lunedì 4 maggio 2015

La Resistenza nel Comune di Premilcuore









TRATTO DAL LIBRO: “ La foja de farfaraz. Predappio: cronache di una comunità viva e solidale”.


L'amico Gianni (parla Giuseppe Ferlini comandante partigiano di Predappio)
Il giovedì di quella settimana Giuseppe andò a S. Sofia perché era giorno di mercato e sapeva che avrebbe incontrato lì il suo amico e compagno d'armi Gianni. Nei piccoli paesi di montagna “si circolava bene perché i fascisti e i tedeschi erano poco organizzati”. Scaricò il suo bagaglio in un'osteria di un compagno, anche lui conosciuto durante il servizio militare, e andò a visitare il mercato. Come previsto trovò il suo amico Gianni e gli spiegò la situazione e Gianni “mi disse subito di andare a casa sua”. “Sì, sì, oggi vengo proprio e resterò per molto tempo” disse Giuseppe. E Gianni rispose: “Con tanto piacere”. Giuseppe e Gianni erano buoni amici perché si conoscevano dalla leva militare e poi si erano ritrovati da richiamati alle armi nella caserma di Rovigo. Gianni abitava a Montalto, una frazione del Comune di Premilcuore sulle colline tra le vallate del Rabbi e del Bidente, a quel tempo raggiungibile solo attraverso delle mulattiere. Per questo Giuseppe gli chiese: “Hai la somara da caricare la mia roba?” Gianni gli disse di non preoccuparsi perché c'era quella di Bricco, anche lui un amico conosciuto da richiamati alle armi. Si ritrovarono tutti all'osteria per mangiare e bere in allegria e fu un momento di festa e di reciproci complimenti. Lungo la strada per Montalto Giuseppe parlò della sua situazione e della situazione generale e di quello che si poteva e si doveva fare e Gianni disse: “Tu Ferlini sei un grande capo”. E Giuseppe rispose: “Tu sei più grande di me, Gianni, a prendermi in casa tua”. Montalto era una zona adatta, alla quale Giuseppe aveva pensato, per vivere appartato e operare senza essere catturato dai nazifascisti. Infatti non era facile da raggiungere ma allo stesso tempo era relativamente vicina ai comuni delle vallate del Rabbi e del Bidente in cui Ferlini aveva molti compagni e amici con cui poteva tenersi in contatto.

La casa di Gianni
Gianni abitava in una povera casa con la moglie e quattro figlioletti che lo accolsero con “tanto rispetto”. Era una povera casa di campagna, “mezza rovinata”, con delle grandi fessure nella porta e nelle finestre da cui passava l'aria e il freddo e “di notte si vedeva la luna”. E quasi tutte le case dei contadini di Montalto erano messe così. Quella notte Ferlini, prima di addormentarsi, pensò alle sofferenze degli uomini e che era giusta una guerra di Liberazione non solo dal Fascismo ma “per la libertà e la giustizia sociale (per dare) almeno ai poveri pane, casa e lavoro”. E mentre racconta queste cose alla sua nipotina Manuela è contento perché oggi quelle case di Montalto sono disabitate e “non fanno più soffrire il freddo a nessuno”.


Montalto
  
Montalto è una piccola frazione del Comune di Premilcuore, situata tra la valle del Rabbi e la valle del Bidente, raggiungibile a quel tempo, da Premilcuore, solo attraverso una strada che era poco più di una “mulattiera”. Montalto contava circa 300 abitanti, quasi tutti contadini, distribuiti nelle case coloniche poderali sparse su un territorio collinare, con un piccolo centro, “Le strade” di sette-otto famiglie e con ben quattro “chiesette” in cui si diceva messa.

In montagna per la guerra di Liberazione
L’attività si fece più intensa e pericolosa nel novembre del ‘43 e nei mesi successivi per l'arrivo e il passaggio nella zona di Montalto di molti antifascisti, civili e militari, che fuggivano dall'occupazione nazifascista delle città e dei paesi di pianura della Romagna per andare in montagna, con i partigiani, per la guerra di Liberazione contro il fascismo e l'invasore tedesco. Nel mese di marzo del ‘44 Giuseppe fu raggiunto in montagna anche dal fratello Pietro, fuggito dall'esercito e dalla cattura dei fascisti. E nella zona di Montalto erano aumentati i controlli della milizia fascista e i pattugliamenti dei tedeschi.
Il ruolo del partigiano Giuseppe Ferlini
In quel periodo Ferlini fu inquadrato nell'ottava Brigata Garibaldi con il grado di tenente, al comando di una quindicina di partigiani, con il compito di presidiare e controllare quell'area sulle colline romagnole e con il ruolo, importante e delicato, di “vagliare” e in parte addestrare i giovani, tra cui diversi militari, che, come già detto, fuggivano dall'occupazione nazifascista delle città e dei paesi della pianura romagnola per andare in montagna a resistere e a combattere con i partigiani. Ferlini era molto prudente; i nuovi arrivati, per lo più uomini dai 20 ai 30 anni, si presentavano al comandante Ferlini e, se non erano ben conosciuti da qualcuno dei partigiani, dovevano consegnare le armi che eventualmente avevano e venivano “tenuti d'occhio” dagli uomini di Ferlini. Le loro generalità e le notizie che davano venivano valutate e controllate e non veniva data loro la benché minima informazione sull'identità e sull'organizzazione dei partigiani. Nel frattempo le nuove reclute prestavano alcuni servizi necessari alla vita del campo partigiano situato nei boschi e in alcune grotte-rifugio della zona. Solo dopo averli “studiati” per alcuni giorni per capire le loro intenzioni e le loro attitudini, il comandante Ferlini li aggregava al gruppo per dare ai nuovi arrivati i primi insegnamenti sulle modalità e sulle regole della lotta e della vita partigiana, prima di essere inviati ai comandi e ai battaglioni partigiani attestati più all'interno sulle montagne della Campigna e verso la Toscana.

I “voltagabana” fascisti
Questo lavoro di selezione era necessario perché tra i nuovi arrivati c'erano anche dei disertori della milizia e delle brigate nere fasciste, semplici militanti che non avevano gravi colpe e che, fiutato il vento, “i vultèva gabäna” (rivoltavano la giacca) e tra loro potevano infiltrarsi delle spie fasciste per conoscere i luoghi e gli uomini delle forze partigiane. Ed era accaduto che, dopo un approccio di due-tre giorni con Ferlini e i suoi uomini, due individui si erano dileguati senza lasciare tracce e probabilmente erano venuti per spiare. A proposito di “voltagabäna” venuti dalle fila fasciste, diceva Ferlini che spesso diventavano i più temerari e facinorosi, forse per dimostrare a se stessi e agli altri di essere affidabili e “i vleva sémpra sparè e me aj duveva badè” (loro volevano sempre sparare e io li dovevo badare) perché in quel momento la cosa più importante era organizzare le forze partigiane e dare da mangiare a tutti, “a duveva pinsè a dè da magnè a tôt” (dovevo pensare a dare da mangiare a tutti). Essendo questo il suo ruolo nell'organizzazione della lotta partigiana, Ferlini e i suoi uomini, che potevano variare da poche unità ad alcune decine secondo i periodi, avevano tutto l'interesse ad operare nella zona di Montalto senza essere “disturbati” nel loro lavoro.


I rapporti con gli abitanti di Montalto
Per questo lui, contadino, aveva stabilito buoni e “taciti” rapporti di collaborazione e convivenza con gli abitanti e i contadini di Montalto senza far pesare su di loro la presenza dei partigiani e senza coinvolgerli nell'attività partigiana per non esporli al pericolo di rappresaglie da parte dei fascisti e dei tedeschi che periodicamente facevano i loro giri di perlustrazione in quella zona. Quando in una casa colonica, ogni tanto, si macellava un vitello o una “manza” e più di frequente una pecora o un agnello acquistati dai partigiani, la carne veniva distribuita in tutte le case e si provvedeva per le famiglie più bisognose. In questo modo i partigiani potevano, sempre di nascosto, recarsi chi in una chi in un'altra di queste case di contadini per mangiare un pasto caldo. Inoltre Giuseppe, per guadagnarsi il pane, aggiustava qualche paio di scarpe e questo lo faceva anche per i compagni partigiani. Ferlini e i suoi partigiani che dapprima abitavano distribuiti in alcune case di contadini, compagni fidati conosciuti da Giuseppe, avevano diradato e alternavano la loro presenza in queste case per non compromettere i proprietari esponendoli a rappresaglie dei nazifascisti e si erano accampati e avevano trovato rifugio alla “gròta dei fanghèz” (la grotta dei fangacci). La “gròta dei fanghèz”, una caverna nascosta nel fianco della montagna dove potevano “sistemarsi” e bivaccare anche venti-trenta uomini, si trova a circa un chilometro dalla Chiesa di S. Maria in Fiore e da “La Strada”, quello che era il “centro” di Montalto, su per la riva del fosso dei “fanghèz” con un sentiero che passa lì davanti alla grotta. Nella zona dei “fangacci” c’era allora la “Ca’ di fanghèz” (la casa dei fangacci), la casa colonica con l'omonimo podere, e un vecchio mulino abbandonato.

L'incontro
Proprio su quel sentiero, davanti alla grotta, ci fu un incontro ravvicinato e imprevisto tra i partigiani e una pattuglia di sette militari tedeschi in perlustrazione in quella zona. Con reciproca sorpresa, quattro partigiani tra cui Ferlini e il comandante Tom, che non si erano accorti dell'arrivo della pattuglia, si trovarono di fronte ai sette soldati tedeschi che non sapevano che quella grotta fosse un rifugio dei partigiani. Ferlini e Tom, i soli che in quel momento avevano il fucile, si limitarono a far vedere bene le armi ma senza la minaccia di sparare e i tedeschi, guardinghi, andarono avanti, facendo finta di niente. Era una bella mattina di primavera del 1944 e nessuno aveva voglia di morire! Il buon senso di quegli uomini si era opposto alla violenza, all'odio, all'egoismo, all'idiozia, all'ignoranza, al fanatismo degli uomini di guerra. In altre circostanze, purtroppo, in seguito a dei “rastrellamenti” con molti uomini e mezzi militari dei fascisti e dei tedeschi contro i partigiani, sui monti e nelle vallate di Premilcuore e S. Sofia e all'interno dell'Appennino, verso le montagne della Campigna e della Toscana, dove in quei momenti si ritiravano per difendersi meglio, Giuseppe e i suoi partigiani hanno avuto dei conflitti a fuoco con delle vittime da entrambe le parti.     (...)

A ca’ da la su mama”
Più di una volta Ferlini e i suoi uomini hanno preso e catturato dei fascisti, per lo più giovani, della milizia e delle brigate nere che si erano avventurati sulle montagne appena fuori dai paesi delle valli del Rabbi e del Bidente. Ferlini, dopo averli ben catechizzati, impauriti e minacciati di morte sicura se fossero stati presi una seconda volta a combattere contro i partigiani, li ha liberati, “ai mandeva a ca’ da la su mama” (li mandavo a casa dalla loro mamma). E l'autunno e l'inverno del ’43 e del ‘44 furono “lunghi” e freddi.

Il bambino Ferruccio (racconto di Ferruccio Casamenti)
Ferruccio Casamenti, che allora era un bambino di sei - sette anni, racconta che per un certo periodo, sul far della sera, quando sua madre preparava la cena, lui doveva portare un pentolino di minestra o di fagioli con un pezzo di pane presso una piccola grotta in un dirupo vicino a casa sua e quando, mezz'ora dopo, tornava a prenderlo il pentolino era sempre “pulito” ma lui, pur stando attento prima e dopo, non aveva mai scorto nessuno. Incuriosito, un giorno invece di tornare a casa, si nascose per vedere chi veniva a mangiare e vide un uomo con una “barbaccia” e il fucile che poi, più avanti negli anni, conoscerà e verrà a sapere che era Ferlini Giuseppe.

Strategie
In questo modo, come già detto, oltre a non gravare sulle famiglie del luogo, si conosceva poco o niente sull'identità, sulla forza, sull'attività del gruppo partigiano di Ferlini, quasi non ci fosse, e non si alimentavano chiacchiere che avrebbero potuto tradire la buona fede degli abitanti di Montalto e far loro correre dei rischi durante i controlli della milizia fascista e dei tedeschi. Inoltre Ferlini, con il buon senso che lo distingueva, teneva a freno i suoi uomini per evitare pericolose e in quel contesto inutili azioni di guerriglia e di sabotaggio contro la milizia fascista di Premilcuore e di S. Sofia e contro i tedeschi quando pattugliavano in quelle zone che avrebbero potuto scatenare delle ritorsioni facendo perdere le loro posizioni e colpendo gli abitanti di Montalto. Anzi, scaltro e prudente com’era, Ferlini era riuscito a stabilire dei contatti e degli accordi con il maresciallo della milizia di Premilcuore che, per il quieto vivere di tutti, lo avrebbe avvisato delle perlustrazioni della milizia e dei tedeschi nel territorio di Montalto evitando così incontri pericolosi e sparatorie mortali. E in quelle circostanze i partigiani di Ferlini si ritiravano più all'interno sui monti e verso le cime delle montagne.

Il polverone
A volte, in estate durante le perlustrazioni della milizia fascista e dei tedeschi, con le strade e i sentieri secchi e polverosi, sul crinale di un monte a debita distanza, si muovevano avanti e indietro sullo stesso tratto di sentiero per delle ore trascinando delle fascine di legna con i due asini avuti in prestito dai contadini e sollevando così un gran polverone. Era uno stratagemma per intimorire il nemico e far credere alla milizia fascista, ai tedeschi e agli abitanti di Montalto chissà quale movimento di truppe e che i partigiani fossero tanti.

Don Antonio Tamburini
I contatti con il maresciallo della milizia di Premilcuore Ferlini li teneva tramite il parroco di Montalto don Antonio Tamburini, il quale a sua volta poteva incontrarsi con la moglie del maresciallo durante le attività della parrocchia di Premilcuore dove periodicamente si recava. Don Tamburini era una persona matura di 65-66 anni, era una persona concreta e di buon senso, preoccupato per la sorte dei suoi parrocchiani e della comunità di Montalto, che temeva eventuali disordini e ritorsioni, ben contento di una collaborazione con Ferlini e i suoi uomini che assicurasse una vita pacifica agli abitanti di Montalto e con il quale Ferlini, fin dal primo incontro, aveva stabilito un rapporto cordiale di reciproca stima e fiducia.
Don Tamburini fu l’artefice degli accordi tra Ferlini e il maresciallo della milizia fascista di Premilcuore in base ai quali il maresciallo avrebbe preavvisato Ferlini dei pattugliamenti e dei controlli della milizia fascista e dei tedeschi nella zona di Montalto. In questo modo si sarebbero evitati in quelle zone inutili e mortali scontri a fuoco e rappresaglie tra i partigiani di Ferlini e la milizia fascista e i tedeschi e si sarebbero agevolate le condizioni di vita dei partigiani e della popolazione sulle montagne di Montalto.

Don Giuseppe Biondi
Tramite don Tamburini, in quel periodo, Ferlini ha poi conosciuto e preso contatti con don Giuseppe Biondi, parroco di Fiumicello di Premilcuore, con il quale ha avuto dei rapporti di collaborazione e di reciproco rispetto. Fiumicello di Premilcuore, che oggi è un piccolo borgo di montagna, sulla statale per la Toscana, sei chilometri dopo Premilcuore, con alcune decine di abitanti, a quel tempo contava circa cinquecento abitanti ed era collegato a Premilcuore da una strada sterrata che costeggiava il fiume. Don Giuseppe Biondi, 40 anni d'età, originario di Premilcuore dove conosceva tutti e aveva contatti con tante persone, in più occasioni ha trasmesso notizie e messaggi da recapitare ai partigiani di Ferlini o ai loro familiari ed è stato l’intermediario degli accordi per la macinazione del grano e l'approvvigionamento della farina per i partigiani presso il mulino di Ferdinando Mengozzi a Fiumicello.

Mezzo franco di farina (Mez frénc ad faréna)
Con la mediazione di don Giuseppe Biondi, Ferlini aveva contrattato l'acquisto della farina per fare il pane con Ferdinando Mengozzi il mugnaio di Fiumicello. Secondo gli accordi i partigiani o qualche contadino di Montalto andavano a ritirare la farina al mulino presentando una metà di una banconota da un franco al mugnaio che aveva l'altra metà con i numeri di serie della banconota corrispondenti. La farina veniva poi consegnata ad alcune famiglie contadine di Montalto che facevano il pane per se stesse e per i partigiani. Si specifica che nella parlata romagnola la lira era comunemente chiamata “franco”, le cinque lire invece erano uno scudo, le cento lire venti scudi, le cinquecento lire erano cento scudi, poi si tornava ai franchi.

Testimonianza di Sesto Mengozzi
Una testimonianza, seppure parziale ed indiretta, di alcuni di questi episodi raccontatimi da mio zio Giuseppe Ferlini, l’ho avuta una domenica d’agosto del 2013, quando sono stato “a fare un giro” a Fiumicello di Premilcuore e, accompagnato dall’amico Angelo Galletti, sono andato al mulino di Fiumicello per parlare con Sesto Mengozzi, l’attuale proprietario del mulino. Lungo il sentiero che porta al mulino e al mulino stesso ci sono delle belle sculture scolpite direttamente sulla roccia o ricavate dalla pietra serena, l’arenaria tipica dell’Appennino tosco-romagnolo, dal fratello Domenico Mengozzi, scomparso di recente, che viveva lì ed era artista scultore per hobby. Sesto Mengozzi, un signore di 76 anni, ben portati, è il figlio più giovane di Ferdinando Mengozzi che gestiva il mulino al tempo della guerra. Sesto conserva il mulino perfettamente funzionante e lo attiva, a scopo turistico, per i numerosi visitatori che al sabato e alla domenica, in estate, vanno a godersi il fresco a Fiumicello e, a scopo didattico, per le scolaresche che su appuntamento lo vogliono visitare per vedere come si macinava il grano per fare la farina fino a pochi decenni fa. Nel 1943-44 Sesto aveva solo 7-8 anni d’età ma ha ricordato alcuni fatti di quel periodo raccontati da suo padre Ferdinando e da altre persone più avanti negli anni.
 Don Giuseppe Biondi in più di un’occasione era stato sospettato e accusato dalla milizia fascista di Premilcuore di collaborazionismo con i partigiani e per questo aveva subito intimidazioni e minacce e veniva tenuto sotto controllo dai fascisti. In particolare era stato sospettato e tenuto, con altre persone, in ostaggio, sotto la minaccia dei fucili, per un intero giorno per essere intervenuto a Cartel dell’Alpe, un borgo a sei - sette chilometri da Fiumicello, per rimuovere e ricomporre i corpi di due fascisti giustiziati dai partigiani in quel luogo per i loro crimini e soprusi sulla popolazione. Lui e le altre persone erano sospettati di saper qualcosa per essere stati trovati sul posto e per aver intralciato le indagini e manomesso delle prove con la rimozione dei cadaveri. Comunque, dopo un giorno, don Giuseppe fu rilasciato; lui, dopotutto, era accorso e intervenuto per benedire le salme!
Sesto Mengozzi ha poi spiegato che, durante la guerra, la produzione della farina nei mulini era razionata e veniva controllata da funzionari del regime fascista che toglievano i sigilli al mattino e li mettevano alla sera, all’inizio e alla fine della macinazione del grano e stavano lì, a sorvegliare, tutto il giorno.
Al mulino di Fiumicello c’era un funzionario, un fascista di Premilcuore che “credeva molto nel partito”, un po’ troppo zelante e rigoroso e i contadini si lamentavano perché la farina che ricevevano dalla macinazione del grano “non bastava”. Ci volle una sortita al mulino ed un incontro con il funzionario fascista di tre partigiani di Ferlini, a conclusione del quale i partigiani lo salutarono col dirgli che “se fossero dovuti tornare un’altra volta, allora non avrebbero solo parlato con lui”, per ammorbidire e indurre il funzionario a “non vedere” alcune cose. Infatti, dopo quell’incontro si rivolse a Ferdinando, il mugnaio, dicendogli: «Vedi un po’ tu cosa puoi fare» e lasciandogli una certa autonomia. E ci fu più farina per i contadini di quelle zone di montagna e per i partigiani. Per i partigiani, che stazionavano nella zona di Montalto e sulle montagne attorno a Premilcuore era abbastanza agevole spostarsi sui crinali dei monti, scendere a Fiumicello e raggiungere il mulino ed eludere così la presenza della milizia fascista di Premilcuore e la sorveglianza ai mulini senz’altro più intensa e pericolosa a Premilcuore e dintorni.
Sesto, che abita a S. Martino in Strada, mi ha anche riferito di aver lì conosciuto un ex partigiano che gli ha raccontato come fosse stato indirizzato e fosse arrivato da Ferlini, in montagna, per combattere con i partigiani. Giunto nella zona di Montalto lui chiedeva di Ferlini ma nessuno sapeva e gli diceva niente fino a quando è stato Ferlini a farsi vivo e a contattarlo. Questo spiega la prudenza con cui Ferlini si muoveva e la collaborazione che aveva con gli abitanti di Montalto. Dopo la nostra cordiale chiacchierata Sesto ha messo in funzione e ha mostrato ad alcuni turisti, che si erano lì radunati, il suo mulino, con le macine originarie, con la ruota con le pale in legno spinta dalla caduta dell’acqua e una piccola turbina con la dinamo per la produzione di energia elettrica. Ci ha fatto vedere le sculture esposte al mulino di suo fratello Domenico e prima di salutarci mi ha dato un mezzo chilo di farina del grano che aveva appena macinato. Come detto, alcune cose raccontate da Sesto Mengozzi confermano in parte la collaborazione tra Ferlini e don Giuseppe Biondi e la storia del “mezzo franco di farina”.
(…)
Gruppo di partigiani del 4° battaglione dell'ottava Brigata Garibaldi  che operarono in prevalenza nell'alto Bidente e nella zona di Montalto (Premilcuore)







domenica 19 aprile 2015

Scarponi chiodati e pavimenti lucidi





Le impressioni di un anziano contadino (anni '20)
BOLOGNA NON E' POSTO PER CRISTIANI , MA PER LUPI"

Dvidin (Davide) era un contadino ormai anziano, praticamente non era mai uscito dal suo podere che si trovava sulle colline che sovrastano l'abitato di Cusercoli, al massimo era arrivato fino a Civitella per recarsi al mercato. Dvidin stava perdendo la vista, il medico condotto gli procurò una visita da un professore di Bologna oculista molto rinomato.
Andare a Bologna era però un problema, anche i membri della sua famiglia erano analfabeti e non si erano mai mossi dal podere al massimo i figli erano arrivati con la SITA (Corriera) fino a Forlì. Per fortuna il figlio del padrone, che frequentava l'Università di Bologna, si prestò ad accompagnarlo alla visita medica.
Dvidin fu ripulito ben benino, lo vestirono coi panni migliori, ma per le scarpe dovette accontentarsi degli scarponi chiodati che per l'occasione furono ben lucidati.
Giunti a Bologna mentre transitavano sotto un portico da pavimento particolarmente liscio a causa delle scarpe chiodate il vecchio contadino scivolò lungo e disteso sul lastricato.
Dvidin si alzò ed esclamò ad alta voce: BOLOGNA NON E' POSTO PER CRISTIANI ; MA PER I LUPI" (Bulogna un n'è un post per i s-cian, ma per i lup".




La scivolata di Ferlini sotto la scrivania
Tratto dal libro attualmente in libreria: "La foja de farfaraz. Predappio:cronache di una comunita libera e solidale" do P. Capacci, R. Pasini e M. Giunchi
Un anno dopo, nell'autunno del ’45, nella miseria e nelle distruzioni dell'immediato dopoguerra, con la macchina del servizio pubblico di Germano Lombardi, il Sindaco Ferlini e tre assessori andarono a Milano per essere ricevuti dal Conte Giovanni Battista (Gianni) Caproni. In quell'incontro si tentava e si chiedeva al proprietario che la fabbrica Caproni di Predappio, che in parte si era salvata dai bombardamenti, potesse ancora produrre e dare lavoro a Predappio o perlomeno che rimanessero sul posto alcuni macchinari utilizzabili per delle attività che potevano svilupparsi. Non se ne fece niente. Figuriamoci se il conte Caproni che era stato quasi obbligato dal Duce e dal fascismo ad installare una fabbrica d’aerei a Predappio e che aveva tutte le sue attività altrove, ora, che non aveva più pressioni politiche, avesse un qualsiasi interesse a ristrutturare e a mantenere la fabbrica a Predappio. In quei momenti ancora caldi di lotte e vendette politiche, della delegazione faceva parte anche il dott. Furlani che si prestava volentieri a dare una mano a Ferlini e all'Amministrazione Comunale, anche se di parte avversa, quando si trattava di fare qualcosa di buono per Predappio e che, per la sua cultura e preparazione, aveva il ruolo di portavoce della delegazione. All'entrata della sala di ricevimento con il pavimento tirato a lucido con la cera, come in quegli anni si usava, il Sindaco Ferlini, che calzava, com'era solito, gli scarponi chiodati, fatti pochi passi, scivolò gambe all'aria infilandosi sotto la pregiata scrivania quasi addosso al conte Caproni. Nessuno, conte compreso, riuscì a trattenersi dal ridere e chi rideva di più, anche un po' sgarbatamente, erano proprio i tre compagni amministratori. E lo scivolone del Sindaco sotto la scrivania del conte è stata la cosa “più importante” e divertente di quella visita e di quell'incontro. Alla fine degli anni ‘80, racconta Vittorio Celli, allora consigliere comunale del Movimento Sociale Italiano (M.S.I.), il Sindaco Ivo Marcelli, la segretaria comunale, due consiglieri comunali di Maggioranza, uno del Partito Socialista e uno del Partito Comunista, e lui andarono a visitare a Mattarello di Trento il Museo di famiglia dei conti Caproni. Ovviamente la visita era finalizzata e in relazione all'importanza storica della presenza dei Caproni a Predappio durante il ventennio fascista. Ebbene, ora si trova lì, nel museo, anche “quella scrivania” e in occasione della visita è stato ricordato lo scivolone del Sindaco Ferlini. Gli ospiti sono stati ricevuti con molta gentilezza dalla contessa Maria Fede Caproni che, fatte le presentazioni, ha abbracciato Vittorio Celli dicendo: “Uno solo? Almeno tu sei della nostra parte (politica)”. Questi signori, questi aristocratici non si smentiscono mai! Sempre dalla parte dei partiti dei contadini, degli operai, dei lavoratori!
 

lunedì 6 aprile 2015

28 ottobre 1944. La Liberazione di Predappio di Adler Raffaelli.










LA LIBERAZIONE DI PREDAPPIO
tratto dal libro " La foja de farfaraz ....! 

di Adler Raffaelli
Articolo tratto dal periodicoIl Forlivese”, edito dalla Federazione di Forlì del PCI - Anno 1981.

Il 28 ottobre della LIBERAZIONE DI PREDAPPIO

Come fu fatale per il fascismo, a Predappio, il fatto della data del 28 ottobre – la gente del paese rifugiata nella galleria della fabbrica Caproni – L’apparizione del comandante Giuseppe Ferlini, contadino e primo sindaco.
Quando si fece il grande Comune di Predappio, grande come è ora, con capoluogo il paese che porta ora il nome di Predappio, portarono via da diversi altri comuni grosse porzioni di territorio, intere frazioni.
Fecero le spese della grande Predappio tutti i comuni confinanti, costretti da comando del Fascio e dal decreto dello Stato. Tutto il Comune di Fiumana fu soppresso. Che rabbia, i fiumanesi! Furono amputati di loro consistenti parti di territorio i comuni di Galeata, Civitella, Meldola, Dovadola.
Il paese, il centro che fino a quel momento s’era chiamato Predappio si vide aggiungere la qualifica di Alta, ma fu privato delle sue prerogative di capoluogo, di sede del comune, che aveva avuto ed esercitato per quasi una decina di secoli. Anche in quel declassamento socio-politico e amministrativo della vecchia Prè – anni a cavallo del 1925 - , si possono e si devono trovare e individuare le cause dell’attuale crisi, della presente preoccupante difficoltà di Predappio Alta.
Il paese, che è attualmente chiamato Predappio, cominciò a sorgere in quel giro di anni attorno al 1925. Prese il nome dell’antico e storico luogo, divenne capoluogo e sede del comune, di un comune ingrossato. Prima c’erano solo poche case di campagna ravvicinate fra loro, nel punto chiamato Dovia, dove la strada svolta, come a formare due vie, per salire alla Rocca delle Caminate.
In questo luogo costruito su commissione del regime fascista, per una soddisfazione personale che Mussolini si volle prendere; creato ex-novo come sede d’elezione e di convergenza di atti di potere e di riferimento alle origini; il fascismo, i potenti, la reazione agraria, i capitalisti celebrarono se stessi congiuntamente al loro servitorame. Per quasi vent’anni Predappio venne ad essere una specie di succursale di capitale nazionale. Non solo per le frequenti, ricorrenti visite di esponenti politici ed economici nazionali ed internazionali; anche perché a Predappio presero avvio e furono perfezionati atti rilevanti agli effetti della politica dello stato.
Ciò funzionò per quasi vent’anni. Ma anche per questo mondo, non sorto come frutto di una accumulazione di lavoro storico e di ragioni produttive collegate ad un vitale tessuto economico; anche per questo mondo, dicevamo alquanto artificioso, giunse la verifica della Liberazione, giunse l’autunno del 1944. Molto ostico, in verità, per i gerarchi, per i grossi agrari e per la loro sparsa clientela.
Il cambiamento fu verticale a filo di piombo. Il racconto storico, la suggestione temporale vuole, reclama che i cambiamenti avvengano anche per immagini, come se sentissero il bisogno d’essere raccontati e catalogati portandosi l’immagine d’una figura, il segno d’una parola forte.
Si può dire che un segno eloquente, una immagine viva del cambiamento sopravvenuto, nel 1944, nella Predappio del regime, fu Ferlini.
Ferlini? Chi è Ferlini?
E’ Giuseppe Ferlini. Il vice-commissario di Battaglione della 8a Brigata Garibaldi “Romagna”, che dall’ottobre 1943 all’ottobre 1944, opera con la sua formazione partigiana ai lati del Rabbi, specie nella zona di Montalto.
Egli ha operato anche quel giorno – 25 ottobre 1944 – muovendosi fra San Savino e Santa Marina. Egli con un gruppo di suoi uomini, deve giungere a Predappio, come vincitore e liberatore, insieme ai polacchi. Egli, coi suoi partigiani, come simbolo della nuova Italia.
I suoi uomini sono romagnoli, italiani e russi, qualche predappiese. Un gruppo di giovani operai a Predappio opera d’accordo coi partigiani. Ferlini deve operare con decisione e autorevolezza per dare esecuzione alla deliberazione ed alla volontà dell’8a e del Comitato di Liberazione, in base ai quali egli deve essere proclamato Sindaco di Predappio, primo sindaco, finito il tempo dei podestà fascisti.
E’ da un anno e più che Ferlini non può comparire liberamente a Predappio. Sul suo capo i nazi-fascisti hanno posto una taglia!
La mattina del 26 ottobre, alle ore sette, egli si porta all’ingresso della galleria sotterranea della fabbrica aeronautica Caproni. La popolazione vive da tempo, per proteggersi dalle bombe e dalle granate, in questa galleria che è diventata pubblico rifugio.
La notte dal 25 al 26 ottobre, Ferlini l’ha passata, clandestinamente, nella cantina del Palazzo della Posta, dove è pure rifugiata la sua mamma.
Portandosi e piantandosi all’ingresso della Galleria, egli vuole presentarsi e dichiararsi come il qualificato rappresentante degli italiani, dei lavoratori, di chi ha combattuto per la libertà e la giustizia.
Giuseppe Ferlini – nato nel Podere Lago di Tontola nel 1910, contadino mezzadro fino all’età di 26 anni – grida alla gente che gli va incontro: “Ecco finalmente è arrivato il tanto decantato delinquente Ferlini”.
Dalla galleria, lunga e vasta, esce il paese e va incontro a Ferlini. Va incontro a Ferlini come alla fine delle tribolazioni, alla pace, all'inizio di un nuovo tempo. E’ gente che ha sentito il nome di Ferlini pronunciato dai nazi-fascisti come quello d’un pericoloso bandito, d’un ammazzagente.
La gente di Predappio lo circonda, lo saluta, fa festa a lui e ai suoi uomini.
E Ferlini continua ad annunciare: “Ecco Ferlini! Ecco Ferlini!”.
Ferlini Giuseppe, contadino fino a ventisei anni, poi operaio. L’immagine eloquente, il segno vivo del cambiamento a Predappio.
Coloro che, per date ragioni, temevano d’essere ritenuti nemici di Ferlini, nemici dei partigiani e dei comunisti, sono quelli che maggiormente si atteggiano ad amici. Gli si deve riconoscere la lealtà d’essere lì, con la gente del popolo, mentre i profittatori e i colpevoli sono fuggiti al nord.
Fra coloro che vogliono maggiormente atteggiarsi ad amici c’è persino Augusto Moschi, il quale facendosi avanti ed avvicinandosi a Ferlini, lo vuole salutare con un amichevole: “Va là, vieni qua, che sono stato perseguitato anch’io!”.E Ferlini accetta la situazione.
Nelle giornate del 26, del 27, fino al 28 ottobre, i tedeschi continuano ad occupare posizioni a Riggiano, a S. Cristoforo, alla Rocca delle Caminate, a Fiumana, a S. Agostino.
Il territorio del comune sarà interamente liberato il 28 ottobre. E’ una pura coincidenza. Non è un calcolo. E’un destino, una fatalità, comunemente parlando. Di sicuro per il fascismo, una cosa fatale.
Di tanti fati che il fascismo coltivò, quello del 28 ottobre, per il fascismo di Predappio, fu sicuramente fatale. 28 ottobre 1922, ascesa nazionale del fascismo. 28 ottobre 1944, caduta del fascismo predappiese.
Urgeva la soluzione della nomina del sindaco. Sulla base dei primi contatti fra il Comitato di Liberazione di Predappio e il Comando alleato inglese, fu reso chiaro e accettato che la proposta di nomina del Sindaco, per essere valida ed essere accolta, doveva essere formulata da un Comitato di Liberazione nel quale fossero rappresentati tutti i possibili partiti politici.
C’è da dire che nel Comitato di Liberazione, clandestino, di Predappio la DC non c’era. Per dar corso e accoglimento alla proposta di nomina del Sindaco, Ferlini, allora, andò nella Chiesa dei Frati per parlare col parroco, Padre Vittorino, e chiedergli se poteva combinare qualcosa per fare risultare nel Comitato di Liberazione la presenza di un cattolico nella veste di democristiano.
Il Padre Vittorino riuscì ad assicurare la rappresentanza democristiana nel Comitato di Liberazione. Quindi, regolate così le cose anche nella forma, Giuseppe Ferlini fu riconosciuto e dichiarato sindaco di Predappio, in carica, per ogni occorrenza ed evenienza, a partire dai primissimi giorni di novembre, come comprovano i documenti, oltre che il racconto del nostro compagno.
Oltre al Sindaco Ferlini, quella prima Giunta Comunale di Predappio era formata dagli assessori Antonio Maraldi per il PRI, Igino Fabbri per la DC, Daniele Fabbri per il PSI, Angelo Ciaranfi per il PCI. E comunista era, ed è, Ferlini.(*)
Dopo la Liberazione grossi problemi. Per Predappio in particolare, cui mancava il sostegno e la vita di riconfermate attività produttive. Poi un avvio migliore, con alla guida del comune di amministrazioni elettive popolari, di sinistra.
aR
NOTA (*): La giunta comunale mutò la propria composizione durante il periodo in cui Ferlini fu sindaco.


Adler Raffaelli (1921 – 2007) Fu molto legato a Predappio dove svolse l’attività di maestro elementare dal 1962 al 1986. In precedenza aveva insegnato un anno a Castel in Alpe di Premilcuore e nove anni nella scuola rurale sita in loc. Cerrete di Galeata, collocata quasi sulla sommità di Monte Grosso posto sul confine col Comune di Predappio. Oltre all'impegno professionale svolse un'intensa attività pubblica. Fu eletto consigliere comunale per la lista del PCI dal 1975 al 1985 ricoprendo anche il ruolo di capogruppo consigliare. Tornò nel Consiglio Comunale di Predappio dal 1995 al 1999 eletto nella lista di Rifondazione Comunista. Durante la guerra fu tra i soldati italiani internati nei lagher in Germania. Ha pubblicato diversi saggi sulla seconda guerra mondiale e di storia locale contemporanea, fondò e diresse "il Forlivese", il periodico locale del PCI. Ricoprì ruoli dirigenziali nell'ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati).

Raffaelli era uomo con un'etica personale assoluta, scevra tuttavia da fondamentalismi, unita ad una profonda gentilezza d’animo e signorilità di modi. Abbiamo raccolto la testimonianza di un suo ex alunno che racconta che, quando Raffaelli era maestro a Predappio, fu indetto uno sciopero per il giorno successivo. Lui naturalmente vi aderì però la mattina successiva si alzò presto e in bicicletta da Forlì si recò a Predappio e fece il giro delle case dei suoi alunni, di cui molti dispersi per la campagna per dire ai genitori di non mandarli a scuola. Il suo profondo senso del dovere gli imponeva di scioperare limitando il disagio dei suoi scolari.

aR


venerdì 27 marzo 2015

La donnina piccina picciò




Durante il fascismo i sindaci e i Consigli Comunali elettivi furono eliminati al loro posto furono designati dei podesta nominati dall'alto. Un po' alla volta "i podestà" tornano di moda: Senatori designati, amministratori Provinciali designati, persino i membri dei comitati di quartiere si vogliono designare dall'alto (vedi Cesena) allora ripropongo questa filastrocca.

  LA DONNINA PICCINA PICCIO’ E IL SIGNOR PODESTA'
C’era una volta una donnina
piccina, piccina picciò
che abitava in una casina
piccina, piccina picciò
e aveva una gallinina
piccina, piccina picciò
che fece un ovino
piccino, piccino picciò.
E la donnina
Piccina, piccina picciò
con una padellina
piccina, piccina picciò.
fece una frittatina
piccina, piccina picciò.
Arrivò un moscone tutta gliela mangiò.
La vecchina andò a protestare dal podestà.
Gli disse: signor podestà
Avevo una gallinina
piccina, piccina picciò
che m’ ha fatto un ovino
piccino, piccino picciò
e con una padellina
piccina, piccina picciò
mi son fatta una frittatina
piccina, piccina picciò.
L’è arivàt un moscone che tutta me la mangiò.
Signor Podestà che fò?
Il podestà le rispose:
“Cara donnina se vedete il moscone
prendete una ciabatta e schiacciatelo”.
Il quel momento il moscone
sul naso del podestà s’adagiò.
La donnina prese una sua ciabatta
e una gran botta sul naso gli mollò.