martedì 14 ottobre 2014

PARTIGIANI di PREDAPPIO (Elenco)





        


L’adesione alla Resistenza dei cittadini di Predappio.
di Palmiro Capacci

Tratto dal libro:
La foja de farfaraz.

PREDAPPIO cronache di una comunità viva e solidale”



Predappio la “Città del Duce”, dove nacque e dove è sepolto. L'attuale capoluogo comunale nemmeno esisteva all’avvento del fascismo, fu costruito ad hoc per volere di Mussolini. Predappio era meta di pellegrinaggi già nel ventennio. Pellegrinaggi che continuano, in tono assai minore, tuttora per visitare la tomba di Mussolini. C’è chi immagina che questo paese non possa che avere il ruolo di contorno al “sepolcro” del duce del fascismo. Questa vulgata trova ormai diffusione anche in questa terra, in diversi ormai affermano che in fondo che male c’è se qualche “pataccone vestito di nero”, viene a fare il turista, a comprare un po’ di "souvenir". Si sente dire: “Ben vengano, lasciano un po’ di soldi”.
Ma Predappio è questo? Certo Mussolini curò in modo particolare il suo paese nativo, arrivarono molti finanziamenti statali. Si sa che i dittatori vogliono essere particolarmente amati nel paese d'origine.
All’inizio del ventesimo secolo Predappio aveva una consolidata tradizione democratica e rivoluzionaria. Con l'avvento del Regime fascista molti antifascisti che non si adeguarono al nuovo corso dovettero emigrare, altri cittadini arrivarono nel "paese nuovo" perché c'era lavoro nei cantieri e nelle nuove industrie, naturalmente la precedenza era data agli elementi di fiducia, ma ciò non sempre era possibile, perché, occorrendo mano d’opera qualificata, arrivarono anche operai dal nord Italia con un'elevata coscienza di classe. E’ evidente che chi guarda la storia “da fuori” e ne accetta la vulgata acriticamente è portato ad identificare Predappio col cittadino famoso cui diede i natali. Eppure la storia non è andata così.
Predappio non fu solo la “Città del Capo”, fu (ed è) molto altro. Guardando i dati della partecipazione alla lotta di Liberazione vediamo che questo Comune diede un contributo non trascurabile. Certo ciò appare come un fatto eccezionale: poteva essere diverso, data la sua particolare condizione e invece la sua vecchia anima rivoluzionaria, socialista e in definitiva antifascista, pur scalfita ed ammutolita per molti anni, riemerse dall’ombra ancora vitale.
In Comune di Predappio risultano essere nati 60 partigiani e 41 patrioti per un totale di 101 elementi, di cui 8 donne. Se rapportati alla popolazione residente (censimento del 1936) la percentuale dei resistenti e dell’1,1%, leggermente inferiore alla media Provinciale che è l’1,3%.
Tuttavia nell’esaminare i dati sull'adesione alla resistenza dei predappiesi occorre tener presenti due considerazioni:
1)     Nell’analisi dei dati delle adesioni alla resistenza attiva dell'allora Provincia di Forlì che comprendeva Rimini, si è utilizzato come elemento di riferimento il Comune di nascita, ma il Comune di Predappio dal 1923 ampliò notevolmente il suo territorio a spese dei Comuni vicini, per questo uno studio che si basi fondamentalmente sul Comune di nascita, non può che registrare dei dati sottostimati. Chi era nato nei territori accorpati a Predappio risulta all'anagrafe nato in un altro Comune.
2)     Predappio non fu al centro dello stanziamento Partigiano, ed uno degli elementi che portarono a più alte adesioni era appunto la presenza stabile delle loro formazioni sul territorio.
Se esaminiamo anche i partigiani residenti a Predappio ma nati altrove il numero è destinato a crescere notevolmente, di 85 unità. Molti di questi cittadini sono immigrati a Predappio anche da località lontane, ma in diversi ricadono nella situazione sopra descritta, per questo risultano nati in un Comune limitrofo ,anche se in alcuni casi non hanno nemmeno cambiato casa di residenza. A questi bisogna aggiungere n. 15 partigiani nati a Predappio ma che hanno operato in formazioni partigiane d'altre province della regione: 12 a Ravenna, 2 Modena e 1 a Parma e almeno altri 2 che hanno operato con la Resistenza Jugoslava. In totale fra nati e/o residenti a Predappio raggiungiamo la cifra di 127 partigiani e 76 patrioti. Esponendo diversamente i dati abbiamo che 67 partigiani sono nati a Predappio ma emigrati altrove, altri 49 sono nati a Predappio e continuano a risiedervi, 85 figurano come immigrati da altri comuni. Dei due che operarono all'estero non abbiamo informazioni salvo che una testimonianza di Adler Raffaelli in un articolo in cui tuttavia non riporta i loro nomi. Non sappiamo se vi siano altri "resistenti" originari di Predappio che abbiano operato fuori dalla regione , a parte il caso particolare di Adone Zoli.
Predappio mostra negli anni venti e trenta un’alta mobilità demografica e un forte aumento della popolazione che passa dai 7.293 ab. del 1921(dato rapportato al territorio attuale) ai 9.210 del 1936 per crescere ancora con l'apertura degli stabilimenti Caproni. Non meraviglia quindi la forte immigrazione determinata dalla nascita del nuovo paese e dalla industrializzazione, meraviglia invece la forte emigrazione, infatti, molti volenti o nolenti dovettero abbandonare il paese per motivazioni politiche: il Duce e i suoi seguaci non gradivano la presenza di antifascisti nella “Città del Capo” e quindi si spiega che fra gli oriundi di Predappio vi sia stata una consistente adesione alla Resistenza.
Il numero dei partigiani deceduti che erano nati a Predappio è di 7 unità (6 nella nostra provincia ed 1 nel ravennate). Fra i residenti le vittime della repressione nazifascista furono 18. 
 I dati comprendono gli abitanti di Fiumana

e degli altri territori aggiunti fra il 1924 e il 1927.

L'adesione alla Resistenza dei predappiesi è piuttosto precoce; ben 37 su 134 aderiscono già nel 1943, e dopo il mese di giugno 1944 gli arrivi sono solo 10 di cui nessuno nel mese d'ottobre. In sostanza non c’è stata la corsa all’ultimo momento “in aiuto a liberatori”. Nei paesi ci si conosceva tutti e nell’autunno del ’44 lo spartiacque si era già definito, poi chi era stato alla macchia per diversi mesi probabilmente non gradiva troppo le adesioni dell’ultima ora. Fra i nati a Predappio ed emigrati altrove, l’adesione è ancora più precoce: ben 22 su 67 entrano nella Resistenza già nel 1943.
 Dall’analisi dei dati sull'intera provincia, si è rilevato che la grandissima parte dei "resistenti" proveniva dai ceti popolari, contenuta fu la presenza dei ceti medi ed addirittura sporadica quella dei ceti elevati. A Predappio (nati e/o residenti) questa tendenza è ancora più marcata: oltre la metà è composta da mezzadri o braccianti. Di coltivatori diretti ce n’è solo uno (forse altri due che sono classificati genericamente contadini). Corposa è la presenza d'operai (43 elementi). Gli artigiani e commercianti sono solo 9. Gli impiegati sono 10 e sono di "basso" livello: solo 3 di loro hanno conseguito un diploma.
I livelli d'istruzione vanno di pari passo con quanto affermato sulla composizione sociale, su 201 elementi solo in 9 hanno frequentato un corso d'avviamento professionale e solo in 4 (di cui uno ancora studente) hanno frequentato una scuola media superiore, nessuno l’università.
Evidentemente a Predappio l’egemonia che il regime esercitò sui ceti medi e sulla piccola borghesia, concentrati nel capoluogo, fu più forte che altrove, mentre, nonostante gli sforzi sostenuti, rimase assai debole sui ceti popolari. Non ci sono dati precisi al riguardo, ma va notato che la situazione è diversificata fra i tre maggiori centri abitati del Comune; è facile supporre che le frazioni e la campagna abbiano dato un sostegno assai maggiore alla Resistenza rispetto al Capoluogo.
Le schede matricolari dei partigiani e patrioti contengono anche la voce riguardante la località di residenza e di nascita, ma il dato riportato non è affidabile perché spesso non è compilato, oppure si è ripetuto il nome del Comune, invece di precisare la frazione o la parrocchia. Dei 134 residenti nel Comune solo 61 precisano la frazione, esattamente: Fiumana 30, Tontola 13, Porcentico 9, San Savino 4, Santa Marina 3, Predappio Alta 1 e San Cassiano 1. Per i caduti residenti a Predappio si conoscono le frazioni dove abitavano: Porcentico 7, Fiumana 6, Predappio Alta 2, Santa Marina 2, San Savino 1 e Predappio 1.
Nel complesso Predappio fu e rimase un Comune antifascista, nonostante fosse il “Comune natale del Duce”, con tutto quanto ne conseguì.
A molti e specialmente ai forestieri che non conoscono lo spirito che animava la terra di Romagna una così elevata partecipazione alla Resistenza antifascista proprio a Predappio potrà sembrare inconcepibile, ma questo è stato.
"Riappropriamoci della nostra storia", si dice da più parti con riferimento a Predappio. Siamo totalmente d’accordo: Predappio non si può ridurla alla “Città del Capo”, è molto di più e d'altro, per questo i democratici e gli antifascisti devono amare ed essere orgogliosi di questo comune romagnolo.





PARTIGIANI E PATRIOTI NATI E/O RESIDENTI A PREDAPPIO
(Fonte: dell'Università di Bologna - Dipartimento discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche (Progetto diretto da Prof. Luca Casali).   





PARTIGIANI CADUTI

NATI E/O RESIDENTI A PREDAPPIO


            Alfezzi Pietro di Giovanni.

Nato a Predappio il 29 giugno 1904, residente a Forlì, coniugato e padre di un figlio. Riconosciuto partigiano dell'8 brigata con ciclo operativo dall'11 febbraio al 5 settembre 1944.

Impegnato nel servizio logistico dell'8a brigata Garibaldi, per la raccolta e l'invio di armi e materiali, fu scoperto e arrestato il 7 luglio 1944. Non si conoscono il luogo della detenzione e il trattamento riservatogli. Il 5 settembre 1944 veniva fucilato al Campo d'aviazione di Forlì assieme ad altre 29 persone.

            Bandi Carmela di Battista

Nata a Predappio il 23 ottobre 1881 e residente a Russi (RA) – Casalinga

Riconosciuta partigiana della 28a Brigata Garibaldi “Mario Gordini” con ciclo operativo dal 2 luglio 1944 al 14 novembre 1944. Si presentò volontaria per una rappresaglia in sostituzione del figlio. Veniva fucilata sotto il ponte San Michele di Ravenna.

            Bertaccini Giuseppe fu Giovanni.

Nato a Civitella di Romagna il 31 luglio 1887, residente a Porcentico, Comune di Predappio, coniugato e padre di cinque figli. Riconosciuto partigiano della 8a Brigata con ciclo operativo dal 10 gennaio 1944 al 23 agosto 1944. Il 17 agosto una ventina di armati, militi e tedeschi, dopo aver circondato l'abitazione a Porcentico, lo trassero in arresto e lo picchiarono assieme al fratello Angelo affinché rivelassero quanto era di loro conoscenza. Tradotto e imprigionato a Civitella assieme a una trentina di persone, il 23 agosto venne prelevato con altri cinque e fucilato in San Filippo, sulla strada per Collina alla periferia di Civitella.

            Bravetti Primo di Alvaro

Nato a Predappio il 13 agosto 1921 ed ivi residente – Bracciante agricolo.

Riconosciuto partigiano della’8a Brigata Garibaldi con ciclo operativo dal 16 dicembre 1943 al 1 novembre 1944.

Caduto in combattimento a Fiumana frazione di Predappio.

            Casadei Onorio di Amedeo.

Nato a Predappio il 16 marzo 1923, residente a Forlì, frazione di Branzolino, mezzadro, primo di tre fratelli, celibe. Riconosciuto partigiano della 29a Brigata GAP con ciclo operativo dal 10 gennaio al 30 novembre 1944. Arrestato il 1 settembre 1944, fu incarcerato a Forlì e poi deportato in Germania. Risulta morto a Bruex il 16 gennaio 1945.



Galeotti Primo Di Mario Ottavio. 

Nato a Mortano il 24 febbraio 1895, residente a Porcentico, colono, coniugato e padre di quattro figli. Riconosciuto partigiano dell'8a brigata con ciclo operativo dal 1 gennaio al 23 agosto 1944.

Il 17 agosto una ventina di armati, militi e tedeschi, dopo aver circondato l'abitazione, a Porcentico, lo trassero in arresto e lo picchiarono affinché rivelasse la presenza e il recapito degli altri partigiani. Tradotto a Civitella assieme ad una trentina di persone, il 23 agosto venne prelevato con altri cinque e fucilato in San Filippo, sulla strada per Collina alla periferia di Civitella.

            Landi Pietro di Alfredo.

Nato a Civitella il 23 gennaio 1922, residente a Fiumana di Predappio, operaio, primo di cinque figli, celibe.Riconosciuto partigiano dell'8a Brigata con ciclo operativo dal 1 febbraio al 7 aprile 1944.

La mattina del 7 aprile 1944 morì durante la battaglia di Calanco nei pressi di Fragheto

            Mercatali Ariodante di Domenico.

Nato a Predappio l'11 febbraio 1927, ivi residente in frazione Fiumana, manovale, secondo di cinque figli, celibe. Riconosciuto partigiano dell'8a Brigata con ciclo operativo dall'8 settembre 1943 al 24 aprile 1944. Partigiano dell'8a, catturato, tradotto alle carceri di Forlì, veniva poi condotto ad Alessandria e fucilato il 24 aprile 1945.

            Palareti Aldo di Augusto.

Nato a Predappio il 28 aprile 1909, residente a Galeata, sarto, coniugato e padre di un figlio. Riconosciuto partigiano dell'8a Brigata con ciclo operativo dal 10 settembre 1943 al 23 aprile 1944.

La sua abitazione era punto di riferimento per i materiali, le armi e gli uomini che dovevano raggiungere la brigata partigiana in via di organizzazione.

 Nel febbraio 1944, dopo l'assalto alla locale caserma della GNR, gli fu impossibile continuare l'attività a Galeata e raggiunse la brigata. Portatosi verso Galeata per sfuggire al Grande rastrellamento d'aprile, venne catturato alle ore 2 del 23 aprile 1944, assieme a Libero Balzani, Luigi Bandini e Bruno Patrignani, in località Rio Secco.

Dopo sevizie, fu fucilato nella stessa mattinata presso la cosiddetta "fabbrica delle ginestre" senza alcun processo -nemmeno sommario- incolpato della morte dello squadrista Secondo Ghetti.

Medaglia d'argento al VM.





            Piazza Antonio di Giovanni.

Nato a Predappio il 27 marzo 1923, residente a Forlì in frazione S. Martino in S., quinto di undici fratelli. Riconosciuto partigiano della 29a Brigata GAP con ciclo operativo dal 11 gennaio al 29 maggio 1944.

Ferito il 25 maggio 1944, decedeva all'ospedale di Dovadola il 29 maggio.

            Scala Antonio di Giovanni.

nato a Bagno di Romagna. il 20 gennaio 1927, residente a Predappio, frazione di Porcentico, colono, secondo di nove figli.

Riconosciuto partigiano dell'8a Brigata con ciclo operativo dal 15 marzo al 23 agosto.

Residente a Porcentico, il 17 agosto una ventina di armati, militi e tedeschi, dopo aver circondato l'abitazione, lo trassero in arresto assieme al padre Giovanni e al fratello Francesco. Tradotti a Civitella assieme ad altre trenta persone. Il 23 agosto venne prelevato con altri cinque, tra i quali il padre e il fratello, e fucilato in San Filippo, sulla strada per Collina alla periferia di Civitella.

            Scala Francesco di Giovanni.

Nato a Bagno di Romagna il 12 marzo 1929, residente a Predappio in frazione Porcentico, colono, terzo di nove figli, celibe. Riconosciuto partigiano dell'8a Brigata con ciclo r operativo dal 15 febbraio al 23 agosto 1944.Il 17 agosto una ventina di armati, militi e tedeschi, dopo aver circondato la sua abitazione sita in Porcentico, lo trassero in arresto assieme al padre Giovanni e al fratello Antonio. Tradotti a Civitella assieme ad altre trenta persone. Il 23 agosto venne prelevato con altri cinque, tra i quali il padre e il fratello, e fucilato in San Filippo, sulla strada per Collina alla periferia di Civitella.

            Scala Giovanni fu Angelo.

Nato a Bagno di Romagna il 26 agosto 1888, residente a Predappio frazione di Porcentico, colono, coniugato e padre di nove figli.

Riconosciuto partigiano dell'8a Brigata con ciclo operativo dal 1 gennaio al 23 agosto 1944.Il 17 agosto una ventina di armati, militi e tedeschi, dopo aver circondato l'abitazione, lo trassero in arresto assieme ai figli Antonio e Francesco e altri trenta abitanti di Porcentico, padri e parenti di partigiani. Portati a Civitella furono rinchiuse nelle locali carceri. Il 23 agosto venne prelevato coi due figli e fucilato in San Filippo, sulla strada per Collina alla periferia di Civitella.

            Valentini Carlo fu Luigi.

Nato a Santa Sofia il 14 ottobre 1882, residente in Predappio in frazione Porcentico, colono, coniugato e padre di quattro figli.

Riconosciuto partigiano dell'8a Brigata con ciclo operativo dal 1 gennaio al 23 agosto 1944.Il 17 agosto una ventina di armati, militi e tedeschi, svolsero un rastrellamento contro l'abitato di Porcentico incendiando alcune case e maltrattando gli abitanti. Arrestato con altre trenta persone, padri e parenti di partigiani, fu condotto a Civitella. Il 23 agosto venne prelevato con altri cinque, Scala Giovanni con i figli Antonio e Francesco, Giuseppe Bertuccina, Primo Galeotti, e fucilato in San Filippo, alla periferia di Civitella.





Altri predappiesi morti in guerra dopo l’8 settembre.



Non riportati nel monumento collocato nel parco della Residenza Comunale: Balzani Ruffillo, anni 45 di Predappio. Bartoli Duilio, anni 19 di San Savino. Milanesi Giovanni, anni 21 di Santa Marina. Limoncelli Nello, anni 22 di Fiumana. Versari Sergio, anni 22 di Santa Marina

Nella lapide posta nelle scuole di Fiumana troviamo anche il nome di Tassi Rag. Giovanni. Padre Vittorino ricorda la signora Vittoria Mengozzi e il Rag. Benizzi Versari, ma ve ne furono altre.



Questi elenchi non esauriscono le vittime di guerra: andrebbero innanzitutto aggiunti i soldati morti al fronte o in prigionia, qualche altra vittima dei bombardamenti e delle mine, di cui non abbiamo trovato gli elenchi.

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Diploma di medaglia garibaldina e croce al valor militare di Laghi Paolina nata a Predappio il 9/4/1921, poi emigrata nei primi anni del regime fascista nel vicino Comune di Civitella di Romagna a causa delle idee socialiste della sua famiglia.

 
ANTIFASCISTI E PERSEGUITATI POLITICI

DI PREDAPPIO NEL VENTENNIO

Tratto dai libri dell'ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati politici Italiani Antifascisti): “I Sovversivi Antifascisti e perseguitati politici in Provincia di Forlì 1926 – 1943” di Luciano Casali e Vladimiro Flamigni e “La provincia del duce contro il fascismo” di Berto Alberti (Battaglia) e Luigi Zanchini.

Predappiesi condannati dal Tribunale speciale del regime fascista.

Bartoli Quinto, nato a Predappio il 19 ottobre 1906, bracciante. Residente a Predappio.
Arrestato il 22 novembre 1930 con altri 140 facenti parte di un’organizzazione comunista operante in Romagna. Deferito al Tribunale speciale il 16 febbraio 1931 fu condannato a tre anni di carcere per appartenenza alla cellula diretta da Domenico Venturelli e composta da Natale Valla, Giovanni Malpezzi, Ermenegildo Fagnocchi per avere diffuso stampa e inalberato bandiere rosse. L'11 novembre 1932, in occasione dell’amnistia per il decennale della marcia su Roma, fu liberato dal penitenziario di Firenze e sottoposto a vigilanza.

Guardigli Alfredo, nato a Predappio l’11 giugno 1910, maniscalco. Residente a Predappio.
Arrestato il 1° dicembre 1930 per appartenenza all’organizzazione comunista, fu deferito al Tribunale speciale unitamente a 140 comunisti romagnoli. Il 2 maggio 1931 fu condannato ad un anno di carcere (che trascorse a Regina Coeli di Roma), perché collaboratore del capo settore Alfredo Samorì nella diffusione della stampa e nella raccolta fondi per il Soccorso Rosso. Liberato alla fine della pena il 30 novembre 1931, fu sottoposto a vigilanza.

Boattini Domenico, nato a Predappio il 6 gennaio 1862, invalido. Residente a Predappio
Militante socialista fin da prima della “grande guerra” subì le persecuzioni fasciste. L’8 aprile 1938 fu arrestato per discorsi antifascisti e il 2 maggio condannato a cinque anni di confino ad Amendolara (Cs) commutati in ammonizione il 6 giugno 1939 in considerazione della cattive condizioni di salute.
Papini Adamo, nato a Predappio il 3 agosto 1900, facchino; residente a Cesena. Militante comunista, il 21 novembre 1927 venne diffidato ad astenersi da ogni compagnia e attività sovversive.
Il 30 luglio 1934 venne arrestato unitamente a Giovanni Amaducci (e altri) perché denunciati da due persone che, al fine di procurarsi un lavoro acquisendo meriti agli occhi della polizia e fascisti, addossarono loro la responsabilità delle diffusioni di volantini con la scritta “ W il comunismo” avvenute nelle notti del 8 maggio e del 12 luglio. Dopo quaranta giorni di carcere, fu rimesso in libertà e sottoposto a vigilanza fino al 1943.

Valmori Teresa, nata a Predappio il 30 ottobre 1904, operaia, residente a Forlì.
Operaia del calzaturificio Battistini di Forlì, nel 1925 fu più volte minacciata ed aggredita dai fascisti, Nel 1930 espatriò clandestinamente in Francia. Nel 1940 fu arrestata dalla polizia francese e consegnata alla polizia italiana che la inviò a Forlì. Nuovamente impiegatasi presso il calzaturificio Battistini, nel settembre 1941 fu animatrice delle lotte operaie e delle donne contro il razionamento del pane e per la pace, Arrestata, dopo due settimane di carcere fu sottoposta ai vincoli dell’ammonizione. Durante la Resistenza fu staffetta del comando dell’8a Brigata Garibaldi “Romagna”.

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Nella Provincia di Forlì risultano: n. 131 condannati al confino (per un numero variabile d'anni ognuno); n. 86 condannati al carcere per complessivi 381 anni, più una condanna all’ergastolo. Quattro furono uccisi in carcere: Gastone Sozzi, Pio Armuzzi, Scevola Riceputi e Derno Varo, tutti cesenati. Dalla Provincia di Forlì partirono (ovviamente clandestinamente) 55 volontari nelle Brigate internazionali in difesa della Repubblica Spagnola, in undici perirono negli scontri contro i franchisti.

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Ricordiamo ancora una volta le figure dei socialisti locali che all’inizio degli anni 20 si opposero all’avvento del fascismo raccontate in questo libro fra cui spicca la figura di Ciro Domenico Farneti di cui non abbiamo parlato in modo specifico perché si rimanda al libro di Fulvio Farneti: “Domenico Ciro Farneti (1981-1925). Calzolaio socialista”, pubblicato di recente dal Comune di Predappio.
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mercoledì 8 ottobre 2014

ELENCO PARTIGIANI PROVINCIA DI FORLI' 1943-44

 Aprendo LINK sottostante compare l'elenco dei PARTIGIANI e PATRIOTI che hanno operato nella Provincia di FORLI' del 1944, quindi con l'attuale Provincia di Rimini e senza i comuni del Montefeltro annessi di recente a Rimini.

Per l'analisi dei dati si rimanda al post pubblicato in questo BLOG nel dicembre 2013 dal titolo: " EPPUR BISOGNA ANDAR ..."


https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=gmail&attid=0.1&thid=148f0a2c4bcb49c8&mt=application/pdf&url=https://mail.google.com/mail/u/0/?ui%3D2&ik=9966c91008&view=att&th=148f0a2c4bcb49c8&attid=0.1&disp=safe&realattid=f_i10wkea60&zw&sig=AHIEtbSRk6RgOKB0fsmvM266orFrZVk06A


L'elenco è in ordine alfabetico per comune di nascita .

sabato 4 ottobre 2014

70° della Liberazione. Paolina incontra i ribelli e le medaglie.








La Paolina incontra i ribelli   (Inverno ’43 -’44)

I contadini di Seguno (Sgun) e di Cigno (Zegna) erano un po’ fuori dal mondo.
Abitavano in case sparse “su per i greppi”, o in fondo ad aspre e piccole valli che nessuno chiamava con tale nome, ma più correntemente si diceva “zö in te bug” (giù nel buco). Radio non ce n’erano, giornali non ne arrivavano ed i paesi erano lontani anche se ogni tanto bisognava andarci per il mercato o per adempiere a qualche incombenza burocratica (se nasceva un figlio d’inverno e c’era la neve si andava a denunciarlo all’anagrafe dopo qualche tempo posticipando la data di nascita).
Chi andava in paese raccoglieva notizie che poi scambiava con gli altri alla messa della domenica (di solito, mentre tutte le donne coi bambini entravano in chiesa a pregare, gli uomini rimanevano in gran parte fuori a chiacchierare) o durante le veglie serali. Gli uomini più giovani erano già da tempo sotto le armi e di tanti non si aveva più notizie; la loro assenza aumentava l’insicurezza e la paura.
Era già passato qualche tempo dall’otto settembre, ma lassù, fra le montagne di Seguno, nessuno aveva ancora visto i “ribelli”, però se ne parlava sempre più spesso. Qualcuno aveva sparso la voce che esistevano e che fossero pericolosi: banditi, ladri, assassini e stupratori. Si raccontava che erano anche peggio dei fascisti, i quali certamente non avevano mai goduto di buona fama in quei paraggi.
Paolina abitava in uno di questi poderi sperduti: il Casetto.  Questo era collocato giù nel “buco”, come precisava nei suoi ricordi, ed era particolarmente isolato, in fondo ad una ripida valle, posta fra Seguno e Cigno, quindi lontano da entrambi e scomoda da raggiungere. Paolina era molto giovane, aveva già due figlie (Colomba e Domenica) ed era incinta di Giovanni, che sarebbe nato all’inizio della primavera successiva. L’unico uomo di casa era il suocero, già anziano. Il marito Luisìn era “sotto le armi” già da qualche anno, però ogni anno nel periodo della mietitura gli concedevano “la licenza agricola”. Nella primavera successiva la famiglia cresceva. Nell’estate del 1943 era tornato in licenza, si era fermato un po’ di più perché doveva guarire dai postumi di una ferita, ed anche quella volta Luisìn partì lasciando un ricordo che cresceva nel ventre di Paolina. Luisìn fu sorpreso dall’otto settembre a Reggio Calabria: era rimasto “di là del fronte”, di lui non si sapeva più niente; la moglie confidava che fosse vivo e prigioniero degli inglesi, non sapeva che l’avevano già inquadrato nel nuovo Esercito Italiano “di Badoglio”.
La vita era dura, si viveva per gran parte con quel che si produceva, ma il podere era avaro e mancavano gli uomini per lavorare. Per fortuna c’era quel po’ di sussidio per il marito militare, ma forse in quei mesi non c’era neanche quello. Vivevano isolati, andare in giro non era sicuro, ma ogni tanto bisognava andare al paese per acquistare l’indispensabile: il sale, i fiammiferi e quanto non si poteva produrre sul posto. Era ancora notte fonda quando Paolina e la cugina del marito, che era ancora una ragazzina, caricarono la mula con quanto avrebbero venduto al mercato per ricavare i soldi per poi comprare il necessario, o meglio acquistare quanto possibile. Partirono, quando era ancora buio: per arrivare a Civitella di Romagna ci volevano alcune ore di cammino. Era una faticaccia, ma alle due donne non dispiaceva, almeno avrebbero visto “un po’ di mondo”, parlato con qualcuno che non fosse la “solita fäza” e sarebbero andate alla caserma dei Carabinieri a sentire se ci fossero state notizie del marito disperso.
Nel pomeriggio erano già sulla strada del ritorno, procedevano piano perché la stanchezza cominciava a farsi sentire, poi la mula era sciancata e procedeva col suo immutabile passo (quando parlava della mula Paolina intercalava sempre il discorso con la frase: “Povera bestia, quante ne ha passate nella sua vita”). Svoltarono per l’ennesima curva della mulattiera e videro che poco più avanti veniva loro incontro una lunga colonna d'uomini, erano armati e non portavano divise. Capirono subito che si trattava dei ribelli. Che fare? Per tornare indietro era troppo tardi e svoltare era impossibile. Scappare abbandonando la mula e il carico non era nemmeno da prendere in considerazione: a casa avevano dei bambini, quei pochi beni erano indispensabili.
La cugina di nostro padre chiese angosciata: “Paolina adesso che facciamo, ci sono i ribelli, hai sentito dire cosa fanno alle donne?”. Mia madre si fece coraggio e rispose: “Ascolta non bisogna dare retta a tutte le chiacchiere che si sentono in giro, tu sei ancora una bambina, io sono incinta, la pancia si vede bene, cosa vuoi che ci facciano? Non saranno peggio dei fascisti.”
Proseguirono adottando alcune precauzioni: misero la mula al centro della mulattiera, loro si posero al riparo dell’animale nel lato esterno … mia madre davanti, la ragazzina dietro, testa china, sguardo basso, fiato sospeso, avanti in silenzio. Incrociarono la lunga fila d'uomini che passava dall’altra parte della mula e sembrava ignorare le donne, finché un ragazzo rallentò e rivolse alle donne un apprezzamento un po’ grossolano; gli altri si misero a ridere. In un altro contesto le parole dette dal ragazzo forse sarebbero state valutate neanche del tutto disprezzabili o comunque tollerabili, ma non in quella situazione. Paolina pensò: “Ale! Ai sén” (Alè! Ci siamo), si strinse alla mula, pronta a reagire in difesa. Fu in quel preciso istante che da dietro alla colonna si fece avanti uno, che percepirono subito come un comandante, forse per la folta barba che portava, forse per il suo portamento e il tono della voce. Questi apostrofò subito il ragazzo e gli diede una “bella lavata di testa”. Paolina ricordava che all’incirca disse: “Sei un disgraziato ma come ti permetti di dare fastidio a queste donne? Ve l’ho detto che dovete comportarvi bene, già hanno messo in giro un sacco di bugie nei nostri confronti”. Poi finalmente si rivolse alle donne e chiese scusa, assicurando che il ragazzo non aveva cattive intenzioni e promise che non sarebbe mai più successo; aggiunse che loro erano ribelli, non erano delinquenti e banditi, che queste dicerie erano bugie messe in giro dai fascisti.
Nostra madre, che finalmente aveva alzato gli occhi, guardò in faccia l’uomo barbuto: era Duilio Piolanti di Cusercoli che conosceva di vista ed era noto come una brava persona, nemico giurato dei fascisti perché gli avevano ammazzato il padre. Guardò poi gli altri della fila, qualcuno lo conosceva; era gente del posto o dei paesi vicini, persone come loro. Entrambi si tranquillizzarono, ripresero il cammino e, col pensiero di poi, quasi si dispiacquero per il ragazzo, certo aveva detto una “boiata”, era stato maleducato, però, accidenti, che “cicchetto si era preso.
Tornate a casa raccontarono la loro avventura, spiegando che avevano incontrato i ribelli, che non bisognava dare retta alle voci che giravano che non erano dei banditi e fra loro c’era gente del posto. Da quel giorno i ribelli si videro spesso, ma avrebbero cambiato nome in partigiani.
Piolanti Duilio, soprannominato “Bêrba” (Barba), per Paolina e la nostra famiglia era il capo dei partigiani; sapevano di altri comandanti anche più importanti, ma erano “gente di fuori”, per loro il capo era lui. Di Duilio e del suo fratello Augusto, anch’esso partigiano, si fidavano ciecamente e continuarono a fidarsi anche dopo la guerra ... poi Duilio era giovane, autorevole ed aitante, insomma un bell’uomo, anche se per nostra madre quella barbaccia non gli donava per niente.



Le medaglie  (Primavera ’45 e oltre)

Alla fine della guerra Duilio Piolanti comunicò a nostra madre che, avendo aderito alla Resistenza, il nonno era stato classificato “patriota” e nostra madre “partigiana” delle Brigate d’assalto Garibaldi e quindi era come se avesse fatto per alcuni mesi il servizio militare. Paolina rimase molto sorpresa, non rammentava di aver aderito ad alcunché; vi si era trovata nel mezzo, non l’aveva scelto; aveva fatto quel che poteva per aiutare la Resistenza o più esattamente per aiutare quei ragazzi, trovava naturale che andasse fatto. Poi quella storia del soldato le sembrava curiosa, mica era un uomo, lei non aveva mai sparato, anzi non aveva mai toccato nessuna delle armi che erano passate per casa. Piolanti le spiegò che, se anche lei non aveva mai sparato, aveva fatto di più di tanti che un fucile in mano l’avevano avuto. Se molti si erano salvati era stato grazie a lei ed a tanti altri contadini. Su questo Paolina era d’accordo, poi l’idea di aver fatto il soldato cominciava a piacerle. Quando il comandante “Bêrba” le disse che avrebbe ricevuto “il soldo giornaliero”, come era in uso per i soldati dell’esercito regolare italiano, per i mesi che aveva prestato servizio effettivo, Paolina, donna concreta, abbandonò ogni obiezione, quei pochi soldi, nella condizione d'estrema miseria in cui versava la famiglia, erano quanto mai utili.
Un paio d’anni dopo ricevette anche la medaglia garibaldina, a forma di stella, con l’effigie di Garibaldi con annesso il diploma a firma di Luigi Longo e Pietro Secchia, i “capi dei partigiani di tutta Italia”, ne fu orgogliosa. Qualche tempo dopo ricevette anche la Croce di Guerra al Valor Militare ma la preferenza andò sempre a quella che le avevano dato i partigiani, gli sembrava più importante. Paolina andava in ogni modo fiera delle sue medaglie: le teneva nel cassetto e ogni tanto si ricordava di averle e le mostrava. Questo a nostro padre bruciava un tantino … ma come? ... Lui era partito militare nel 1938 ed era tornato solo nel 1945, era stato in Jugoslavia poi in Africa dove era rimasto ferito, con l’esercito di Badoglio aveva risalito tutta la penisola e a guerra finita in Italia l’avevano tenuto ancora in servizio fino alla resa del Giappone … ed a lui la medaglia non l’avevano data. Nostra madre poi lo provocava: “Sei stato in guerra per tanti anni, però a me han dato le medaglie a te no!”. Mio padre reagiva buttando la discussione sullo scherzo e rispondeva caustico: “Certo avete combattuto più voi rimasti a casa rispetto a noi che eravamo al fronte, voi combattevate corpo a corpo”, avendo cura di mantenere la battuta in un tono impersonale, mai rivolto direttamente a nostra madre.
Poi, negli anni Sessanta anche a nostro padre fu concessa la Croce al Valor militare, ma la diatriba non si ricompose e Paolina con malizia precisava: “Sì, però a te l’hanno data … quando la davano a tutti”.
Sul fronte delle medaglie nostro padre ebbe sempre vita dura.