mercoledì 17 dicembre 2014
RITROVAMENTI: FGCI Canzoni di lotta
Un mio compagno e collega (Paolo Rossi) mi ha fatto un gradito regalo: un opuscoletto di circae 40 fa, mi ha fatto piacere era l'epoca in cui ragazzino mi affacciavo alla vita sociale. Era un opuscolo che ho conosciuto benissimo e che ho tenuto per molto tempo prima che andasse perso. Era fatto ancora col ciclostile in proprio la cui la matrice si incideva o con la macchina da scrivere o, per i disegni, a mano con uno stiletto. L'autore dei disegni fu bravo, era una tecniva difficile e che non rendeva molto. Fa eccezione solo la copertina forse fatta col metodo off set che in quegli anni cominciava a diffondersi, o forse in serigrafia. La carta di allora era più gialla e aveva un formato leggermente maggiore all'A4.
venerdì 5 dicembre 2014
ALCUNE NOTIZIE SU FIUMANA e FIS-CIN
ALCUNE NOTIZIE SU FIUMANA e su FIS CIN
(tratte dal libro “La foja de farfaraz)
Fiumana
fu sempre un piccolo comune. Dopo la caduta di Napoleone, con la
ricostruzione dello Stato Pontificio, continua a rimanere
strettamente legata a Forlì, nella Legazione Forlivese (una sorta di
Unione dei Comuni). Con la nascita del Regno d’Italia passa al
Mandamento di Meldola e nel 1866, conta 843 abitanti e comprende la
parrocchia di San Cristoforo con 15 case, 17 famiglie e 95 abitanti;
San Giovanni in Volpinara, con 4 case, 4 famiglie e 22 abitanti,
Santa Lucia in Bussano, con 8 case, 9 famiglie e 53 abitanti, Santa
Maria in Sadurano con 31 case, 38 famiglie e 230 abitanti, Santa
Maria in Fiumana con 55 case, 80 famiglie e 453 abitanti. Una
statistica del 1829 definisce le abitazioni di Fiumana: "poche".
Quelle di Predappio sono invece definite “orride”. L’unica
strada rotabile esistente è lunga solo 540 metri.
Fiumana
rimase sempre un piccolo comune. Nel 1925, quando fu incorporato al
Comune di Predappio, tranne il nucleo di Sadurano che fu assegnato a
Castrocaro, contava circa un migliaio d’abitanti.
(…)
Piazza del Municipio di Fiumana, fine '800
La
condizione sociale di Fiumana
Un quadro della condizione sociale dell’epoca
è ben descritto da Don Franco Zaghini per quanto riguarda la
parrocchia di Fiumana, nel suo interessante e documentato libro
“Fiumana, l’abbazia, il paese e la parrocchia”di cui riportiamo
il seguente stralcio:
“La
documentazione giunta fino a noi connota, per la zona di Fiumana, una
situazione economica e sociale ancorata alla terra senza grandi
prospettive di decollo industriale. Anche il commercio è molto
modesto: nella fiera che si svolge in paese nei primi mercoledì di
luglio e di agosto vengono trattati 32 fra bovini ed equini. Ancora
all’inizio del secolo le poche manifatture che possono essere
chiamate “industriali” consistono, secondo le statistiche
ufficiali, in tre telai per materie tessili i quali occupano il
personale per 120 giorni all’anno; un brillatoio di riso della
potenza di 4 cavalli che occupa tre operai e che lavora 300 quintali
di riso all’anno, un frantoio; un molino per cereali, con due
macine, che lavora 601 ettolitri di farine.
Tuttavia,
nonostante una troppo lenta modificazione delle strutture lavorative
e delle condizioni economiche, anche in questa vallata,sopratutto in
questa parte terminale e che ha grandi e profondi legami con la
pianura e la città, cominciano a risentirsi gli effetti dei
cambiamenti, ben più estesi e profondi, che stanno coinvolgendo la
società nel suo complesso. Nelle campagne poste a confino fra la
collina e la pianura, spinti dalla fame e dalla prospettiva di
migliori condizioni di vita, gli abitanti delle zone montane ne
aumentano celermente la popolazione, ma introducono novità di
rilievo dentro il tessuto sociale ormai formato da secoli. Altri
cambiamenti sono introdotti sopratutto ad opera della prima
meccanizzazione che coinvolge le famiglie contadine offrendo loro un
certo aumento del tenore di vita ma anche la sovrabbondanza di
braccia lavorative che devono emigrare alla periferia delle città in
cerca di lavoro spesso precario ed avventizio creando così quel
bracciantato che sarà determinate per lo sviluppo del movimento
operaio e per la crescita dei partiti popolari, soprattutto di quello
repubblicano e socialista. L’organizzazione dei braccianti, che
faceva capo alle Leghe operaie, ebbe anche a Fiumana la “Lega dei
contadini”. Una fonte del 1907 ci informa che a Fiumana sono
iscritti alla Lega 45 soci, che versano quote da venti centesimi.
Queste
modificazioni sociali cominciano ad essere evidenti già alla fine
degli anni ’80 del secolo XIX. Un accurato Stato d’anime ne offre
sufficiente testimonianza: parroco, medico, segretario comunale,
bidello comunale, 3 maestri, postino, 2 ostetriche, 4 possidenti, 5
fattori, macellaio, un brillatore di riso, 2 tessitrici, 2 sarti, 5
sarte, 2 fabbri, 5 falegnami, 3 mugnai, 2 ortolani, 3 bottegai, 2
garzoni, 7 calzolai, 7 birocciai, 13 servi, 22 muratori, 68
braccianti, 98 coloni, 176 casalinghe, 221 minorenni”.
In totale fanno 647 cittadini della parrocchia
di Fiumana, di gran lunga la più numerosa del comune, le altre
parrocchie erano di campagna, quindi dovremmo attenderci quasi
esclusivamente dei contadini, si tenga inoltre presente, come precisa
lo stesso Don Franco Zaghini in una nota a margine, che per minorenni
si intende quelli sotto i 14 anni, età in cui i ragazzi,
specialmente se contadini, lavoravano già da anni e che le
casalinghe sono per la grandissima parte contadine. Col termine
coloni si intendono i mezzadri, ma in questo caso è probabile che vi
siano compresi anche i coltivatori diretti, altrimenti avremmo una
concentrazione della intera proprietà terriera nelle mani di soli 4
possidenti, la qual cosa è improbabile.
Per quanto povera fosse la condizione sociale
di Fiumana era migliore rispetto al vicino Comune di Predappio, che
nonostante avesse allora quasi il quintuplo d'abitanti aveva solo il
doppio degli elettori, siccome allora il diritto di voto era
riservato a chi superava un determinato censo ciò è indice di una
più diffusa povertà di Predappio rispetto a Fiumana.
(…)
(…)
In
ricordo di Terenzio Mercatali (Fis-cin)
(22-04-1922
/ 10-01-2013)
Testimonianza
di Terenzio Mercatali (Fis-cin) dell'ottobre-novembre 2012
Il
ritratto di Mussolini nel cesso
La
militanza antifascista di Terenzio Mercatali, detto Fis-cin
(Fischietto), ha avuto un decisivo impulso il 24 luglio del ‘43, la
vigilia del giorno in cui Benito Mussolini sarebbe stato destituito
dal Gran Consiglio del Fascismo con tutte le drammatiche vicende
avvenute in seguito a tale scelta. Proprio quel giorno il ritratto di
B. Mussolini, che, appeso alla parete del reparto della fabbrica
“Caproni” di Predappio in cui Fis-cin lavorava, dominava sulla
testa degli operai, era finito miseramente nel cesso. La “Caproni”
di Predappio era una fabbrica di aeroplani che, considerando anche
gli occupati dell'Aeronautica Militare di Forlì e alla “Linea di
volo”, come allora erano detti gli aeroporti, di Forlì, dove gli
aerei erano assemblati, dava lavoro a circa millecinquecento persone.
Mercatali e un certo Tosi Nazareno, originario di Rimini, si erano
trovati casualmente in quei gabinetti quando la vigilanza della
fabbrica scoprì il fatto e loro furono incolpati di tale gesto, di
aver messo il quadro di B. Mussolini nel cesso. Allertati,
immediatamente arrivarono tre bersaglieri, l'arma militare
d'appartenenza del Duce e tre miliziani, entrambe le squadre
capeggiate da un sergente, per arrestare e portar via i due
sciagurati.
L'arresto
in fabbrica
Ammanettati
l'un l'altro Mercatali e Tosi furono portati alla gogna in giro per
la fabbrica e all'uscita della “Caproni” passarono in mezzo ad
una trentina di persone, tra cui tutti i “capi” della fabbrica,
che li strattonavano e li insultavano. Il direttore del personale
della “Caproni”, l’ingegner Giovanni Manzella, “fascista
della prima ora”, afferrò “Fis-cin” per il collo quasi
strozzandolo e graffiandolo tutto e urlando in modo plateale disse:
«Ma cosa ti ha fatto Mussolini per fare questo!» Furono poi portati
in Caserma e consegnati ai carabinieri di Predappio.
L'interrogatorio
nella Caserma di Predappio
Il
comandante della caserma, un capitano dei carabinieri, li interrogò
per delle ore, quel giorno e il giorno dopo, accusandoli di aver
“pisciato” sul ritratto del Duce, ma i due non potevano che
ribadire la loro innocenza. Fis-cin replicò che nessuno aveva
pisciato sul Duce e che, anzi, lui, il quadro da terra dove si
trovava lo aveva appoggiato sopra l'armadietto del gabinetto e questo
lo avrebbero potuto verificare facilmente. Durante l'interrogatorio
Mercatali e Tosi furono tacciati di essere degli “imboscati” e,
non essendo la prima volta che Fis-cin sui luoghi di lavoro e in
altre parti si prendeva dell'imboscato, non si trattenne dal dire al
capitano: «E allora voi!» Infatti Mercatali era stato riformato ed
esonerato dalla leva militare per una menomazione braccio e Tosi,
dopo aver già fatto tre anni di guerra nella Marina Militare, nei
sommergibili, era stato riformato perché aveva contratto la
tubercolosi. Anche per questo Tosi, lui che aveva lottato e sofferto
tanto per il Duce, si lamentava molto per tali accuse e la situazione
in cui si trovava. Il capitano era balbuziente e ogni volta che non
cavava la parola, per sbloccarsi, “mollava” un pugno o una sberla
a uno dei due ma soprattutto a Fis-cin che gli era più vicino e
aveva la “ganasa” dalla parte del capitano tutta gonfia e
tumefatta.
Il
rilascio
La
mattina del terzo giorno, dopo due notti di prigione, furono
rilasciati e successivamente reintegrati nel lavoro alla “Caproni”.
Mercatali chiese al maresciallo dei carabinieri, che gli restituiva
gli effetti personali sequestrati al momento dell'arresto, di poter
denunciare il direttore della Caproni che lo aveva graffiato in quel
modo mentre era ammanettato e mostrò il collo tutto segnato al
maresciallo. Il maresciallo gli disse che per fare la denuncia ci
volevano i testimoni e Mercatali replicò che più di trenta persone
avevano visto davanti alla “Caproni” e, vedendo in quel momento
dalla porta aperta uno dei miliziani che lo avevano ammanettato e
prelevato, disse al maresciallo: «ecco lui è uno». Ma il milite
fascista, chiamato dal maresciallo, disse, spudoratamente, di non
aver visto niente e Fis-cin “non perse altro tempo in quella
Caserma”. L'autore del misfatto non fu mai scoperto e,
probabilmente, Mercatali e Tosi furono scarcerati e reintegrati nel
lavoro senza altre noie perché in quei giorni, dopo la destituzione
di B. Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo, c'era molto
trambusto e nervosismo tra i dirigenti fascisti e incertezza sul da
farsi nell'Arma dei carabinieri e nell'Esercito. E poi, stai a vedere
che quel ritratto di Benito Mussolini finito nel cesso il giorno
prima della sua destituzione non fosse un segno premonitore del
destino! Comunque, gli operai della “Caproni” di Predappio si
erano già disfatti del fascismo buttando nel cesso Mussolini.
(…)
Il
dispaccio
Il 27
ottobre del ’44, l'indomani dell'arrivo a Predappio di Ferlini
Giuseppe e dei suoi partigiani, Mercatali doveva recapitare un loro
comunicato a Pino Maroni, un partigiano dei G.A.P., a S. Martino in
Strada. Il dispaccio lo aveva ricevuto da due partigiani uno dei
quali, a memoria di Mercatali, era un certo Casadei di Bussecchio.
Nel comunicato si segnalavano le posizioni conquistate dai partigiani
e dagli Alleati, le postazioni tedesche ancora presenti nella vallata
e sulle colline di Predappio e Castrocaro e si davano delle direttive
per l'imminente attacco per liberare Forlì. Pino Maroni aveva a S.
Martino in Strada una bottega da falegname e questa sua attività lo
“copriva” e lo facilitava per nascondere e smistare le armi ai
partigiani, e per ricevere e trasmettere informazioni. Ha raccontato
Fis-cin che in quei giorni era freddo e pioveva sempre e lui si era
più volte bagnato e “infradiciato tutto” e si era preso un
“febbrone” e affidò così l'incarico di recapitare il messaggio
a due giovani di Fiumana delle S.A.P., Ugo Vallicelli (Ughin) e
Giovanni Cimatti (Pelo).
(…)
P.S.-
In questi giorni è venuto a mancare anche Ughin (Ugo Vallicelli), porgiamo le nostre condoglianze alla famiglia ad ai compagni.
Panorama di Fiumana databile non oltre alla prima metà degli anni venti.
venerdì 28 novembre 2014
La foja de farfaraz. Dal diario di Padre Vittorino
DAL DIARIO DEL DIARIO PARROCCHIALE.
Piccolo stralcio dei gironi della Liberazione tratto dal libro: "La foja de farfaraz ...."
25
mercoledì.(1944)
Gli Alleati sono a S. Savino e non avanzano nonostante che i tedeschi
abbiano già abbandonato Predappio. La voce del cannone è l’unica
che si sente in Predappio, che è un paese morto. Alle ore 10 circa
appaiono nel cielo una dozzina di apparecchi alleati, i quali , dopo
diverse volute a bassa quota, cominciamo a sganciare il loro peso di
distruzione nella zona del ponte del Rabbi, che essi non vedevano
rovinato dalle mine e pensavano potesse ancora servire ai tedeschi.
Scaricano 24 bombe del peso presumibile di 5 quintali l’una, fu il
bombardamento più disastroso che abbia subito Predappio. Non si
ebbero morti da lamentare, solo una donna ferita, ma quasi una
ventina di case distrutte, altrettante inabitabili, parecchie
danneggiate in modo diverso. Si può dire in blocco che la vecchia
zona di Dovia fu resa inabitabile. Le stesse suore di S. Rosa che
fino allora erano rimaste con un po’ di paura, ma anche con una
energia ammirabile al loro posto, debbono abbandonare il loro Asilo,
perché il loro appartamento è distrutto, tutti gli infissi divelti,
quindi inabitabile nel modo più completo; eccetto il cantinato in
cui erano rifugiate con alcune famiglie. Restano lì nello sterrato
alcuni uomini. Le suore e le donne vanno nel locale della Colonia
sfollati (passate con contratto regolare con la G.I.L. in loro
custodia) che è ancora intatto ed ha un cantinato robustissimo, nel
quale già vi sono diverse famiglie.
Verso
sera il cannoneggiamento rallenta alquanto da una parte e dall’altra.
Il tempo è imbronciato e piovigginoso. Durante la notte verso le ore
23 una pattuglia polacca di 10 uomini (preavvertito il Comando
Alleato da alcuni giovani predappiesi che si erano recati a S. Savino
e a Cusercoli per via dei monti l’altro, che non esistevano più
tedeschi in Predappio) entra in paese si sofferma qua e là, va in un
rifugio di civili, assume informazioni e se ne ritorna via.
(Coincidenza: la sera del 25 ottobre 1934 già buio, i Religiosi
entravano in Predappio; 10 anni dopo il 25 ott. vi entravano le
truppe alleate.)
Altro
particolare trascurato sopra: i feriti che si trovavano al “Pronto
Soccorso” dopo il bombardamento del 25 mattina, vennero trasportati
con barelle alla galleria dell’Aeronautica, dove si trasporta pure
il Dottore, e che d’altra parte non si sarebbero potuti mantenere
nel detto sotterraneo per il timor panico in cui vivevano
continuamente i medesimi, e perché chi doveva assisterli non si
sentiva sufficientemente sicuro, e non avrebbero potuto avere
servizio.
26
ott. Entrata
delle truppe polacche in Predappio. Alle ore 7,30 circa, il Parroco
di sfuggita era arrivato al "Pronto Soccorso", dove era
stato portato un giovane, tale Versari Rag. Benizzi ucciso la sera
antecedente da una granata inglese, mentre si recava dalla casa alla
galleria: e sbrigato quanto doveva, nel rientrare vede un pattuglione
di circa trenta soldati, avanzanti circospetti e coi fucili puntati.
Li incontra davanti alla Chiesa , li rassicura che i tedeschi erano
partiti, li accompagna alla Caserma già dei carabinieri dove
entrano; escono pian piano alcuni civili, si danno loro informazioni
circa posizioni dei tedeschi, campi di mine. Occupano il Comune,
cominciano ad appostare drappelli in posizioni difese. Mandano
indietro alcuni soldati per ottenere altri rinforzi, occupano fino
verso la metà del paese, perché si sapeva che i tedeschi erano
ancora al "Taglio del Fiume", quindi appena fuori di
Predappio. Il tempo era piuttosto nebbioso e spiovviginava; dalle
alture circostanti i tedeschi non potevano vedere chiaro cosa
avveniva, e le artiglierie avversarie per questo giorno tacque
completamente, almeno in Predappio non arrivarono colpi. Nel
pomeriggio qualcuno dai rifugi comincia a farsi coraggio, a sbucar
fuori, ed a famigliarizzare coi soldati Polacchi.
(Altra
coincidenza: la mattina del 26 ott. 1934 i Religiosi prendevano
possesso della Parrocchia di Predappio ed entravano praticamente in
cura d'anime, 10 anni dopo la mattina del 26 circa alla stessa ora i
soldati alleati prendevano possesso di Predappio e vi si istallavano
da nuovi dominatori).
27
ott. Entrano
alla spicciolata altre truppe polacche fin dal mattino; il tempo è
leggermente migliorato dal giorno precedente. Permane la calma
dell'artiglierie. Si arriva così fino a mezzogiorno senza nulla di
notevole. Nel pomeriggio le pattuglie polacche cominciano a spingersi
un po' a forma di raggiera. Il Parroco circa le 13 e mezza esce per
recarsi nella parte bassa del Paese per vedere se vi era nulla di
nuovo; non aveva avuto notizia alcuna sugli effetti del bombardamento
del giorno 25. Nei rifugi vi erano dei feriti? La popolazione di
quella zona rimasta sul posto, in verità poca, forse una cinquantina
di persone, in che condizioni si trovava? Rapidamente faceva un giro
nella zona desolata dal bombardamento, dove trovò una persona sola
che era uscita momentaneamente da un piccolo cantinato (e che
mezz'ora dopo era già ferita, tale Fabbri Adelmo, per scoppio di
granata, al quale veniva amputato un piede) poi si inoltrava per Via
Roma sorpassando la pattuglia polacca che era appostata a diversi
spigoli di case o in porte sfondate e raggiungeva S. Rosa nel cui
cantinato erano rimasti 5 uomini. Il Parroco era appena voltato
dietro il recinto dell'Asilo, quando la pattuglia tedesca che era
appostata in fondo al paese scorse qualche uomo della pattuglia
polacca, aprì il fuoco con le armi automatiche, a cui risposero gli
altri. Per circa un quarto d'ora fu un crepitare d'armi automatiche
da una parte e dall'altra. Il Parroco fece appena in tempo a
scivolare giù nel rifugio in compagnia dei 5 abitatori della cantina
di S. Rosa. Non erano ancora le 14 che cominciò un intenso
cannoneggiamento tedesco su Predappio. Ora sapevano che
effettivamente era in mano polacca, e concentrarono il fuoco di tutti
pezzi sull'abitato di Predappio. Da Fiordinano (chiesa) dalla Rocca
delle Caminate, dalle alture di S. Agostino, dallo stesso "Taglio
di Fiume" e perfino a Montemaggiore, concentrarono il fuoco
delle artiglierie. Su Predappio spararono con un accanimento
eccezionale. dall'altra parte l'artiglieria Alleata con maggiore
intensità apri il fuoco di risposta in tutte le suddette direzioni;
i soldati polacchi fecero preso a ritirarsi dai posti avanzati, e
molti si ritirarono fino a S. Cassiano per via della campagna, della
riva del fiume, dei fossi... Gruppi e pattuglie si ritirarono nei
rifugi assieme ai civili, ivi stettero tutto il pomeriggio e la notte
seguente. Sembrava che l'artiglieria tedesca avesse intenzione
proprio a distruggere Predappio, mentre quella alleata con qualche
granata leggermente corta colpiva la zona di S. Rosa, gli altri colpi
erano diretti tutti lontano. Furono tre ore e mezzo spaventose (dalle
14 alle 17, 30) in cui senza interruzione dominò il cannone: scoppi,
sibili, schianti, crolli ecc... sembrava che di Predappio non dovesse
rimanere nulla. I punti battuti furono la zona di S. Rosa ed i
dintorni della chiesa di S. Antonio; non mancarono però neppure
lungo tutto il paese. Non vi fu casa, si può dire che non ricevesse
qualche granata e qualche ricordo dai tedeschi prima di lasciare la
zona (era il ringraziamento per l'ospitalità ricevuta e l’addio).
Anche
la pioggia aveva cominciato a cadere fin dalle ore 16 circa, e forse
contribuì a far cessare prima il bombardamento; perché verso le ore
17,30 era quasi già buio, non solo a motivo dell'ora, ma
principalmente per il tempo fortemente nuvoloso. Approfittando di
questa cessazione il Parroco ne trasse profitto per sbucare da S.
Rosa e di corsa venne al convento. Che disastro per il paese: Porte
sventrate, case mezzo scoperte, tutti i fili della luce e del
telefono ecc. rotti; alberi schiantati, rovesciati, buche, pietre,
coppi sparsi. Fu una corsa con ostacoli … (illeggibile)
sfiancamenti …
Arrivato in piazza, quale spettacolo!… La piazza rovinata da buche
di granata, la facciata della Chiesa colpita, tutti i vetri rotti,
frantumi di marmi qua e là, tre pannelli di bronzo della facciata
rovinati e lanciati a diversi metri di distanza. Era una desolazione
che stringeva il cuore (nota
a piè di pagina:
Qualcuno dei parrocchiani che dalle case coloniche dei dintorni vide
il bombardamento di Predappio pensò che venisse distrutta). Alle ore
18 un’altra scarica di granate nella zona della nostra Chiesa, ma
nessuna colpì l’obbiettivo. (Altra coincidenza: il giorno 27 ott.
1935 nel pomeriggio veniva solennemente benedetta la Chiesa ed
inaugurata al culto; dieci anno dopo il 27 ott., pomeriggio, subiva
il battesimo del fuoco e resa inservibile al culto). Ogni due ore
l’artiglieria tedesca apriva il fuoco si Predappio specialmente
sulla Chiesa, che in effetti insaccò pochi colpi, molti finirono
sulla piazza (perlomeno una cinquantina, arrivarono solo sulla
piazza) molti anche nei dintorni della Chiesa. Però il
cannoneggiamento notturno non ebbe altro effetto per i tedeschi di
far scoprire i loro pezzi che venivano senz’altro ribattuti e fatti
tacere dall’artiglieria alleata. Avvenne così alle 20, alle 22,
alle 24, alle 4 del giorno
28 ed ancora
alle 6. Questo accanimento particolarmente contro la Chiesa fece
alquanto impressione, ragione per cui i tre sacerdoti credettero bene
di allontanarsi momentaneamente da Predappio, ritirandosi presso le
Suore del Ricovero a Predappio Alta. Il Padre Lorenzo stette lassù
appena quattro giorni, gli altri due, P. Ernesto Maestranni e padre
Raimondo Camellini, vi stettero poco più di una settimana, poi
vedendo, la resistenza dei tedeschi e il timore di un contrattacco da
parte loro, ed una ripresa di posizione, approfittarono di una
macchina polacca ed andarono a San Piero in Bagno. Degli altri
nessuno volle allontanarsi né religiosi né borghesi. (Altra
coincidenza: col 28 ott. 1934 cominciava la celebrazione delle Messe
nella Chiesa di S. Antonio ed avevano luogo i solenni festeggiamenti
di inaugurazione; 10 anni dopo colla mattina del 28 ottobre cessa
completamente il funzionamento della chiesa perché abbastanza
rovinata ed esposta anche internamente alle intemperie e dal tetto
rovinato veniva giù molta acqua). Si cominciano così a celebrare
tutte le Messe in cantina e nella legnaia (che era stata, come si è
detto, adibita a rifugio). Veramente già coi giorni antecedenti
qualcuno aveva celebrato già in questi luoghi, ma qualche altro per
economia di tempo ( 8 sacerdoti e solo una pietra sacra) celebrava
anche in Chiesa. Anzi il giorno 27 avveniva nella legnaia una cosa
degna di nota: la prima Comunione di una ragazzina di 11 anni:
Stanghellini Cinzia, che non era ancora stata ammessa prima, perché
ogni anno attendeva il babbo richiamato alle armi, e la guerra invece
si prolungava.
Nelle
24 ore che intercorrono dal mezzogiorno del 27 al mezzogiorno del 28
la chiesa aveva subito questi danni: n. 17 granate (4 nella facciata,
3 nella scalinata, 4 contro il tamburo della cupola – per fortuna
nessuna contro il rame – 4 nel tetto – due nei fianchi) più due
nel campanile, ed una inesplosa contro un pilone del sagrato. Il
tetto specialmente aveva subito danni abbastanza rilevanti; quasi la
metà delle tegole e dei coppi erano rotti. Quasi tutti i vetri erano
a terra (letteralmente tutti quelli della cupola e quelli delle
navate laterali) parecchie scheggie erano entrate dalle finestre. Il
convento invece, eccetto qualche vetro e qualche tegola rotta, non
aveva ricevuto alcuna granata. Parecchie invece erano cadute nel
giardino dietro la Chiesa (8/10 sparate da Fiordinano) due o tre
nell’orticello – 3/4 nella pineta (in quel piccolo pezzetto
cintato); 7/8 nell’appezzamento di terreno di fianco alla strada –
2/3 nell’argine di fiume. E tutte tedesche.
Il
decimo anniversario dell’inaugurazione della Chiesa, che si pensava
di poter fare solennemente venne commemorato con un discorsino in
cantina alla Messa della Comunione Generale di tutti i rifugiati.
Il
giorno 28 viene
consolidata la presa di Predappio da parte dei polacchi; affluisce un
discreto quantitativo di truppa; i tedeschi si ritirano dal “Taglio
del Fiume” e per tutto il continua ad arrivare qualche cannonata
tedesca nell’abitato. Però nessuna più colpisce la Chiesa. Da
parte Alleata intanto, che si erano individuate le batterie tedesche
a Fiordinano e alla Rocca, vengono martellate, e quelle di Fiordinano
fatte sloggiare. Permangono quelle della Rocca, ma meno efficienti.
Arriva anche con le truppe Alleate qualche Partigiano.
Morti
tedeschi e polacchi per la battaglia di Predappio, fino ad ora,
nessuno; che si sappia, un ferito leggero Polacco e due Partigiani
Italiani che se ne stavano prudentemente in mezzo alla strada. Morti
civili oltre il Versari Benizzi ucciso alla sera del 25, ne vengono
uccisi due la sera del 26 nella casa del Podere Casola: Celli
Domenico ivi rifugiato, e Zenzani Giorgio, abitante nel podere, e due
feriti. I tre morti vengono sepolti momentaneamente alla meglio nel
cimitero di Predappio Alta, ed i feriti portati nella Galleria, dove
si cominciava a vivere in mezzo ad un fetore ed ad una sporcizia
impressionante, per fortuna che non era la stagione calda, altrimenti
…
29
- Si comincia a notare un po’ di irrigidimento nella difesa
tedesca, che è vero non sparava molto, ma difendeva tenacemente il
terreno. Qualche granata continua a piovere su Predappio, ma più
rare e denotano una certa scarsità di munizioni da parte dei
tedeschi, i quali ne inviavano ogni tanto qualcuna per molestare il
movimento polacco.
30
– Una specie del giorno 29; qualche granata di disturbo, si
bombarda fortemente la Rocca delle Caminate da cui non sembrano voler
sloggiare i tedeschi ed un gruppetto di militi. Giornata movimentata
per il parroco per due deceduti. Erano ambedue ammalati cronici a cui
l’orgasmo della guerra e la paura delle granate accelera la morte:
Sansovini Teresa che venne trasportata in un momento di sosta del
cannone a S. Cassiano, Amadori Donato che venne pure trasportato al
giorno dopo a S. Cassiano .
31
- I tedeschi
si ritirano, ma molto lentamente e si difendono tenacemente, d’altra
parte i polacchi non sembrano disposti a metterci la pelle così
facilmente; continuano a bombardare fino a che con certezza non sanno
che i nemici se la sono svignata. Continua ogni tanto ad arrivare
anche quest’oggi qualche granata. Così finisce anche il mese di
ottobre.
domenica 9 novembre 2014
LA STORIA DELL'UOMO E' PIENA DI MA ... di Panebarco
Panebarco è un vignettista che negli anni '70 disegnava per "La città futura" giornale della FGCI, pubblicò questo libricino a fumetti: una breve ed elementare analisi storica economica della società.
Io auspico il prossimo "MA ..."
mercoledì 5 novembre 2014
Elenco partigiani caduti della prov.Forlì
Caduti partigiani Forlì
IN QUESTO BLOG E' STATO PUBBLICATO ANCHE L'ELENCO DEI PARIGIANI E PATRIOTI DELLA PROVINCIA DI FORLI' (allora comprendente anche Rimini)
sabato 1 novembre 2014
Scipio e Mameli: incomprensibili fratelli d'Italia
TRATTO DA "POI VENNE LA FIUMANA".
Essendosi velocemente esaurite le mille copie stampate , ho provveduto ad una ristampa.
Essendosi velocemente esaurite le mille copie stampate , ho provveduto ad una ristampa.
Italia se desta
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria…
In colonia ci sono stato per ben quattro
volte, più un anno nel collegio con le suore, allo “Stella Maris” di
Cesenatico, dove frequentai la seconda elementare. La prima volta ero molto
piccolo, non andavo ancora a scuola, a quei tempi ero “sbattuto, patito e
sottopeso”. Il dottore assicurò che l’aria di mare mi avrebbe fatto bene e i
miei genitori pensarono che sarebbe stata l’occasione per farmi imparare un po’
d’italiano visto che ad ottobre avrei iniziato la scuola, inoltre erano le
uniche vacanze che potevano permettersi per i loro figli. Fu un’esperienza
molto dura, gettato in un mondo che non capivo, che percepivo come estraneo,
anzi ostile, fra tutto quel concentrato d'umanità mi sentivo più solo che a
casa dove almeno avevo fratelli e genitori solidali. Ricordo che quando scoppiava un temporale “ le signorine”
(badanti dei ragazzi) ci parlavano della pericolosità dei fulmini che potevano
incendiare gli edifici ed incenerire le persone, dopo averci spaventato però
concludevano che non dovevamo preoccuparci perché eravamo in un edificio dotato
di parafulmine che catturava immancabilmente tutti i fulmini perciò potevamo
dormire tranquilli. Io tuttavia non dormivo, non ero per nulla sereno, mi
rigiravo nel letto pensando che a Fasfino il parafulmine non c’era e che magari
proprio in quel momento una saetta colpiva la casa e morivano tutti i miei
famigliari.
Erano molte le cose di quel mondo che non
capivo, come ad esempio l’Inno di Mameli. Chi fosse sto Mameli francamente non
ne avevo idea, ma subito pensai che dovesse essere un tipo strano che aveva
fatto una canzone incomprensibile, come lo era il motivo per cui dovessimo
cantarla ogni giorno tutti in fila, “tinchi” come bastoni. A quei tempi in
colonia si faceva quotidianamente l’alzabandiera la mattina dopo colazione,
l’ammaina bandiera invece non la ricordo, ma evidentemente qualcuno lo faceva
perché il giorno dopo la bandiera era immancabilmente da rialzare.
Tutti in fila, tranne uno fra i più
grandi, che si posizionava vicino all’asta a tirare la cordicella. Mentre il
tricolore si alzava cantavamo l’inno d’Italia:
“Fratelli
d’Itaglia, l’Itaglia s’è desta …”.
(Sapevo che desta voleva dire svegliata, e
fin qui era tutto comprensibile, il sole era già alto e trovavo logico che in
Italia ci fossimo già tutti svegliati).
“Dell’elmo
di Scipio ...”
(Chi fosse sto Scipio era proprio un
mistero, nessun compagno sapeva essermi d’aiuto, nessuno lo conosceva o sapeva
chi fosse, pensai fosse un amico del Mameli)
“
... sé incinta la testa”
(Qui la crisi era totale, erano parole
senza senso, come faceva ad essere “incinta” la testa? Ero contadino, non
parlavo l’italiano, ma sapevo benissimo come nascevano i piccoli, avevo visto
partorire le mucche, le scrofe e le pecore, le galline invece non rimanevano
incinte. Era la pancia a rimanere incinta non la testa, poi non si rimane
“incinti” con l’elmo, possibile che questo Mameli non sapesse cose tanto
ovvie?)
”E’
schiava di Roma ...”.
(Questa era un’altra frase che non mi
andava giù, non perché fossi un leghista “ante litteram”, ma perché tempo prima
avevamo avuto una visita dei nostri cugini romani, bravissimi ragazzi ma di
carattere estroverso, ed a me d'essere schiavo di Roma, cioè dei miei cugini,
proprio non mi andava giù. Anche il prosieguo della canzone non mi era per
niente chiaro, non sapevo cosa fossero le coorti e non mi sentivo per nulla
pronto alla morte. Allora ero portato a pensare che questa non comprensione
fosse dovuta alla mia ignoranza, ora ho capito che era invece colpa della
”loro” ignoranza, l’ignoranza di chi doveva e non sapeva insegnare.
Da allora sono state tante le cose di questo mondo che non ho compreso e approvato.
Da allora sono state tante le cose di questo mondo che non ho compreso e approvato.
Naturalmente oltre a “Fratelli d’Italia” c’insegnavano
tante altre canzoni che cantavamo durante le “marce di trasferimento” dalla
colonia alla spiaggia, però quella preferita da tutti era una canzoncina che si
tramandava fra i bambini d'anno in anno e che iniziava con la strofa: “Le nostre signorine si credon d’esser belle,
appunto per questo rimaran tutte zitelle. Da, dai, dai tutti gli altri van
zanpai …”.
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