seri e sobri rivoluzionari, avulsi dalle smancerie e dalla vanagloria. erano abituati alla clandestinità, fatta di false identità e nella carta di identità falsa mica potevano scrivere che so!: “Rossi Tarzan”. Ma anche qui c’erano eccezioni , il responsabile della sussistenza dell’8va Brigata, volontario a difesa della Repubblica spagnola, aveva il nome di battaglia “Curpet”.
Per chiudere non manca l’istruito di turno che si fa chiamare Cicerone (ma più probabilmente è una ironica presa in giro) e il filosofo che di nome proprio fa Aristotile ed è soprannominato “Sinopi”.

I nomi propri: Sperindio, Anaddio e gli altri.
Più curiosi dei nomi di battaglia sono i nomi propri. Certo non mancano miriadi di Giovanni, Luigi, Carlo, Antonio, Domenico, ma la Romagna era famosa per i nomi originali. Ciò deriva dal radicato spirito anticlericale presente nella popolazione, per cui molti si rifiutavano di dare al figlio il nome di un santo. Durante il ventennio, anche a seguito del Concordato siglato fra lo Stato fascista e la Chiesa Cattolica, la situazione si era già molto normalizzata, poi il regime negava l’uso di nomi stranieri e di nomi con un connotato sovversivo tipo: “Ribelle, Spartaco, Gracco, Oberdan e Oberdino (ma forse il nome dell’attentatore dell’imperatore austriaco era ammesso), Giordano Bruno, Giusto, Comunardo, Libertario”. Anche il nome “Lincon” rientra in questo filone. Si arrivò al provvedimento di far cambiare il nome ad alcuni bambini, ad esempio “Ribelle” divenne “Rino”, “Ateo” divenne “Anteo”.
Si salvò il nome del rivoluzionario Benito Juarez: ma il motivo è ovvio, nell’immaginario questo nome era passato nella sponda opposta. Fra i Partigiani troviamo otto “Benito”, tuttavia due nacquero all’inizio del secolo quindi il rimando era a Juarez e non a Mussolini.
E’ quindi naturale che i nomi più fantasiosi appartengano alla generazione nata prima del ventennio.
Riportiamo alcuni dei nomi più originali. Diversi sono di origine greca: “Aristodemo, Aristotile, Apollonio, Dionisio Ermete, Efigenia (che diventa un nome maschile), Medea, Olimpio, Omero, Pallade (nome femminile), Sofocle, Telemaco” ecc.). Alcuni nomi derivano dalla lettura dei romanzi come “Athos e Abbondio” (che di cognome faceva Bravi). Altri sono attributi o auspici per il nascituro: “Allegrina, Godolo, Prudenza, Speranza, Tostina, Vivi e, Nuovissima”. C’è anche un “Vedovo” (chissà forse era l’auspicio per il figlio di un padre che aveva una moglie particolarmente “tignosa”).
In alcuni il richiamo alla divinità è diretto e particolare come “Sperindio” (evidentemente la sua vita non partiva nelle migliori delle condizioni). Abbiamo anche un Anaddio che sillabato in romagnolo suona “An’ha Dio” cioè ateo.
 Non mancano i vecchi nomi romagnoli come:“Celso, Vasco, Olmo, Anacleto. Cesira  Adalgisa e anche tante Zaira e Zenaide. Con le figlie femmine tuttavia si era meno fantasiosi.
Altri nomi che chissà dove li hanno trovati: “Annonario (Beh! Questo l’hanno certamente trovato al mercato), Anodonte, Arinovario, Argia (molto numerose), Ariodante, Ariomede, Assirto, Biffo, Brugnolao, Calamitò, Candenzio, Ghigo, Deroide, Elireo, Elettropulonna, Elvirino, Ergia, Fairez, Fennalbo, Floro, Filulea, Frè Luigi (però era toscano), Gleno, Grido, Ibleto, Ideolo, Iglina, Luraide, Melda (poverina chissà quanto l’avranno presa in giro), Nosleto, Pritilio, Raicle, Redeno, Rutos, Spiess, Tartò, Tudina, Uno, (abbiamo anche un Primo Adamo), Uffrisio, Zorè”.
Di “Palmiro” non ce ne sono, ma ci sono due “Palmira”.
Infine se non bastasse ci si mettevano anche i funzionari dell’ anagrafe che sbagliavano a trascrivere i nomi per cui “Palmina” diventa “Pamina”, “Rosina” è scritto “Rosia”, “Ilva” si trasforma “Ilma”. Se ti chiamavi “Ribelle” ti convocavano per cambiarti il nome ma se si sbagliavano a verbalizzare il nome dovevi tenertelo col loro errore.