sabato 18 giugno 2016

I gemelli Furlani, anarchici libertari di Cusercoli




Testimonianza tratta dal libro
 "VOCI DI DONNE: STORIA DI PAESE - Cusercoli 1885-2006"
 di Germana Cimatti e Alba Piolanti



LEONILDE AMADORI (NILDE)



I fratelli Furlani di Cusercoli sono un caso degno di nota nella storia del paese.

Su queste persone di famiglia ho raccolto varie testimonianze, sia direttamente, nella mia fanciullezza e adolescenza, sia indirettamente attraverso mia madre Giulia, che sempre ha tenuto in mano le sorti della famiglia Furlani condividendo con i fratelli, soprattutto con i gemelli Primo e Secondo, sofferenze e sacrifici nel raccoglimento delle mura domestiche.

Non fu poco travagliata l'esistenza dei due fratelli; questi, pur nella modestia della loro vita, presentavano caratteri distintivi che non si ponevano esattamente dai racconti di mia madre e di mio nonno Arsenio che, quando andava al suo podere  Valdarca, mi portava con sé e, mentre io ancora bambina, arrancavo affannosamente su per la ripida salita di San Giovanni, per lenire lo sforzo mi incantava con i racconti delle sue travagliose emigrazioni in America e delle vicende familiari, di cui percepivo non tanto le difficoltà e i dolori, quanto il fascino avventuroso e fiabesco.

In genere il nome che ricorreva più spesso nei racconti familiari era quello di Benito Mussolini con cui si intrecciarono i destini dei due gemelli Furlani per tutta la vita. Già nella fanciullezza si trovarono a frequentare le scuole elementari a Dovia, poi Predappio, nel periodo in cui il padre, durante una delle sue emigrazioni in America, li aveva collocati temporaneamente presso uno zio della madre, abate in Sansavino. Qui vennero a contatto con il quasi coetaneo Benito Mussolini e ne subirono l'influenza a quei tempi rivoluzionaria, poiché fin da allora esercitava un certo carisma sui giovani. Pertanto la sua ascesa al potere come capo del Fascismo fu sentita dai fratelli come un tradimento delle idealità prima professate e sempre mostrarono il loro dissenso che ebbe una spettacolare manifestazione quando Mussolini al culmine del potere, percorrendo un giorno con la consueta prosopopea la valle del Bidente, chiese espressamente dei gemelli senza disdegnare neppure l'eventualità di un incontro.

Epigrafica e tagliente fu la loro risposta: "Noi non vogliamo incontrare i voltagabbana".

A parte questo episodio più clamoroso, espressero sempre la loro disapprovazione con parole o atteggiamenti che spesso provocavano da parte del Regime controlli o condizionamenti, in genere non con esito drammatico. Infatti, Primo e Secondo erano fondamentalmente alieni dalla violenza e si configuravano piuttosto con un loro modo di essere e di pensare libertario, originale.

Assai personale, quasi antesignano delle tendenze attuali, era il loro modo di vestire: giacche nere o di velluto marrone alla cacciatora, pantaloni neri piuttosto aderenti, sciarpa nera di seta stretta al collo in un fiocco vistoso, cappelli a tesa stretta posti obliquamente che facevano risaltare la loro figura longilinea e il profilo del viso asciutto e ben delineato.

Spiccava in loro una certa indole artistica che in parte avevano coltivato frequentando a Forlì una scuola di Arti e Mestieri. Amavano l'arte e la poesia e spesso li sentivo declamare versi che essi stessi componevano per esprimere la loro esigenza umanitaria nei confronti dei deboli e degli oppressi o il loro sdegno nei confronti delle ingiustizie e della tirannide. Mi piaceva osservarli quando, quasi rapiti nel loro estro, dipingevano o scolpivano discreti manufatti con notevole abilità per il loro godimento personale; infatti, data la loro indole schiva e disinteressata, rifuggivano da ogni tipo di esibizione. Leggevano molto e li rivedo nel loro atteggiamento abituale appoggiati alla finestra con un libro in mano. Incuranti delle parole di compatimento del padre Arsenio, assai operoso e pratico, impiegavano tutti gli scarsi proventi, ricavati dalla loro saltuaria attività di assicuratori, in libri e riviste anche di un certo pregio. Si immergevano così in un loro mondo ideale di bellezza e libertà che li estraniava dalla società conformista e soprattutto dal Regime conferendo loro nel contempo una certa rispettabilità, talvolta anche da parte dei nemici.

Infatti, nel momento cruciale dell'affermazione del Regime, quando più imperversavano le persecuzioni e gli oppositori correvano gravi rischi, l'Arpinati di Civitella, gerarca fascista ma amante della sua valle, prelevò i gemelli e li sottrasse al peggio, collocandoli temporaneamente a Bologna in biblioteca, dove poterono procurasi la salvezza e buone letture. Mia madre contribuì non poco, grazie anche al benevolo e laborioso sostegno di mio padre, ad alleviare i disagi materiali e morali dei fratelli per evitare che ne venissero travolti.

Il periodo più drammatico che dovettero affrontare fu nell'ultima fase della Seconda Guerra Mondiale durante l'occupazione tedesca. Furono rinchiusi nelle carceri di Forlì dove subirono interrogatori e minacce con la paura di dover seguire la sorte di quelli che spesso di notte venivano prelevati per ignota e infausta destinazione. Mia madre, incurante dei bombardamenti, quasi quotidianamente si portava a Forlì per porgere ai fratelli un po' di cibo o una parola di conforto; non mancava di andare al comando fascista a elemosinare qualche notizia e implorare clemenza. Finché seppe che Primo e Secondo erano stati deportati nel Nord sotto l'egida tedesca. Corse allora al comando tedesco e si diede a supplicare e a scuotere anche fisicamente l'ufficiale in capo, da lei descritto come un omone grande e grosso, che però non diede alcun segno di ascolto o turbamento. Seguirono giorni e notti di grande disperazione per tutti noi. Finalmente si aprì il nostro cuore alla speranza quando si seppe che i fratelli erano stati visti nei pressi di Forlì spauriti e smagriti.

Erano giunti non lontano da casa a piedi, in maniera avventurosa, dopo essere riusciti a fuggire, insieme con altri sventurati, da un campo di concentramento tedesco durante un massiccio bombardamento, alla vigilia della deportazione in Germania. Ma la dura detenzione li aveva ormai segnati irreparabilmente. Primo, dopo breve e dolorosa malattia, morì nell'ospedale di Meldola da cui si riuscì a malapena a riportare a casa la salma con un mezzo di fortuna, quasi privo di freni o altro, che si arenò nel momento del passaggio a guado del fiume Bidente i cui ponti erano stati distrutti. Era quasi notte e si deve al contributo gentile di alcuni compaesani, fra cui ricordo i fratelli Ravaioli, se la povera salma riuscì ad essere riportata a casa per trovare finalmente 1'estrema quiete. Mia madre in quell'occasione mi venne a prelevare in collegio a Forlì per portarmi con sé a Meldola, ma io, pur restando sempre al suo fianco con profondo affetto, non fui in grado di darle sostegno, tanto grande era la mia paura quanto grande il coraggio di lei che, incurante di ogni rischio, rimase sempre amorevolmente vicina al defunto.

Anche Secondo non tardò a seguire il fratello dopo alcuni anni in cui fu inchiodato a letto da una lunga e penosa infermità. Mia madre si prodigò nell'assistenza giorno e notte, grazie anche all'aiuto di mio padre che contribuì con molta comprensione e in parte con gli introiti del suo instancabile lavoro di calzolaio. E ben meritarono i miei genitori i riconoscimenti ottenuti: in data 10 settembre 1961 a mio padre, Lorenzo, fu assegnato dalla Camera di Commercio, Industria e Agricoltura di Forlì un diploma di benemerenza "per un lungo periodo di ininterrotta attività" che peraltro si protrasse fino agli anni settanta; a mia madre, che si era prodigata nel corso della sua vita anche per altri familiari e per persone bisognose, fu assegnato il premio regionale della bontà in data 6 gennaio 1953 in Bologna con la seguente motivazione: "Tutta la sua vita è stata un continuo esercizio di bontà e di ininterrotta assistenza a molti suoi familiari malati gravemente per anni ed anni: ed anche ora continua a prodigarsi per chi soffre con atti di generosa umanità". Infatti, si rivolgevano a mia madre, che per quei tempi aveva frequentato i suoi bravi anni di scuola, tutti coloro che dovevano scrivere lettere o inoltrare richieste di sussidio ad enti assistenziali di cui seguiva poi anche l'iter burocratico. Talora si prestò anche a venire incontro concretamente non solo ai bisogni morali, ma anche a quelli materiali delle persone che le chiedevano aiuto, come nel caso della signora Pasquina Ravaioli, affetta da cecità, a cui offrì, fin quando fu possibile, vitto e alloggio. Soprattutto cercò sempre di alleviare le pene dei fratelli la cui fine fu triste, ma dignitosa: non erano venuti mai meno ai loro ideali di libertà e giustizia che non vollero mai rivendicare come trofeo di vittoria neppure dopo la fine del Regime, ma portarono con sé nella tomba come testimonianza di nobili e sofferti ideali 
[Cusercoli, 15. 02. 2006].
 
 Nota: sulla figura di mio zio CHICHIN ho parlato nel mio libro "Poi venne la Fiumana" era una personalità interessante, una specie di intellettuale contadino (oltre al repertorio romagnolo, recitava versi della Divina Commedia) Da ragazzino aveva svolto l'attivita di "aiutante sacrestano" a Selvapiana, ciò non gli aveva impedito, appena tornato a Civitella di essere fra i fondatori del locale Partito Comunista. Pensare che era parente, e nemmeno troppo alla lontana, della "santa" Donna Rosa Maltoni, madre di Benito Mussolini. L'ambito delle valle del Rabbi e del Bidente è ristretto, per cui i destini e le parentele si intrecciano.




lunedì 13 giugno 2016

VILLANETA: quando fu sospettata di essere un covo di terroristi...

ANNIVERSARI:13 giugno 2012 ore 5 di mattina i carabinieri suonano alla mia porta ...

VILLANETA - CAMPIGNA
TUTTA LASTORIA E' PUBBLICATA IN UN ALTRO POST DI QUESTO BLOG.
Fine di una storia.

 Nel corso del 2012 cominciamo a frequentare Villaneta alcuni ragazzi, che abitavano nel versante umbro-toscano dell'Appennino, avevano conosciuto Villaneta perché amici di un ragazzo che abitava in zona. Non erano visitatori usuali di quelli che si limitano a fare un soggiorno, ma si appassionarono alla struttura e al luogo,  contribuirono di loro iniziativa ad eseguire diversi lavori di manutenzione, vidi in loro lo stesso spirito che animava i primi frequentatori della struttura.

Eventi imprevedibili fecero precipitare la situazione.

La perquisizione.
Alle ore 5 di mattina del 13/06/2012. fui svegliato dai carabinieri nella mia abitazione di Forlì, subito pensai ovviamente ad una disgrazia familiare, e fu quindi un sollievo quando mi ordinarono  di presentarmi alla Caserma dei Carabinieri di Corniolo entro il termine di un'ora perché doveva essere eseguita una perquisizione a Villaneta, precisando che se non mi fossi presentato avrebbero sfondato le porte. Mi avviai subito chiedendomi cosa mai fosse successo, ma personalmente ero scocciato ma tranquillo, in quanto sicuro di non aver compiuto nulla di biasimevole e tanto meno di illegale, l’unica ipotesi che mi venne in mente fu che qualche ospite vi avesse nascosto un po’ di marijuana, ma in verità propendevo più per l’ipotesi di un errore. 
Dal Corniolo poi accompagnato da 4-5 agenti “dei nuclei speciali” (così si presentarono, ma non capii bene speciali di che cosa, poi setti dell' antiterrorismo) e dai carabinieri della locale stazione,  ci recammo a Villaneta, rimanendo all’oscuro del motivo della perquisizione, siccome mi avevano fatto solo il nome di uno dei ragazzi toscani che avevo ospitato, arrivai a pensare che l'avessero preso con degli spinelli e ipotizzassero che li avesse nascosti a Villaneta.
 Alle 8,00 si giunse a Villaneta, alle 8,20 la perquisizione era terminata. Si vide subito che si aspettavano di trovare una realtà diversa. Scartai l'ipotesi della droga perché non frugarono da nessuna parte, diedero solo un’occhiata e in particolare guardarono solo i libri presenti, capii poi il motivo di questo interesse quando infine tornati al Corniolo mi fu consegnato l'atto di perquisizione. Dal mandato di perquisizione appresi che uno dei ragazzi era indagato in quanto di fede anarchica. In specifico era solo accusato di aver scritto con la bomboletta sopra su un bancomat e di aver esposto durante una manifestazione uno striscione con la scritta“ Terrorista è lo stato”. Si riportava anche, che durante la perquisizione della sua auto, avvenuta peraltro anni prima, erano stati rinvenuti strani aggeggi che si ipotizzava servissero per futuri attentati. Capii subito che si trattava di attrezzi del suo lavoro (era un potatore degli alberi che eseguiva salendoci sopra senza l'ausilio di elevatori, come in effetti risultò poi essere). Tuttavia si sospettava il ragazzo di essere in contatto coi “terribili” anarchici greci, per cui contro di lui era stato spiccato un mandato d'arresto. Nel verbale di perquisizione si riferiva che nulla di particolare si era rinvenuto. In conclusione Villaneta era una normale casa per ferie.

La vicenda degli “anarchici insurrezionalisti” ebbe un grande rilievo anche sulla stampa nazionale, poi la vicenda sparì completamente e solo con grande fatica sono riuscito a sapere che la vicenda si era conclusa dopo un anno e mezzo con la piena assoluzione “perché il fatto non sussiste” del ragazzo che tuttavia nel frattempo si era fatto 6-7 mesi di prigione e un tempo ancor maggiore di arresti domiciliari.

Assolti "perchè il fatto non sussiste" però dopo essere stati parecchi mesi in prigione, essere sbattuti su tutti i giornali e  TV nazionali, additati come pericolosi terroristi, quando furono assolti niente, ho trovato solo questo trafiletto dopo molte ricerche.

Sono sotto accusa. FIne della "Casa per ferie"
Nell'immediato non mi preoccupai troppo dell’evento: era un normale controllo conclusasi con esito positivo per Villaneta. Fatto sta che il giorno successivo la notizia era su un giornale che riportata il fatto con esiti allarmistici e cominciarono i guai. Qualcuno dei presenti alla perquisizione si era evidentemente preoccupato di andarlo a raccontare subito alla stampa locale. Fui convocato dalla direzione della Coop UNICA (Che nel frattempo aveva inglobato la Coop Leo Gramellini “Valverde”). Fui additato come irresponsabile anche dagli altri "soci" nella gestione della casa, in quanto colpevole di non aver utilizzato la struttura al solo scopo di “utilizzo personale” (sic). Fui diffidato seduta stante dal frequentarla ancora.
Villaneta era arrivata alla Coop. UNICA in eredità dalla Coop “Valverde”, per la nuova dirigenza, ormai scevra dalle idealità associative degli inizi, questa struttura era considerata ormai un inutile peso che non produceva alcun utile (ma nemmeno perdite come ormai tutte le Case del Popolo da loro gestite), colsero l'occasione per disfarsene e in quella occasione  comunicarono l’intenzione di rinunciare alla concessione di Villaneta, come in effetti avvenne.
Da quel giorno sono tornato una sola volta a Villaneta,il 27 settembre 2012, quando mi fu “concesso” di prelevare i miei beni personali, riuscì a portar via quanto mi fu possibile non avendo un fuoristrada per raggiungere Villaneta. Per oltre tre anni  non ho avuto lo stato d’animo di tornarla a vedere. L’elaborazione del lutto è stata lunga. Ho frequentato Villaneta dal 1976 - 77 al 2012. Si chiuse così la storia della "Casa per ferie" improntata da Otello Gavelli sui principi di un turismo sociale ed autogestito. Rispettoso dell' ambiente. Ho partecipato dal 1984 alla sua gestione, occupandomi in prevalenza delle pratiche burocratiche, che non finivano mai. Ero anche il muratore per i piccoli lavori.  Villaneta fu il luogo dove mia madre ha fatto le uniche "ferie" della sua vita. E' il luogo dove portavo i figli. In altre parole Villaneta è stata parte della mia vita.
Palmiro Capacci 


Probalmente fui sospetettato anche io di essere un pericoloso insurrezionalista 
invece a Villaneta ero attento alle pluralità delle culture.



 Villaneta: trasporto del legname con le mucche

E' finita una storia, ma non è finita Villaneta, 
Altri continuano .....

lunedì 21 marzo 2016

STALIN II E IL GIOVANE MILITANTE





STALIN II e il giovane militante.

Frequentava abitualmente la Casa del Popolo e, specialmente quando aveva un po’ bevuto, praticamente sempre, dichiarava a gran voce che lui era Stalin Secondo. Non ne aveva per la verità il fisico del ruolo: era un anziano piccolo, magrissimo; i baffi li aveva, ma non erano dei baffoni come quelli di Josip Ziugasvili. Oltre ai baffi un po’ rossicci e un po’ grigi, aveva sempre la barba lunga un paio di millimetri, mai più lunga, mai rasata; come ciò potesse essere non era spiegabile, certo non era sua intenzione anticipare una moda che sarebbe venuta fuori solo dopo diversi anni.

Vestiva sempre con una giacca di panno piuttosto pesante, anche in piena estate, d’inverno aggiungeva una sciarpetta similseta al collo. In testa portava sempre il cappello a falde di feltro del tipo in uso ai romagnoli oltre mezzo secolo prima.

Tutti lo chiamavano Stalin tralasciando la numerazione, ben pochi ricordavano il nome vero. Naturalmente era iscritto al Partito, ma non veniva mai chiamato a svolgere una qualche attività, lo si lasciava parlare, ma nessuno lo prendeva sul serio, se c’era qualche estraneo in ascolto, ci si premuniva di prenderlo da parte per spiegargli che Stalin era un tipo certamente caratteristico, ma che era un buon uomo e soprattutto si precisava che assolutamente non rappresentava  l’opinione del Partito.

Arrivò il 1975, l’anno in cui avvenne il grande balzo in avanti del P.C.I. alle elezioni amministrative. Al lunedì sera, anche se lo spoglio delle schede non era terminato, si aveva già cognizione della grande vittoria elettorale. I seggi furono chiusi per essere riaperti l’indomani o per proseguire nelle operazioni di scrutinio. Nei militanti lo stato d'euforia era palpabile, “si tagliava a fette”. Dal “Nazionale” fu diramata una circolare riservata alle Federazioni, in cui si esprimeva preoccupazione per possibili provocazioni e colpi di mano dei fascisti contro i seggi elettorali. Il Partito andava mobilitato per sventare ogni tentativo reazionario contro la democrazia e la volontà popolare.

Va ricordato che nel clima di quegli anni, quest’ eventualità appariva tutt'altro che astratta, si era nel pieno della strategia della tensione, c’era stata Piazza Fontana, i fatti di Reggio Calabria e in tutti era vivo il ricordo del colpo di stato dell'11 settembre 1973 avvenuto in Cile. Fra i militanti era radicata la convinzione che il capitalismo fosse democratico finché le elezioni erano vinte da partiti che non mettevano in discussione il sistema e i comunisti di allora, nonostante la proposta del “Compromesso Storico”, mettevamo in discussione il “sistema”, volevano rivoluzionare la società seppur con metodo democratico e le lotte di massa. Forse, anzi certamente, non tutti gli iscritti avevano ancora una tale volontà rivoluzionaria, ma chi non metteva già più in discussione la società esistente e si sarebbe accontentare di migliorarla o perlomeno di viverci nei migliori dei modi, teneva ancora un profilo basso nell'attesa che arrivasse il loro tempo.

La Sezione locale del Partito si mobilitò immediatamente. Il Comitato di Sezione si convocò in una riunione informale: fu un incontro breve perché i compagni che erano stati nei seggi erano stanchi e poi non c’era bisogno di discutere le direttive del Nazionale, se erano state emesse avevano ragion d’essere ed andavano attuate, si doveva solo decidere come farlo. Si convenne di presidiare i nostri seggi dall’alto del tetto terrazzato della Casa del Popolo da cui si godeva un'ottima vista dell’ingresso della scuola in cui erano collocati. La riunione si tenne nel bar e i discorsi furono uditi da Stalin che prontamente si offrì come volontario; non gli si poteva dirgli di no, se non altro per motivi di cortesia, fu quindi preso nell’improvvisata squadra della vigilanza democratica. I compagni si lasciarono per tornare a casa per mangiare qualcosa, per informare la famiglia, per prendere su una maglia pesante. L’appuntamento per iniziare la guardia fu fissato a mezzanotte.

Anche Palmiro, il giovane segretario del locale circolo dei giovani comunisti, si presentò volontario. Avrebbe avuto tutti i motivi per essere esonerato in quanto dopo un paio di settimane avrebbe dovuto sostenere l’esame di maturità, fino a quel momento aveva partecipato fino allo spasimo alla campagna elettorale ed era decisamente in ritardo con lo studio, ma voleva esserci, pensò che l’interesse particolare non dovesse prevalere su quello generale. Nel momento del bisogno un comunista non si tira indietro: la storia bussava alle porte della nazione ed era questo che contava; si poteva cominciare a studiare il giorno successivo.

La madre del giovane segretario non fu troppo contenta di questa sua scelta, gli chiese se ci fosse proprio bisogno anche della sua partecipazione, ma si limitò alla raccomandazione di stare attento perché coi fascisti non si scherzava, lei lo sapeva bene avendoli combattuti trenta anni prima come partigiana nelle Brigate Garibaldi. Palmiro d’altronde non portava quel nome per caso.

Nonostante che i molti compagni impegnati nei seggi fossero esonerati dalla vigilanza perché la mattina dopo avrebbero dovuto essere ben svegli per non farsi “fregare” un solo voto e che altri la mattina successiva avrebbero dovuto recarsi al lavoro, a mezzanotte si trovarono in parecchi su quel tetto. Quasi tutti avrebbero fatto tutta una tirata: quando smontavano dalla vigilanza sarebbero andati direttamente al lavoro, gli altri sarebbero rimasti a supporto dei compagni impegnati nei seggi e verso sera era già nel conto che sarebbero tutti convenuti nella piazza di fronte alla Federazione del Partito per festeggiare. Con la fede e l’adrenalina che erano alle stelle il fisico avrebbe sicuramente retto.

All’appuntamento arrivò anche Stalin che aveva portato con sé un sacco di iuta, giunto sul terrazzo l'aprì e tirò fuori la doppietta da caccia con le relative munizioni a pallini grossi, come tenne a precisare. mentre si accingeva a caricare l’arma il segretario del Partito gli ordinò di riportarla subito a casa, al che lui sorpreso e irritato replicò: “Che facciamo a fare la guardia senza fucile? Se vengono i fascisti come li affrontiamo? Gli urliamo dietro... gli mandiamo dei "cancheri"... ?" Stalin II si allontanò con la sua doppietta mugugnando per non tornare più. Mentre si allontanava lo si udì brontolare che lui le cose le faceva seriamente o non le faceva affatto e che i comunisti ormai non avevano più la tempra di una volta: si stavano imbastardendo.

Le sue osservazioni diedero da pensare al giovane militante. Già se fossero arrivati i fascisti come li avrebbero affrontati? Probabilmente non avrebbero corso grossi rischi personali, essendosi barricati sul tetto della Casa del Popolo come antichi guerrieri appollaiati sugli spalti di una rocca, anche se gli eventuali squadristi dal basso avessero sparato, avrebbero potuto facilmente ripararsi abbassandosi dietro al cornicione del terrazzo. La posizione da un punto di vista tattico era ottima per la difesa e l’osservazione, ma assolutamente inutile per contrastare gli avversari. Non avrebbero potuto fare nulla, se non telefonare alla polizia, ma questo l’avrebbero potuto fare anche i militari a guardia dei seggi che peraltro erano dotati di fucili da guerra e quindi capaci di reagire efficacemente in proprio. L’unica cosa che in più avrebbero potuto fare era telefonare alla squadra del Partito che presidiava la Federazione, infatti, ci si premunì affinché il locale dove era il telefono non fosse chiuso a chiave dal barista.

Durante le lunghe ore di guardia Palmiro ci pensò su: forse questa volta Stalin non aveva detto una delle sue solite sciocchezze che tutti ascoltavano con bonaria commiserazione.

Verso mattina quando cominciò ad albeggiare e i compagni alla spicciolata cominciavano a lasciare la postazione, trovò la risposta: la mobilitazione non serviva tanto ad affrontare e respingere l’eventuale provocazione fascista, quanto a mantenere vigili e scattanti i militanti, insomma quella guardia al seggio era una utile ginnastica rivoluzionaria.

Il giovane assorto nei suoi pensieri guardava affascinato il sol dell’avvenire che sorgeva lento ed inarrestabile all’orizzonte a scacciare poco a poco le tenebre per risvegliare il mondo a nuova vita. Non distaccò mai lo sguardo da quella visione e non s’avvide che alle sue spalle, nella parte ancora oscura ed incognita del cielo, poco alla volta banali nuvole si addensavano, finché giorno dopo giorno avrebbero finito per oscurare le speranze di quell'alba.

Decenni dopo quei momenti esaltanti erano rimasti impressi nella mente e nello spirito dell’ormai non più giovane militante, spesso ci ripensava con nostalgia, mai con rimpianto, questo lo riservava tutto ai periodi successivi. Ripensava anche a Stalin II, a quella notte e a quell’alba limpida, gravida di promesse e speranze. Provava rammarico per le speranze andate deluse, ma ancor più per la solitudine di chi, nonostante tutto resisteva nel volerle coltivare. Anche Stalin con la sua "schioppa" era scomparso.ormai da tanto tempo. Il ricordo si tramutava in melanconica nostalgia, ma la vita continua e allora cacciava via tutti questi pensieri con una considerazione amena: "Forse bisognava fare più ginnastica."

Ricordo di Palmiro Capacci 


 Federazione Giovanile Comunista 1977
Mauro Cappelli e Palmiro Capacci