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venerdì 14 giugno 2019

L'8^ Brigata Garibaldi "Romagna" a Pieve di Rivoschio.


Anche quest'anno, nel corso dalla manifestazione che si svolge a Pieve di Rivoschio per ricordare l'8^ Brigata Garibaldi, mi è stato chiesto di illustrare ai presenti i pannelli storici posti in questa località. Pieve di Rivoschio è uno dei luoghi topici della Resistenza in Romagna. Fu uno dei primi luoghi in cui cominciarono a costituirsi i primi nuclei partigiani poi, dopo la riorganizzazione della Brigata  seguita al rastrellamento dell' aprile 1944, luogo in cui  si insediò il Comando. 

Sono stato per la prima volta a Pieve di Rivoschio quando ero già adulto, tuttavia appartiene ai ricordi della mia infanzia attraverso i racconti di mia madre, partigiana dell' Ottava. Per la precisione il nome era declinato in romagnolo "Pieva d'Arvost", linqua usata in famiglia. Talvolta, dalla in cima del monte dove abitavamo, indicava un cucuzzolo lontano dicendo: "Ecco là dietro a Giaggiolo, c'è Pieve di Rivoschio". In non capivo a quale cucuzzolo si riferisse e col tempo il luogo aveva assunto una patina di luogo importante e in po' misterioso.

Allego un breve bollettino che ho preparato per i miei acoltatoro prodotto a cura degli amivi di Valpisella





 













domenica 22 ottobre 2017

FASCISMO E ANTIFASCIMO A PREDAPPIO NEL VENTENNIO



(Testo tratto dal libro: La foja de farfaraz. Predappio: cronache di una comunità viva e solidale)
Monumento alla resistenza di Predappio.( Si trova nei parco del Palazzo Comuale)

Il fascismo di Predappio
Quanto affermato sulla natura del fascismo forlivese vale in modo particolare per quello di Predappio. Abbiamo già visto che il fascismo si impose non per stimolo interno: i fascisti locali era quattro gatti (il 28 ottobre 1922, data della “Marcia su Roma”, gli iscritti al Fascio erano 4 a Predappio e 2 a Fiumana) e questi non ebbero poi alcun ruolo di rilievo durante il regime. Il fascismo si affermò per imposizione esterna e non tanto degli altri fasci emiliano-romagnoli, che si limitarono a qualche spedizione punitiva, ma grazie all’opera dei Commissari prefettizi. In sostanza a Predappio è lo Stato autoritario che crea il Fascio locale e non viceversa. Nelle elezioni del 1924 l’unico discorso di un locale a sostegno del “listone fascista” riportato dal giornale è quello del segretario comunale Nicola Emiliani, peraltro a quel tempo non ancora iscritto al PNF. Di altri discorsi tenuti da rappresentanti locali del Fascio nel giornale nel corso del “Ventennio”non si troverà mai traccia, tranne qualche relazione amministrativa del Podestà.
Questa genesi determinerà le caratteristiche del Fascio locale che avrà un'impronta molto istituzionale ed amministrativa, oppure famigliare. Un ruolo importante sarà svolto, infatti, dai parenti di Donna Rachele. Non vi furono molti mutamenti nel corso del Ventennio: il Podestà Pietro Baccanelli rimarrà in tale ruolo per tutto il periodo, il segretario del Fascio sarà per lungo tempo Aurelio Moschi (cognato di Donna Rachele), la consorte sarà la responsabile delle "massaie rurali"ed infine il figlio responsabile locale dell’Opera Nazionale Dopolavoro. Il segretario del Fascio di Predappio Alta sarà Alcide Mussolini, divenuto nel frattempo “cavaliere”. Dopo la sua scomparsa l’incarico sarà ricoperto dal Podestà Pietro Baccanelli: evidentemente quel Fascio soffriva di una forte carenza di quadri.
Specialmente negli anni ’20 la vita nel fascismo forlivese fu convulsa e agitata da lotte intestine. Sul “Popolo di Romagna” si riportano spesso notizie di sospensioni ed espulsioni e cambio dei dirigenti, arrivano come commissari straordinari per normalizzare la situazione, personalità del calibro di Italo Balbo, Leandro Arpinati e Carlo Scorza, ma una relativa stabilità sarà raggiunta solo a metà degli anni trenta. Il Fascio di Predappio fa eccezione è tranquillo. Sul Popolo di Romagna, nel 1923, si riporta una sola espulsione per indegnità e la sospensione per tre mesi di un altro iscritto per indisciplina. Poi bisognerà aspettare l’inizio degli anni ‘30 per trovare notizia di altri provvedimenti disciplinari contro qualche iscritto al Fascio di San Savino. Fiumana mostra invece una vita del Fascio già più agitata. In un’indagine sulla Federazione del PNF forlivese, commissionata nel 1931 da Mussolini ai Carabinieri, fatto di per sé già alquanto significativo, la situazione nei fasci della provincia è ancora alquanto rissosa e problematica, i Fasci di Predappio e Predappio Alta risultano i più tranquilli ed elogiati dell’intera provincia.
I dirigenti fascisti di Predappio appaiono essenzialmente sul giornale come contorno alle cerimonie che vi si svolgono; talvolta si menziona la presenza del Podestà, quasi mai si menziona quella del segretario locale del Partito, mentre un ampio rilievo è dato alle “massaie rurali”, incaricate di presenziare all’arrivo delle varie delegazioni che visitano in paese. Il giornale riporta anche numerose foto di tali massaie nel loro costume di scena di stile ottocentesco. Ciò perché Predappio deve rappresentare anche il mito dell’Italia proletaria e rurale che, semplice e frugale, si contrappone alla crescente urbanizzazione ed ai cittadini “borghesi e decadenti”. Predappio Nuova ed i suoi abitanti svolgono un ruolo di cornice, di necessario supporto ai riti di pellegrinaggio organizzati dal regime. L’adesione al Fascio dei predappiesi non sorse dallo scontro politico, da adesioni ideologiche, ma dall’adeguamento dei suoi cittadini alla nuova situazione. A Predappio non si determinarono quindi odi profondi a livello personale, come accadde in altre zone. Nelle testimonianze più avanti riportate vi è un solo personaggio locale che fa eccezione ed è oggetto di forte contrasto, anche a distanza di tanto tempo. Appare come l’unico che fedele fino in fondo al fascismo, “un combattente integrale” in un paese privo di eroi e martiri fascisti: non ve ne furono durante l’ascesa, né durante il regime nelle guerre d’Africa e di Spagna e,da parte fascista, nemmeno durante la Resistenza. Le vittime della seconda guerra mondiale che abbiamo trovato menzionate sono soldati, civili e partigiani. Questa genesi e natura del fascismo di Predappio spiega la scarsa “presa” che ebbe la R.S.I. nel paese. Il podestà Baccanelli, che era l’unico “uomo forte del regime” si ritirò indisturbato nella sua tenuta. L’unico atto amministrativo che lo riguarda durante la R.S.I. è la delibera del Commissario prefettizio del 31/12/1943 che accoglie la sua richiesta di rimborso della “somma spesa di lire 1600 sostenute per la confezione di n. 6 album contenenti le foto dei genitori del duce donate poi a personalità” avvenuta nel periodo in cui era ancora il Podestà. Ritroviamo Baccanelli anche in una delibera della Giunta Ferlini dopo la Liberazione, quando cede a noleggio la sua moto al comune da destinarsi ai Regi Carabinieri che sono privi di mezzi di trasporto. La delibera fissa la spesa per la riparazione del mezzo, ma precisa di “riservare le spese di noleggio a fine servizio” senza definirne l’ammontare. Non sappiamo poi se l’affitto gli sia stato corrisposto.
Il vecchio segretario del Fascio locale non viene mai menzionato dopo l’8 settembre, né dal giornale, né dall’amministrazione e neppure nelle testimonianze raccolte. Per il periodo precedente viene generalmente ricordato in modo benevolo, come brava persona, anche dagli avversari. Più che per l’aspetto politico è ricordato per quello amministrativo: “era quello che dava le tessere e vendeva le divise da balilla. Se avevi difficoltà economiche dilazionava i pagamenti e ci si rivolgeva a lui per qualche raccomandazione per il filo diretto che aveva con la cognata Donna Rachele. Padre Vittorino, che non era un'espressione del Fascio, ma che era in ogni modo un elemento importante del Regime nella Predappio Nuova, si troverà addirittura in urto con il Fascio Repubblicano e scriverà che era guidato da "due o tre elementi loschi a capo della locale “Brigata nera”, che aveva preso il dominio incontrollato della situazione".
Per la verità, se consideriamo i nati a Predappio, troviamo una personalità di fama ed importanza nazionale per il fascismo: Pino Romualdi. (1913 -1988). Per un breve periodo fu nel 1940 direttore del “Popolo di Romagna”, diverrà Federale del Partito Fascista Repubblicano della Provincia di Forlì nella fase iniziale della RSI, per divenire poi vice segretario nazionale e nel dopoguerra fondatore e dirigente del MSI. Nacque a Predappio tuttavia non ebbe alcun ruolo diretto nelle vicende del suo paese di nascita.
In conclusione, l’adesione al fascismo a Predappio fu dovuta all'adeguamento “alla nuova realtà di fatto” del Regime per coglierne le opportunità, tanto più che il paese venne a trovarsi in una situazione privilegiata: per le opere che vi si costruivano, per il lavoro che non mancava, beninteso se non ci s'intestardiva nell’antifascismo e per i finanziamenti che arrivavano copiosi e che spesso erano distribuiti ad personam e presentati come erogati direttamente dalla generosità del Duce o della consorte, quando nella realtà erano sussidi pubblici. A questo occorreva aggiungere la soddisfazione di essere stati catapultati da paese sconosciuto al “centro del mondo”, alla "nuova Betlemme che aveva dato i natali all’Uomo della Provvidenza Divina, che aveva redento la patria".
Con la guerra tutto cambiò e la “realtà di fatto” della RSI era totalmente diversa.
I pellegrinaggi
( omissis)
L' antifascismo durante il ventennio
Abbiamo già fatto notare che quanto detto sinora vale principalmente per l’abitato di Predappio Nuova mentre la realtà della restante parte del territorio era diversa. Nelle campagne il fascismo non incise molto e possiamo affermare che fu un fenomeno prettamente cittadino. Ciò non solo perché contadini, mezzadri o coltivatori diretti, erano più isolati e difficili da coinvolgere, ma perché il regime non rappresentò un miglioramento delle loro condizioni sociali e in particolare il mezzadro si vide costretto a quel patto agrario semi feudale che era ormai anacronistico. Le conquiste per i più vantaggiosi patti agrari che aveva strappato durante il “biennio rosso” degli anni 1919 e 1920 gli furono portate via e nei comuni tornarono al potere i possidenti di un tempo. Molti podestà provenivano, infatti, dalla classe dei possidenti che avevano governato i comuni all’epoca liberale, prima che in molti comuni fossero scalzati dai sindaci socialisti. A Predappio Baccanelli era uno di loro e nella prima giunta fascista ricomparve il già menzionato Ulisse Zoli. Se andiamo ad esaminare la composizione dei partigiani notiamo, infatti, che la presenza dei mezzadri e dei braccianti è assai numerosa e lo è particolarmente a Predappio, mentre è esigua la componente della piccola borghesia cittadina, Di possidenti nella Resistenza Romagnola nemmeno parlane: solo 14 su circa 6640 nomi si definiscono tali. Nonostante la retorica dell'Italia rurale e proletaria il fascismo fu un fenomeno principalmente della piccola e media borghesia urbana e dei possidenti agrari.
Riguardo all'antifascismo nelle campagne abbiamo trovato questo episodio. Il 24 marzo 1926 furono denunciati sei giovani di Porcentico dal Sindaco fascista di Civitella di Romagna Giuseppe Dianini con l’accusa di essersi trovati ad una festa da ballo durante la quale avevano cantato Bandiera rossa e si erano dati ad inneggiare al socialismo e a maledire il fascismo. Non si sa della sorte dei sei giovani; non furono deferiti al Tribunale Speciale perché esso sarebbe stato istituito solo il 25 novembre 1926. Può meravigliare che la denuncia fosse fatta dal Sindaco (poi sarà chiamato Podestà) di Civitella quando Porcentico era ormai da tre anni sotto l’amministrazione di Predappio, ma probabilmente egli era bene informato perché come assessore aveva in Giunta Antonio Rossi che era il proprietario di gran parte dei poderi di quella frazione. Porcentico comunque rimase sempre ostile al fascismo e durante la Resistenza fu duramente punita per questa “colpa” con la strage perpetrata il 23 agosto 1944.
Per i benefici economici ricevuti, per il fatto di essere ascesi a fama nazionale, per il controllo sociale, ancor prima che politico e poliziesco, tutto porta a pensare che Predappio, perlomeno il capoluogo, dovesse essere il paese più fascista d'Italia, senza voci dissonanti. La vera sorpresa è che così non fu, l'antifascismo non fu sradicato nemmeno a Predappio Nuova. Non fu sradicato nella coscienza di molti che rimasero fedeli ai propri principi ed ideali, anche quando per la necessità del vivere dovettero formalmente adeguarsi, anche quando si sentivano ripetere che quegli ideali erano sorpassati e sepolti dalla storia, che il mondo era andato avanti, era cambiato e non ci si poteva attardare nelle illusioni di fine ottocento come erano gli ideali di democrazia, libertà e socialismo, tanto più che ciò creava disagi materiali e discriminazioni alla famiglia, in quanto l’adesione al fascismo era condizione necessaria non solo per fare carriera, ma anche per lavorare. Ma l'antifascismo non fu solo il sentimento di una minoranza che non rinunciava alla propria idea e dignità anche a costo di essere discriminata, fu anche un impegno politico attivo. Nel 1930 a Dovia cioè Predappio Nuova fu scoperta una cellula comunista che portò all'arresto e alla condanna di Quinto Bartoli e Alfredo Guardigli. Da menzionare è anche il socialista Donato Boattini di Predappio Alta, arrestato nel 1938 e condannato al confino.
Nell'ambito dell'antifascismo va ricordato anche Adone Zoli, di Predappio, anche se per anagrafe nacque a Cesena nel 1887 e divenne toscano d'adozione. Nel 1907 si laureò in Legge ed esercitò l'avvocatura prima a Genova, poi a Bologna e, infine, a Firenze. Adone Zoli, tuttavia, può essere considerato un predappiese, anche se visse altrove. La sua famiglia di possidenti e notabili era molto importante a Predappio e, a parte il menzionato Ulisse Zoli, non aderì mai al fascismo. Adone Zoli combatté con valore nella prima guerra mondiale meritando tre decorazioni. Nel dopoguerra aderì al Partito Popolare e partecipò a vari Congressi e nel 1921 entrò a far parte del Comitato centrale del partito di Don Sturzo.
Nel 1943 non esitò ad aderire alla Resistenza e rappresentò la Democrazia Cristiana nel CLN toscano. Per la sua attività antifascista fu arrestato a Firenze con due dei suoi figli e venne incarcerato a "Villa Triste", luogo di detenzione e tortura della famigerata Banda Carità. Processato e condannato a morte riuscì ad evitare la pena capitale e fu liberato dopo tre mesi di prigione. Nel febbraio del 1944 per poco riuscì ad evitare che i nazifascisti lo catturassero un'altra volta.
Dopo la Liberazione di Firenze (11 agosto 1944), fu nominato Vice Sindaco del capoluogo toscano e divenne uno degli esponenti più in vista della DC.
Non venne mai meno al suo antifascismo, come dimostrò nel 1957 quando si dimise da Presidente del Consiglio, rifiutando i voti determinanti del Movimento Sociale Italiano. Ciò non gli impedì tuttavia di adoperarsi perché i resti di Benito Mussolini fossero restituiti alla famiglia per la sepoltura nel cimitero di San Cassiano. In quell'occasione chiese l’opinione al Sindaco di Predappio, il comunista Egidio Proli, il quale rispose: “ Non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà nemmeno da morto”. Adone Zoli è sepolto nella tomba di famiglia del cimitero di San Cassiano di Predappio.
Altra figura di rilievo nata a Predappio ed emigrata nel limitrofo Comune di Galeata è Aldo (Dino) Palareti (1909 – 1944. Medaglia d'argento al valor militare. Professione sarto, coniugato con un figlio. Iscritto al P.C.I. clandestino dal 1935. Partigiano dell’8a Brigata Garibaldi “Romagna” dal 10/09/1943 al 23/04/1944. La sua abitazione era punto di riferimento per il materiale e gli uomini che dovevano raggiungere la brigata partigiana in via di organizzazione. Nel febbraio 1944, dopo l’assalto alla locale caserma della GNR, gli fu impossibile continuare l’attività a Galeata e raggiunse la Brigata. Portandosi verso Galeata per sfuggire al grande rastrellamento d’aprile, venne catturato alle ore 2 del 23 aprile 1944 assieme a Libero Balzani, Luigi Bandini e Bruno Patrignani, in località Rio Secco. Dopo sevizie, fu fucilato nella stessa mattinata presso la cosiddetta “Fabbrica delle ginestre” senza alcun processo, nemmeno sommario, incolpato della morte dello squadrista Secondo Ghetti.

Partigiani della Vallata del Rabbi e dell' Alto Bidente riconoscibili Giuseppe ferlini e altri di Predappio. Diploma di Paolina Laghi nata a Predappio e la cui famiglia dovette emigrare dopo l'avvento del fascismo perchè non disposta a rinnegare i propri ideali socialisti.

venerdì 3 marzo 2017

OTTO BALEKTA E GLI ALTRI

 In realtà gli stranieri che hanno partecipato alla Resistenza sfurono molti di più, appena finita la ricerca che ho in atto aggiorno

I forestieri nella Resistenza della Provincia di Forlì


Otto Balekta partigiano austriaco dell' 8° Brigata Garibaldi

Nella Provincia di Forlì, allora comprendente anche Rimini, sono stati catalogati 4.108 partigiani e 2.531 patrioti, per un totale di 5.948 uomini e 691 donne. Di questi ben 950 pari al 14,3% erano nati fuori Provincia, la gran parte proveniva dalle province limitrofe, troviamo n. 235 pesaresi, n. 70 aretini, n. 68 fiorentini e 165 ravennati, mentre relativamente pochi sono gli emiliani: n. 61 di cui 33 bolognesi e 13 ferraresi. Vi sono poi 67 italiani nati all’estero che per la quasi totalità vanno considerati “Forlivesi” perché figli di emigrati dal nostro territorio.

La forte partecipazione di marchigiani e toscani rispetto agli emiliani si spiega per la conformazione del nostro territorio. La resistenza armata si è svolta per gran parte sull’Appennino che è a ridosso con Marche e Toscana. Nel versante romagnolo il territorio è intercalato da valli che, grosso modo, sono parallele alla linea longitudinale e confluiscono nei “cittadoni” della Via Emilia. Per una formazione clandestina era più facile spostarsi lungo i crinali delle valli che spostarsi in altre valli poco conosciute, perdendo i collegamenti con le basi logistiche delle città di riferimento. Nel riminese e nel pesarese il territorio è un po’ diverso ma anche da quella parte era più facile dirigersi verso il crinale per trovare un territorio adatto alla guerriglia. La Provincia di Ravenna è un caso particolare, come territorio rappresenta in parte il prolungamento della pianura, il confine è solo amministrativo e non naturale. Va poi precisato che nei primi tempi della Resistenza diversi partigiani ravennati furono inviati sull’Appennino perché all’inizio si riteneva impossibile la guerriglia in pianura.
Molti ravennati sono poi presenti nel Battaglione Corbari in quanto ha operato a cavallo fra le due provincie. La formazione romagnola che ha una maggior presenza di forestieri è tuttavia l’8a Garibaldi che operava appunto sull’Appennino, mentre la 29a GAP e le SAP (Squadre d’Azione Patriottiche) erano più territoriali e operavano in prevalenza nella pianura e nei centri urbani.

Negli elenchi ufficiali si registra pure la presenza di una quarantina di stranieri, questo numero è stato stimato togliendo dai n. 105 i partigiani e patrioti nati all’estero quelli che hanno un cognome italiano, oppure, anche se con nome slavo, sono nati in Istria allora italiana o nella Repubblica di San Marino.

Gli stranieri così individuati sono 38, tutti maschi e giovani, tranne una donna. Per la maggior parte (n. 22) sono ex prigionieri di guerra Sovietici fuggiti; erano in Italia perché impiegati in lavori dall’esercito tedesco. Quasi tutti provengono delle regioni meridionali (Caucaso e Dombass). Troviamo anche 4 polacchi, 3 Cecoslovacchi, 5 jugoslavi, un belga e n. 1 o 2 austriaci che disertarono dalla Wehrmacht.

La Mortalità fra i partigiani è stata elevata, superiore al 10%, ma fra quelli nati fuori provincia sale addirittura al 16%. D’altra parte molto alta è anche la percentuale della mortalità dei forlivesi deceduti operanti in formazione di altre provincie della nostra regione: il 13,4% (51 uomini e due donne). Evidentemente chi operava fuori del proprio territorio era più esposto, aveva meno rifugi e soprattutto era a tempo pieno in prima linea. Sorprende quindi che negli elenchi fra i 38 stranieri vi sia un solo deceduto: l’austriaco Otto Balekta sorprende pure che n. 4 sovietici siano stati classificati patrioti e non partigiani come sarebbe stato logico nel loro caso. La bassa mortalità degli stranieri è dovuta certamente anche al loro addestramento militare, più elevato della media dei partigiani locali che in molti casi non avevano nemmeno fatto il militare.

 In realtà la compilazione degli elenchi dei partigiani stranieri specialmente sovietici è molto lacunosa in quanto essendo quasi tutti rientrati in Patria erano meno interessati dal riconoscimento ufficiale dello Stato italiano. Si fa presente che gli elenchi per il riconoscimento della qualifica di partigiano furono stilati secondo i criteri dettati dalle leggi vigente due-tre anni dopo la Liberazione. Della incompletezza dell’elenco dei partigiani sovietici ne dà testimonianza una lettera del comandante del distaccamento slavo dell’ 8a Brigata Sorokin Sergej al comandante partigiano Rodolfo Collinelli del 20/12/1966, in cui riferisce di alcuni soldati sovietici che hanno operato come partigiani nella nostra zona, parla anche di due deceduti e probabilmente non sono gli unici. I nomi che Sorokin nomina non sono nell’elenco dei partigiani e nemmeno lui è menzionato pur avendo avuto un ruolo di rilievo. Probabilmente con la disfatta subita a seguito del rastrellamento molte informazioni andarono perse ed al termine della guerra gli stranieri non erano più qua per ricomporle o più semplicemente molte delle loro schede sono andate perse. Sorokin nel libro dei suoi ricordi “La stella garibaldina” parla di un distaccamento slavo (russi, jugoslavi e cecoslovacchi) di 80 circa combattenti, anche se la cifra è ritenuta “arrotondata per eccesso”, certamente gli stranieri che operarono nella Resistenza forlivese furono molti di più di quelli registrati ufficialmente.

Si può supporre che questo mancato interesse possa anche derivare da una sorta di diffidenza verso gli ex compagni di lotta sovietici, in quanto rientrati in patria furono in massa sottoposti a controlli per individuare i collaborazionisti col nemico. Forse ha giocato anche un certo localismo. Dalle testimonianze dei vecchi partigiani ho riscontrato sia un sentimento di grande ammirazione per il loro coraggio e qualità di combattenti, sia un atteggiamento che mi è parso un certo distacco e non desiderio di approfondire l’argomento. Tensioni col raggruppamento slavo nel primo periodo della Resistenza sono d’altra parte note e documentate. Le brigate partigiane si formarono un po’ alla volta nell’inverno ‘43-44, ma gli stranieri quasi tutti fuggirono dalla prigionia in occasione dell’ 8 settembre o poco prima: si trovarono in un ambiente sconosciuto ciò avrà determinato anche incomprensioni e tensioni, che si risolsero con l’inquadramento nella riorganizzata Brigata Partigiana.

Questi ragionamenti non valgono solo per i combattenti sovietici, ma anche per gli altri stranieri. Di loro si sa poco, nelle ormai molte pubblicazione sulla Resistenza il loro ruolo è trascurato, ne è un caso emblematico il partigiano Otto Balekta, austriaco nato a Vienna, profondamente antinazista. soldato della Whermacht disertò e fu fra i primi ad unirsi alle formazioni partigiane, il suo ciclo operativo è fra i più lunghi, infatti va dal 4/11/1943 al 5/11/1944 quando fu ucciso a San Lorenzo in Comune di Meldola pochi giorni prima della Liberazione mentre era “Componente di una pattuglia partigiana, di guida a soldati alleati ...si scontrava con truppe tedesche e veniva ucciso”. Esiste una sua foto con altri partigiani: giovane, biondo, volto da ragazzo tranquillo, riconoscibile perché è l’unico del gruppo ad impugnare un fucile mauser che si era portato dietro disertando. Ho pensato che una simile figura dovesse sollecitare perlomeno la curiosità, ma di lui non ho trovato altre informazioni. Otto Baleckta non fu l’unico soldato austriaco partigiano dell’ 8a Garibaldi. A Cigno di Civitella di R. è posta una lapide, che riporta i nomi di 5 partigiani ivi fucilati il 17 luglio 1944, uno di loro è “Giuseppe - l’austriaco antifascista”. Da testimonianze raccolte fra gli abitanti del posto si racconta che non fu fucilato come gli altri, ma crudelmente ucciso i a bastonate.

Infine si precisa che se molti forestieri operarono nelle formazioni della nostra provincia, successe anche il contrario. Ben 428 partigiani e 233 patrioti nati nella nostra provincia operarono in formazioni di altre province della nostra regione, la gran parte era tuttavia emigrata in quelle zone. A questi andrebbero aggiunti i partigiani che operarono in altre regioni o all’estero di cui non conosco il dato.

La Resistenza fu un evento con un forte radicamento locale, ma non fu affatto un fenomeno localistico. Per concludere possiamo affermare che i nostri partigiani furono orgogliosamente italiani e patrioti, ma la loro patria non si fermava alla nazionalità, ma era aperta al mondo intero: un mondo di giustizia e libertà per tutti gli esseri umani.

Palmiro Capacci


Nadia Venturini e Sergej Sorokin



giovedì 29 ottobre 2015

LE DONNE NELLA LOTTA DI LIBERAZIONE - Testimonianze




LETTURE PER MANIFESTAZIONE

28 OTTOBRE A PREDAPPIO

 


AL DŎN DE’ MI PAEĖS



Al dôn de’ mi paeés agli è dal dôn förti

ch’al s’ pörta adoss a gli esperiénz ad vita

da brazânti amundèn a bugadiri,

timprédi da miseria e privaziô’.



Dôn ch’a gli ha lavoré tôta una vita

par i fiulané e pr’i marid a spass,

ch’a gli ha sémpar patì na vita ad stént

consimèda da i fiul e da e’ lavôr.



Ch’al n’ha mai avù paura ad lavurê’,

al guérda i fiul magnéss ui pézz d’ pân,

che pân ch’u j è gusté tânta fadiga

lavurénd tôt e’ dé da bur a bur.



Cal dôn ch’al s’è stuglédi in ti binéri

par farmé’ i treno ch’j purtéva a e’ front

chi pur suldé in parténza par la guëra,

ch’ha gli ha salvé i cindané a la mörta,



ch’a gli ha fat al staféti partigiâni,

ch’a gli ha spés una vita par la Pés,

prônti a sacrificéss ancôra e sémpar,

che int e’ mumént de’ bsôgn t’a j pù cuntê’.



Mario Vespignani
LE DONNE DEL MIO PAESE.

Le donne del mio paese sono donne forti
che si portano addosso le esperienze di vita
da braccianti a mondine a lavandaie,
temprate da miseria e privazioni.

Donne che hanno lavorato tutta una vita
per i figli piccoli e i mariti disoccupati,
che hanno sempre patito una vita di stenti
consumata dai figli e dal lavoro.

 Che mai hanno avuto paura di lavorare,
guardano i figli mangiare il pane,
quel pane che è costato alle donne tanta fatica
lavorando tutto il giorno da buio a buio.

Quelle donne che si sono stese sui binari
per fermare i treni che portavano al fronte
quei poveri soldati in partenza per la guerra,
che hanno salvato i condannati a morte,

che hanno fatto le staffette partigiane,
che hanno speso una vita per la Pace,
pronte a sacrificarsi ancora e sempre, sulle quali al momento del bisogno puoi contare

Mario Vespignani
 

In una società ancora prettamente maschilista e a tratti ancora patriarcale come era quella Italiana nel secolo scorso, il ruolo delle donne era messo in secondo piano, mentre nella realtà era determinante. In particolar modo nel periodo della guerra alla donna spettò il difficile compito di “tirare avanti” la famiglia, in assenza degli uomini validi spediti in guerra in terre lontane.
Anche nella Lotta di Liberazione il ruolo femminile non è stato sufficientemente valorizzato, anche se la Resistenza fu indubbiamente un atto di liberazione della donna: una rottura rispetto al periodo fascista in cui era relegata al ruolo di “massaia rurale” e fattrice dei futuri soldati da immolare alla patria.
Si sta recuperando a questa mancanza, vogliamo contribuirvi riportando alcune testimonianze
Cominciamo da una nostra concittadina:

Maria Ferlini
Partigiana dell’8a Brigata Garibaldi.
Nata a Predappio nel 1913, paese dove ha vissuto fino alla sua morte avvenuta alcuni anni fa. Arrestata dalla Brigata nera e consegnata ai tedeschi, fu interrogata e torturata. Ebbe la ventura di non essere fucilata come molti sue compagne e compagni di prigionia, ma fu deportata ai lavori forzati in Germania.
Sopravisse e rientrò in Italia nell’agosto 1945 quando ormai si perdevano le speranze che fosse ancora in vita.

Dalla testimonianza del figlio Rolando Pasini pubblicata nel libro “La foja de farfaraz. PREDAPPIO: una comunità viva e solidale.”

Il 16 agosto del ’44, di mattina presto, alcuni miliziani fascisti “venuti da fuori”, probabilmente dal Ravennate, indirizzati da quelli di Predappio, per rappresaglia nei confronti dei fratelli partigiani Giuseppe e Pietro, prelevarono dalla sua casa mia madre, Ferlini Maria, e sotto gli occhi dei familiari e dei vicini la picchiarono brutalmente e la caricarono su un furgone militare con altre persone di Predappio, per essere portate in carcere a Forlì. In quella circostanza i due “eroi” in camicia nera che erano entrati in casa per prelevare mia madre presero a sberle “buttandole giù” dei denti la Caterina, la madre di Maria, che si era opposta energicamente al sequestro della figlia. Di quel tragitto mia madre ha ricordato la presenza della Maria Leoni con in braccio il figlio Giuseppe di un anno che pianse per tutto il viaggio e, comunque, la signora Leoni fu rilasciata quel giorno stesso. (...)

La carcerazione e le botte
Per una settimana mia madre fu tenuta prigioniera dalla Brigata Nera fascista in una caserma di Forlì dove fu più volte “interrogata” e picchiata dai fascisti con il cosiddetto ”nerbo di bue”, che il suo corpo “era tutto un livido”, anche se lei non poteva dire niente perché non sapeva niente dei suoi fratelli partigiani. In quei giorni tante altre persone furono torturate e interrogate in quel luogo. Fu poi portata dai fascisti nelle carceri di Forlì sotto il comando tedesco delle S.S..  “passata” ai tedeschi con “chissà quali accuse” e probabilmente per essere fucilata. La prigione tedesca era situata nell'ex brefotrofio in via Salinatore, attuale civico n. 22, (...). Maria fu rinchiusa con altre cinque donne in una piccola stanza da cui venivano fatte uscire una sola volta al giorno, per pochi minuti, per andare al gabinetto. In questa piccola stanza-cella le sei donne, per starci, erano costrette a dormire “capo piedi” sul pavimento, come le sardine in scatola, in condizioni igieniche bestiali, nel caldo d'agosto per due settimane.

Altre testimonianze su Maria Ferlini di Predappio


Le compagne di cella di Maria Ferlini
Con lei c'erano la signora Natalia Zanotti, la signora Rosina Tacconi, suocera della Natalia di Riolo Bagni, e la signora Madia Di Dio, la più anziana, moglie del colonnello Eduardo Cecere che sarà fucilato in quei giorni. (...)
Rosina Tacconi in Mazzanti venne fucilata e i suoi resti furono trovati, molti anni dopo, in una fossa comune nella campagna vicino a Ravenna, assieme a quelli di altri prigionieri che mia madre aveva visto in quei giorni di carcere a Forlì. La signora Rosina Tacconi è stata fucilata per aver confessato di aver nascosto lei le armi dei partigiani che i tedeschi avevano trovato nel forno del pane della sua casa colonica a Riolo Terme e questo lo fece per salvare la giovane nuora Natalia Zanotti. Ivo Mazzanti, figlio di Rosina, comandante del 2° Battaglione della Brigata Ravenna morirà in combattimento contro i nazifascisti.
 Itala Spazzoli e sua figlia Franca
Itala Spazzoli era la sorella di Arturo e Tonino Spazzoli, martiri della Resistenza. Itala Spazzoli e sua figlia Franca, che mia madre aveva già visto e conosciuto nel carcere di Forlì e poi in treno, le raccontarono che durante la carcerazione a Forlì erano state portate in piazza Saffi a vedere il corpo del fratello Arturo oltraggiato e appeso ad un lampione di piazza Saffi.  (...). In quella circostanza le due donne erano state brutalmente insultate e malmenate dai fascisti. (...)
 Il ricordo delle persone deportate
Oltre alle sue carissime compagne, già durante la prigionia tedesca e dopo la liberazione da parte degli Americani, mia madre ha conosciuto diverse altre persone deportate in Germania e stretto importanti e sentite amicizie che si sono protratte, nella miseria e nella solidarietà di quell'immediato dopoguerra ed anche più avanti nel tempo, con delle visite reciproche, degli incontri, delle lettere e mia madre ricordava tutti con affetto anche se nel racconto, oltre cinquant'anni dopo, le storie e le vicende di quei giorni si allontanavano inesorabilmente nel tempo e nella memoria. “E purtroppo” concluse i suoi ricordi mia madre: «la Natalia, la mia cara amica, è morta poco tempo dopo il ritorno a casa, anche per gli stenti patiti in Germania». La Natalia Zanotti in Mazzanti, (...) è deceduta nel giugno del '47, dopo due mesi di atroci sofferenze sopportate con tanta pazienza e dignità, per una recidiva di pleurite che aveva avuto e che era stata trascurata durante la prigionia in Germania.



Oltre alla Resistenza armata vi fu una diffusa RESISTENZA CIVILE, con atti di disubbidienza e solidarietà umana. Possono sembrare piccoli gesti. ma richiedevano grande coraggio, perché all’epoca potevano costare anche la vita.

Il brano che vado a leggere è sempre tratto dal libro “La foja de farfaraz” ci parla di uno di questi episodi accaduto qui a Predappio 71 anni fa.
 

Intervista alla Signora Lidia quasi ventenne nel '44 abitante a Predappio

“Io ti devo raccontare un episodio che riguarda il mio marito, lui era ancora giovane, era stato nella TODT, era tornato a casa e gli era scaduto il termine della licenza, ...e non si è ripresentato … e i fascisti lo cercavano.  Una sera la signora Italina che era sfollata da casa sua e ci venne all’orecchio che lo cercavano e allora mi disse: “Questa è la chiave di casa mia, sanno che mio marito è in Grecia da tre - quattro anni e io non so dove sia, te vai là dentro con il tuo ragazzo” - era il mio ragazzo allora – “e vedrai che nessuno ti verrà a cercare”. Solo un muro divideva la casa del mio ragazzo da quella della signora Italina e cosi noi sentivamo benissimo chi entrava in casa sua dove vi rimase il padre di mio marito.
Verso l’una di notte, era di luglio, con una luna che non ti dico … tanto che noi potevamo guardare tramite le persiane della finestra … perché eravamo al secondo piano. Potevamo guardare giù … ce n’erano sei fuori (di fascisti) … però se dovessi dirti chi erano non posso, noi non ne riconoscemmo nessuno. Entrarono dentro in casa del mio ragazzo, si sentiva tutto … come parliamo io e te adesso …
”Dov'è vostro figlio?” e il mio suocero diceva “Io non lo so” – “Come non lo sapete?!” E poi era un fascista, il mio suocero, non era uno “della prima ora” ma era un fascista! “Come non sapete dov’è vostro figlio!” e si sentiva sbattere, calciare sbattere le sedie. Non ci stettero molto … ci saranno stati una ventina di minuti e urlavano e gettavano tutto sotto e sopra … e quando uscirono brontolarono! Dicevano: “Questa non è l’ultima volta che lo veniamo a cercare!”e noi eravamo lì sopra.  Il mio ragazzo è stato fortunato … molto fortunato. Un’altra volta, sempre quel mese lì, lo cercarono. Ero sfollata al podere Canovaccia e insieme a me c’era anche la mamma del mio ragazzo e i suoi fratelli e lui non poteva dormire lì con noi, perché per me sarebbe stato un disonore che lui fosse rimasto lì in questo capannone … che faceva da pagliaio. Poi eravamo cinque o sei famiglie … io ero lì con la mia futura suocera e allora sarebbe stata una vergogna se suo figlio fosse rimasto lì dove ero io perché allora c’erano questi pregiudizi”.

 

La Resistenza non fu solo lotta armata, anzi questa fu una necessità, non una scelta. La Resistenza fu principalmente lotta civile e politica di riscossa di un popolo, al riguardo lsignificativa è la testimonianza di:
 
Ives Monti
Nata a Civitella di Romagna nel 1926
Patriota – Brigata SAP
Tratta dal libro Sebben che siamo donne ...” di Grazia Cattabriga e Rosalba Navarra,

Ives ricorda la sua partecipazione, nel marzo del 1943, allo sciopero che vide tutte le maestranze delle principali fabbriche di Forlì dimostrare in piazza contro il carovita e contro la guerra; del 25 luglio ’43 per la caduta del fascismo, dice “noi giovani facemmo un po’ di casino a Forlì, andammo nella federazione fascista e nella federazione industriali. “ Parla del coraggio mostrato dalle donne delle fabbriche di Forlì le quali nel marzo del ’44, dopo la fucilazione nella caserma di via Ripa di cinque renitenti alla leva, di cui tre di Civitella di Romagna, con un semplice passaparola si organizzarono in corteo andando a dimostrare di fronte alla Caserma dove i militi spararono loro addosso; Ives, giovanissima, era tra quelle donne che riuscirono col loro gesto ad evitare la fucilazione di altri giovani renitenti.

 


Per altre donne l’avversione al fascismo si tradusse in un rischioso impegno personale nella lotta partigiana come per
 Olga Guerra
Nata a Pieve di Rivoschio – Sarsina nel 1926
Partigiana dell' 8a Brigata Garibaldi
Testimonianza tratta dal libro “Sebben che siamo donne” di Grazia Cattabriga e Rosaria Navarra.

Particolarmente difficile era la condizione delle donne che avevano dei congiunti alla macchia, oppure semplicemente erano dispersi, erano oggetto di angherie.

Racconta Olga:

“I fascisti, in particolare, arrivavano sempre di notte, entravano in casa e terrorizzavano le donne con le armi puntate per sapere dove erano gli uomini e rubavano tutto ciò che a loro interessava”.

Olga era una ragazzina di nemmeno 18 anni non si spaventò:“ Qualche tempo dopo salì in quella parte delle nostre colline il comandante Ilario Tabarri ed Olga divenne la staffetta della Brigata: teneva i collegamenti fra i vari gruppi, perché conosceva molto bene i luoghi e tutta la spigliatezza della giovane età. Ricorda con una certa commozione la considerazione e il rispetto di cui si è sentita circondata nella sua vita fra i compagni di lotta. (…)
Dopo il terribile rastrellamento dell' aprile 1944, quando molti gruppi di resistenti si erano dispersi per sfuggire ai nazi-fascisti, anche Luciano Lama si trovò nella zona, era andato a cercare il fratello, e mentre era in montagna si ammalò gravemente e fu portato a casa dell'Olga (…) Si aspettò che facesse buio e poi, avvolto in tante coperte perché stesse al caldo, fu trasportato con un calesse per sentieri impervi a Borello presso una famiglia che si occupò di farlo ricoverare all'ospedale. Ancora dopo tanti anni Lama diceva: “ Tu, Olga, mi hai salvato la vita quel giorno in cui credevo di morire!”




Torniamo ad una testimonianza di una partigiana nata a Predappio nel 1921. La sua famiglia di convinzioni socialista con l’avvento del fascismo dovette emigrare in una sperduta frazione nel vicino Comune di Civitella

Paolina Laghi.
Partigiana della 8a Brigata Garibaldi.
All’epoca della Resistenza era già madre di tre figli ancora in tenera età e col marito disperso in guerra.

Testimonianza tratta dal libro Poi venne la fiumana di Palmiro Capacci
La paura lenisce il dolore

Bisognava portare un messaggio al comando partigiano e una donna che conoscesse i luoghi sarebbe passata meglio attraverso i posti di blocco dei fascisti e dei tedeschi. Toccò alla Paolina, l’aveva già fatto altre volte. Paolina partì, evitò le strade e le case, ”tagliò di traverso”. Verso l’imbrunire, era già sulla via del ritorno, quando poco più avanti sentì delle voci, si nascose fra cespugli di ginestra, si avvicinò prudentemente, vide una squadra di brigatisti neri. Non era stata scorta, era quasi buio, cambiò direzione cercando di rimanere fuori dalla loro vista, riuscì ad allontanarsi, tuttavia, doveva oltrepassare un crinale privo di vegetazione. Nel momento in cui si accingeva a farlo la sua figura si stagliò sullo sfondo del cielo rossastro e dalla pattuglia fascista partirono alcune urla ed una raffica di mitra. Nostra madre sentì un forte bruciore alla coscia destra, ma non ci fece troppo caso, non pensò ad una pallottola, ma ad un cespuglio spinoso che le aveva lacerato le carni. Passò oltre il crinale e giù a dirotto per la costa, in parte correndo, in parte rotolando, arrivò in fondo dove c’era una boscaglia, vi entrò, guardò finalmente indietro, non la inseguivano, rientrò a casa che era notte fonda.
 Quando entrò fu illuminata dalla luce sprigionata dalla lampada a petrolio, il nonno la guardò e sbiancò poi disse: “Paolina cosa vi è successo?” Solo allora Paolina guardò la gamba che le bruciava, la gonna era insanguinata e lacerata e il sangue era colato giù fino al piede. Si ripulì la ferita, non era troppo profonda e la fuoriuscita di sangue si era già arrestata, si disinfettò con lo “spirito” e bruciò il vestito impregnato di sangue per evitare che potesse essere trovato durante una perquisizione. La cicatrice rimase per sempre, era lunga una decina di centimetri: se la pallottola l’avesse colpita un po’ più in là, la gran parte di noi fratelli non sarebbe qui a ricordare questa storia.

 

Concludiamo queste letture con un brano tratto dal libro “Sebben che siamo donne ...”

Elsa Corbara
Di Cusercoli, nata a Meldola nel 1925
Partigiana dell’ 8a Brigata Garibaldi

“Io fin dall’inizio volevo salire e combattere sui monti, ma i partigiani mi chiesero di rimanere a valle dove la mia azione sarebbe stata più valida e precisa” Cosi inizia la testimonianza di Elsa la quale ci confessa che fin dal 1940, appoggiata dai genitori e dalla sorella, aveva iniziato il suo percorso antifascista.  (...)
 Ogni giorno si allontanava da casa la roba ai partigiani e trasportava sopratutto armi: fortunatamente i tedeschi l’hanno fermata soltanto quelle volte che aveva cibo e , siccome era con un’amica, dicevano che andavano a fare una gita in campagna, da una zia o dalla nonna.  (...)
Ricorda molto bene il giorno della Liberazione: o Partigiani scesero dai monti per festeggiare assieme ai polacchi la vittoria; la popolazione offrì cibo e vestiario, poi indicò loro chi erano i fascisti più pericolosi del luogo ed loro li umiliarono facendo pulire le strade del paese, anche se, dice Elsa: “meritavano di peggio per tutto il male che avevano fatto”.

Un’altra riflessione di Elsa è questa:
 “Eppure dopo tanta lotta contro il fascismo non lo abbiamo distrutto, perché ad ogni occasione rialza sempre la testa e noi corriamo il pericolo, se non vigiliamo, di trovarci in condizioni peggiori.”


 

 

Brani scelti da Palmiro Capacci.