giovedì 2 luglio 2015

Il 25 luglio 1943 a Predappio.







IL 25 LUGLIO  A PREDAPPIO

Dal libro La foja de farfaraz.
 Predappio: Cronache di una comunità viva e solidale.
Di P. Capacci, R.Pasini e V Giunchi

(Pieghevole che sarà distribuito ai partecipanti)




LUGLIO 1943

24 luglio 1943Nel gabinetto della Caproni viene rinvenuto il ritratto del Duce rimosso dalla parete del reparto. Sono accusati del gesto ed arrestati gli operai Terenzio Mercatali di Fiumana e Nazzareno Tosi di Rimini. Saranno rilasciati dopo tre giorni.

25 luglio 1943 - Caduta ed arresto di Mussolini. Già nel medesimo giorno alla fabbrica Aeronautica Caproni si costituisce una commissione operaia di fabbrica composta “da alcuni elementi del luogo”, fra cui ”Luigi Zarattini, Aldo Giovannini ed Armando Toscani. Nei giorni successivi la Commissione incontra i dirigenti di Federguerra (ente statale per la produzione militare) e avanza richieste economiche e chiede il licenziamento di due dirigenti squadristi ed altri elementi fascisti. Gli operai membri della commissione sono giovani ed immigrati a Predappio in seguito alla nascita della fabbrica.
Nel paese si crea sconcerto, ma la reazione degli elementi fascisti locali è nulla, qualcuno si farà coraggio dopo l’8 settembre con l’arrivo delle truppe tedesche.

26 luglio 1943Giuseppe Ferlini, Egisto Capacci e i non meglio precisati Mordenti di Predappio entrano nella sede del Fascio di Tontola e danno fuoco al gagliardetto, ai ritratti del Duce e a materiali di propaganda. Successivamente lo stesso Capacci, con altri, compie gli stessi atti di sabotaggio presso Santa Marina, San Savino e “in varie Case del Fascio di Predappio”. Da una denuncia del Prefetto di Forlì al Ministero dell’Interno della RSI del 30/12/1943.

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In ricordo di Terenzio Mercatali (Fis-cin)

(22-04-1922 / 10-01-2013)






La militanza antifascista di Terenzio Mercatali, detto Fis-cin (Fischietto), ha avuto un decisivo impulso il 24 luglio del ‘43, la vigilia del giorno in cui Benito Mussolini sarebbe stato destituito dal Gran Consiglio del Fascismo con tutte le drammatiche vicende avvenute in seguito a tale scelta. Proprio quel giorno il ritratto di B. Mussolini, che, appeso alla parete del reparto della fabbrica “Caproni” di Predappio in cui Fis-cin lavorava, dominava sulla testa degli operai, era finito miseramente nel cesso. La “Caproni” di Predappio era una fabbrica di aeroplani che, considerando anche gli occupati dell'Aeronautica Militare di Forlì e alla “Linea di volo”, come allora erano detti gli aeroporti, di Forlì, dove gli aerei erano assemblati, dava lavoro a circa millecinquecento persone. Mercatali e un certo Tosi Nazareno, originario di Rimini, si erano trovati casualmente in quei gabinetti quando la vigilanza della fabbrica scoprì il fatto e loro furono incolpati di tale gesto, di aver messo il quadro di B. Mussolini nel cesso. Allertati, immediatamente arrivarono tre bersaglieri, l'arma militare d'appartenenza del Duce e tre miliziani, entrambe le squadre capeggiate da un sergente, per arrestare e portar via i due sciagurati.

Ammanettati l'un l'altro Mercatali e Tosi furono portati alla gogna in giro per la fabbrica e all'uscita della “Caproni” passarono in mezzo ad una trentina di persone, tra cui tutti i “capi” della fabbrica, che li strattonavano e li insultavano. Il direttore del personale della “Caproni”, l’ingegner Giovanni Manzella, “fascista della prima ora”, afferrò “Fis-cin” per il collo quasi strozzandolo e graffiandolo tutto e urlando in modo plateale disse: «Ma cosa ti ha fatto Mussolini per fare questo!» Furono poi portati in Caserma e consegnati ai carabinieri di Predappio.

Il comandante della caserma, un capitano dei carabinieri, li interrogò per delle ore, quel giorno e il giorno dopo, accusandoli di aver “pisciato” sul ritratto del Duce, ma i due non potevano che ribadire la loro innocenza. Fis-cin replicò che nessuno aveva pisciato sul Duce e che, anzi, lui, il quadro da terra dove si trovava lo aveva appoggiato sopra l'armadietto del gabinetto e questo lo avrebbero potuto verificare facilmente. Durante l'interrogatorio Mercatali e Tosi furono tacciati di essere degli “imboscati” e, non essendo la prima volta che Fis-cin sui luoghi di lavoro e in altre parti si prendeva dell'imboscato, non si trattenne dal dire al capitano: «E allora voi!» Infatti Mercatali era stato riformato ed esonerato dalla leva militare per una menomazione braccio e Tosi, dopo aver già fatto tre anni di guerra nella Marina Militare, nei sommergibili, era stato riformato perché aveva contratto la tubercolosi. Anche per questo Tosi, lui che aveva lottato e sofferto tanto per il Duce, si lamentava molto per tali accuse e la situazione in cui si trovava. Il capitano era balbuziente e ogni volta che non cavava la parola, per sbloccarsi, “mollava” un pugno o una sberla a uno dei due ma soprattutto a Fis-cin che gli era più vicino e aveva la “ganasa” dalla parte del capitano tutta gonfia e tumefatta.

La mattina del terzo giorno, dopo due notti di prigione, furono rilasciati e successivamente reintegrati nel lavoro alla “Caproni”. Mercatali chiese al maresciallo dei carabinieri, che gli restituiva gli effetti personali sequestrati al momento dell'arresto, di poter denunciare il direttore della Caproni che lo aveva graffiato in quel modo mentre era ammanettato e mostrò il collo tutto segnato al maresciallo. Il maresciallo gli disse che per fare la denuncia ci volevano i testimoni e Mercatali replicò che più di trenta persone avevano visto davanti alla “Caproni” e, vedendo in quel momento dalla porta aperta uno dei miliziani che lo avevano ammanettato e prelevato, disse al maresciallo: «ecco lui è uno». Ma il milite fascista, chiamato dal maresciallo, disse, spudoratamente, di non aver visto niente e Fis-cin “non perse altro tempo in quella Caserma”. L'autore del misfatto non fu mai scoperto e, probabilmente, Mercatali e Tosi furono scarcerati e reintegrati nel lavoro senza altre noie perché in quei giorni, dopo la destituzione di B. Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo, c'era molto trambusto e nervosismo tra i dirigenti fascisti e incertezza sul da farsi nell'Arma dei carabinieri e nell'Esercito. E poi, stai a vedere che quel ritratto di Benito Mussolini finito nel cesso il giorno prima della sua destituzione non fosse un segno premonitore del destino! Comunque, gli operai della “Caproni” di Predappio si erano già disfatti del fascismo buttando nel cesso Mussolini.
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Aneddoti di resistenza antifascista nel Ventennio


1°Maggio.
Il 1° maggio era la data simbolo dell’antifascismo e più in generale della lotta ai padroni, anche perché il regime l’aveva vietata sostituendola col 21 aprile, ipotetica ricorrenza della nascita di Roma. Il 1° maggio gli antifascisti facevano ogni sforzo per mostrare che esistevano ancora. Nella notte della vigilia si inalberavano bandiere rosse, che erano viste come fumo negli occhi dagli squadristi che per l’occasione si rimettevano in moto anche negli anni in cui la repressione era ormai stata demandata agli organi dello stato. Nella notte della vigilia era un continuo rincorrersi fra squadristi ed antifascisti ed ancora dopo tanti anni abbiamo udito i racconti di chi con orgoglio raccontava com'era riuscito a turlupinare fascisti e Regi Carabinieri innalzando la sua bandiera; talvolta gli antifascisti venivano sorpresi ed erano bastonate e perfino denunce.
Chi poteva, quel giorno non lavorava e si metteva il vestito buono, magari col tradizionale fiocco nero dei sovversivi al posto della cravatta, ma erano in pochi a poterselo permettere perché meticoloso era il controllo repressivo e per loro finiva male. In ogni caso se era festa quel giorno bisognava almeno mangiar bene e fare ciò era più facile perché avveniva entro le mura domestiche. Mangiar bene il primo maggio significava mangiare i tortelli che in qualche misura erano diventati un piatto tradizionale di questa festa. Si racconta che agli squadristi neri desse fastidio anche questo e che all’ora di pranzo irrompessero nelle case dei noti sovversivi e con prepotenza distruggessero le pietanze o, se pronte, se le mangiassero. Conoscevamo questi episodi come avvenuti nelle case dei contadini della “bassa”, ma Vittorio Emiliani nei suoi libri riporta che siano accaduti anche a Predappio.

Il rimorso di un povero vecchio
Nelle colline fra Predappio e Civitella abitava un uomo anziano che durante il ventennio raccontava di aver trasportato sul proprio mulo Musléna (Benito Mussolini), ancora socialista, da San Savino di Predappio a Cusercoli, dove doveva parlare in uno dei comizi che tenne in questo paese di sovversivi. Costui, era preda del rimorso, non sapeva darsi pace per non avere scaraventato il futuro Duce giù da un burrone quando attraversarono il Monte Brucchelle “ma allora chi poteva immaginare come sarebbe andata a finire”; però aggiungeva che aveva due pistole “a bacchetta” e prometteva che prima o poi le avrebbe usate per riparare all’antica mancanza. Durante le veglie con le famiglie più fidate questo episodio passava di bocca in bocca fra le famiglie contadine. (tratto da “Poi venne la Fiumana”)

Sarcasmo contadino e paesano: L’omaggio alla Nuova Casa del Fascio
L’antifascismo si esprimeva con mugugni, battute sarcastiche e anche barzellette più o meno esplicite contro il fascismo e il suo duce, magari erano “leggende metropolitane”, o eventi successi ma romanzati. Il punto non è questo, ma il fatto che passassero di bocca in bocca, durante le veglie o più spesso a tu per tu, facendo attenzione a chi ascoltava; comunque nella società rurale e paesana del tempo ci si conosceva assai di più.
Si raccontava che dopo l’inaugurazione della mastodontica Casa del Fascio di Predappio, la mattina si rinvenisse su un gradino un bel cumulo di feci umane con un biglietto su cui era scritto: ”Qui l’ho fatta e qui la lascio, un po’ al Duce un po’ al Fascio”. La qual cosa si ripeté nel giro di poco tempo. I fascisti decisero di tenere la zona sotto stretto controllo per tutta la notte e si appostarono nei dintorni. Per un po’ non successe più nulla. Una mattina quando erano già rientrati dentro l’edificio, furono chiamati fuori e sul retro del palazzo c’era la solita merda con il solito biglietto su cui però era scritto: “Qui l’ho fatta in piena luce, niente al Fascio e tutta al Duce”.

Perché non fate anche il Duce?
Si riporta un altro brano tratto dal libro “Poi Venne la fiumana”. Racconta il libro: “Anche in montagna giravano le barzellette contro il regime fascista, alcune riviste ed aggiornate con personaggi attuali, sono sopravvissute. Quella che vado a raccontare non ha avuto questa sorte, ma era alquanto originale. La storia è la seguente.
Il Duce si stava recando alla Rocca delle Caminate quando il suo autista fu costretto a fermare l’auto perché in mezzo la strada vi erano due bambini che giocavano e non si spostavano. Mentre il conducente stava per cacciarli fu fermato da Mussolini, che scese dal mezzo e si avvicinò ai bambini che vide intenti a fare dei pupazzetti con della “bovina” (deiezioni di mucca). Con tono bonario e paternalistico chiese: “Che state facendo ragazzi?” Questi di rimando: “Facciamo i balilla”. Mussolini chiese ancora: “Perché non fate anche il Duce?”. I bambini precisarono: “Non possiamo, abbiamo poca merda”.
Nel libro poi l’autore spiega che la “bovina” oltre ad essere utilizzata come letame era usata anche come materiale da costruzione per capanne “con un tetto di paglia sorretto da pali infissi nel terreno e con il “muro” perimetrale costruito con rami o canne intrecciate e ricoperte con un impasto d'argilla e “bovina”. Aggiunge poi: “A San Savino ho visto forse l’ultima esistente, così proposi all’allora Sindaco di Predappio di vincolarla come ”patrimonio storico”, ma non fui preso sul serio”. In effetti, non era in stile razionalista.
Siccome poi il “nemico ti ascolta” si era formata una terminologia per iniziati, ad esempio “la zòcca”(zucca) era il testone pelato del Duce, “e sträz” (lo straccio) era la camicia nera e talvolta il gagliardetto, “ la t-zemza” (la cimice) era il distintivo del PNF che si portava sulla giacca.

In braccio al Duce
Predappio era un ambiente ristretto; nel 1900 vi erano poco più di seimila abitanti che abitavano nel territorio attuale del Comune, per cui abbiamo qualche decina di cognomi che ricorrono molto spesso e si intrecciano fra loro imparentandosi. Se si guardano gli alberi genealogici di queste famiglie è molto facile trovare una parentela comune più o meno lontana.
Quando Mussolini divenne importante le parentele si ricercarono e spesso furono messe a frutto e d’altra parte il giornale locale fascista, “il Popolo di Romagna” estendeva il culto della personalità a tutti i parenti più prossimi di Mussolini. Erano centinaia i parenti suoi e della moglie che spuntavano come funghi e che inviavano suppliche, chiedendo aiuti e favori, (non da parte di tutti per la verità) che generalmente venivano esauditi anche se non in pieno. Le richieste erano in ogni modo troppo assillanti e per ben due volte Mussolini dovette ordinare un'inchiesta per scoprire quanti e quali parenti avesse. Vista l’ampia ramificazione parentale un atteggiamento clientelare nei loro confronti era un modo per estendere il consenso nel proprio luogo di origine.
Chi non era parente, ma era del posto, l’aveva conosciuto o perlomeno visto in gioventù ed ecco che allora nella ricerca di informazioni, è sovente incontrare persone il cui genitore o nonno ha in qualche modo interagito con Benito Mussolini. Poi c’era chi si rivolgeva al Duce e a Donna Rachele per avere un aiuto, tramite interposta persona o per lettera, magari perché aveva chiamato il figlio Benito o aveva dato tanti figli alla patria.
Questi episodi sono raccontati non tanto dai nostalgici, perché in questa terra ce ne sono pochi e quei pochi amano dare uno spessore maggiore alla loro scelta, ma dalle persone comuni; loro ci tengono a raccontarli perché in qualche modo hanno vissuto un momento di visibilità nella “luce riflessa”del Duce. Non dimentichiamo che Predappio da sconosciuto paesetto all’improvviso si trovò al centro della fama nazionale e chi era parente o concittadino del Duce d’Italia non poteva rimanere insensibile al fatto di essersi all’improvviso trovato al “centro del mondo”. Questo lo si nota anche da parte di chi poi esprime giudizi tremendi sul capo del fascismo, ma poi aggiunge con un certo compiacimento: “Ma lo sai che la mia mamma è stata presa in braccio dal Duce? Era stata scelta dalla scuola come la bambina che doveva portargli un mazzo di fiori e quando si è avvicinata lui l’ha presa in braccio e lei si è messa a piangere” (Senz’altro la foto di sua madre piangente col Duce non l’hanno mai pubblicata).
L’ultima dichiarazione in questo senso l’abbiamo sentita da Mario R. nato nel 1935, che abita ancora lungo la strada che porta alla Rocca delle Caminate e che ci ha raccontato con un certo orgoglio: “ Ma lo sapete che al Duce io ci ho dato dell’ignorante”. Replichiamo: “Come sarebbe a dire? Poi eravate un bambino all’epoca” – “Sì, ero ancora un bambino, ma ci ho dato dell’ignorante, proprio a lui. Dovete sapere che allora abitavamo alla Tomba che è sempre su questa strada, ma è vicino alla Rocca delle Caminate, è l’ultima casa del Comune di Forlì. Quando Mussolini era alla Rocca la sera gli piaceva fare un giro a piedi nei dintorni e da noi veniva spesso, perché dovete sapere che lui era un donnaiolo e a casa nostra allora c’erano due - tre belle ragazze. Me l'hanno poi raccontato i miei, perché io allora avevo quattro anni e non mi ricordavo più, che una volta mi aveva preso in braccio, però io non ci volevo stare e allora sono scappato e gli ho detto che era un ignorante, lui l’ha presa a ridere”.






Tratto dal saggio:
Partigiani e Patrioti

delle Provincia di Forlì e Rimini.

1943-44
Le donne e gli uomini che andarono
 e i tanti che non tornarono.
A cura di Palmiro Capacci


Note sui nomi di battaglia e sui nomi propri.


I nomi di battaglia: Stella, Fulmine, Bill e Gratusa uniti nella lotta.
Nelle guerre partigiane è in uso adottatore un nome di battaglia, al fine di non farsi riconoscere dal nemico ed evitare rappresaglie contro i famigliari, questa consuetudine si innesta con l’usanza molto diffusa a quei tempi in Romagna di indicare le persone con un soprannome. Era abbastanza diffusa anche l’usanza di cambiarsi nome, ad esempio uno che si chiamava Carlo si faceva chiamare Franco. I nomi di battaglia riportati nell’elenco sono una miscela fra queste due situazioni, in sostanza molti nomi di battaglia sono in realtà il soprannome che la persona aveva già prima dello scoppio della Guerra di Liberazione, magari l’estensore degli elenchi in alcuni casi li ha italianizzati come nel caso dello strano soprannome “Duello di cani” che non funziona minimamente, mentre in dialetto “Cán chi ragna” fila che è una meraviglia.
Il nome di battaglia riportati sono 1.110 , probabilmente la compilazione non è stata completa , l’estensore ha riportato sono i nomi più consolidati e diffusi, in ogni caso l’adozione del nome di battaglia non era regola generalizzata, salvo che per i partigiani più attivi e con ruolo dirigente.
Abbiamo quindi la serie dei soprannomi romagnoli i vari: “Macaròn, Rômmal, Gratusa, Frë, Gnegna, Bacôc, Baròz, Butron, Cagnaz, Calcagna, Cartoz, Panzò, Milza” ecc. Una infinità di declinazione romagnole dei nomi italiani: “Minghin, Mingon, Pirin, Piron, Piraz, Zuanin, Zuanon, Giuvanon e via declinando”.
Poi vi sono le caratteristiche fisiche che compongono una categoria assai numerosa, sono declinate sia in italiano che in dialetto: “Biondo, Gagìn, Bafin, Barba, Pelato” ecc.
I forestieri talvolta venivano chiamati col luogo di origine, ad esempio: “Cremona, Lugo, Novafeltria, Forlì” (non operava a Forlì ovviamente).
Ai giovani appartengono i nomi di battaglia studiati per l’occasione della guerra partigiana. Nomi gagliardi, utili anche a darsi coraggio, abbiamo quindi molti: “Folgore, Fulmine, Saetta, Furia, Terremoto,Vento, Fantasma, Libero” o di personaggi come “Napoleone, Ercole e Molotov”. A questi fanno da contrappunto alcuni “Tranquillo” e un “Angioletto”. Vanno forte anche i nomi d'animale, ovviamente di quelli forti, furbi ed aggressivi come: “Lupo (che va per la maggiore) Falco, Donnola, Pantera, Leone e Tigre con Tigrotto (il suo giovane figlio). Naturalmente non mancano: Diavolo, Fradiavolo,.Sparafucile, Sputafuoco,Vendetta e persino un Carogna.
Ci sono poi i soprannomi più politicizzati, ma sono assai pochi, una decina. Abbiamo 2 Acciaio (probabilmente il richiamo è a Stalin), 2 Lenin, 2 Mosca (non è detto che il richiamo fosse alla capitale Sovietica), qualche Spartaco, un Oberdan, un Matteotti, un Badoglio e caso che trovo inspiegabile anche un Mussolini, probabilmente era una sporadica presa in giro dei compagni che il compilatore ha riportato (forse perché il partigiano in questione gli stava antipatico).
Fa capolino la “modernità” con qualche nome inglese: “Bill, Dick, John, James, Harlem, Joe”. Qualche personaggio dello sport e dello spettacolo: “Girandengo, Carnera, Maciste, Macario, Totò” (forse non deriva dall’attore). Anche la pubblicità fa capolino con un “Palmonive”.
Le donne come in genere non hanno il soprannome in poche  hanno un nome di battaglia che in genere è un diverso nome proprio di persona ad esempio se si chiama Carla il nome di battaglia è Anna, però troviamo anche: “Micia, Titta, Stella, Mosca, Staffetta, Brël (giunco in romagnolo)” e un poco femminile “Cruton” che fa da contraltare a “Rondinella e Cilena” che invece erano il nome di battaglia di solidi partigiani maschi. Quello di avere un normale nome proprio come nome di battaglia è diffuso anche fra gli uomini specialmente per i più sperimentati dirigenti del PCI: loro sono seri e sobri rivoluzionari, avulsi dalle smancerie e dalla vanagloria. Sono abituati alla clandestinità, fatta di false identità e nella carta di identità falsa mica potevano scrivere che so!: “Rossi Tartan”. Ma anche qui c’erano eccezioni , il responsabile della sussistenza dell’8va Brigata, volontario a difesa della Repubblica spagnola, aveva il nome di battaglia “Curpet”.
Per chiudere non manca l’istruito di turno che si fa chiamare Cicerone (ma più probabilmente è una ironica presa in giro) e il filosofo che di nome proprio fa Aristotile ed è soprannominato “Sinopi”.

I nomi propri: Sperindio, Anaddio e gli altri.
Più curiosi dei nomi di battaglia sono i nomi propri. Certo non mancano miriadi di Giovanni, Luigi, Carlo, Antonio, Domenico, ma la Romagna era famosa per i nomi originali. Ciò deriva dal radicato spirito anticlericale presente nella popolazione, per cui molti si rifiutavano di dare al figlio il nome di un santo. Durante il ventennio, anche a seguito del Concordato siglato fra lo Stato fascista e la Chiesa Cattolica, la situazione si era già molto normalizzata, poi il regime negava l’uso di nomi stranieri e di nomi con un connotato sovversivo tipo: “Ribelle, Spartaco, Gracco, Oberdan e Oberdino (forse il nome dell’attentatore dell’imperatore austriaco era ammesso), Giordano Bruno, Giusto, Comunardo, Libertario”. Anche il nome “Lincon” rientra in questo filone.. Si arrivò al provvedimento di far cambiare il nome ad alcuni bambini, ad esempio “Ribelle” divenne “Rino”, “Ateo” divenne “Anteo”.
Si salvò il nome del rivoluzionario Benito Juarez: ma il motivo è ovvio, nell’immaginario questo nome era passato nella sponda opposta. Fra i Partigiani troviamo otto “Benito”, tuttavia due nacquero all’inizio del secolo quindi il rimando era a Juarez e non a Mussolini.
E’ quindi naturale che i nomi più fantasiosi appartengano alla generazione nata prima del ventennio.
Riportiamo alcuni dei nomi più originali. Diversi sono di origine greca: “Aristodemo, Aristotile, Apollonio, Dionisio Ermete, Efigenia, Medea, Olimpio, Omero, Pallade (nome femminile), Sofocle, Telemaco” ecc). Alcuni nomi derivano dalla lettura dei romanzi come “Athos e Abbondio” (che di cognome faceva Bravi). Altri sono attributi o auspici per il nascituro: “Allegrina, Godolo, Prudenza, Speranza, Tostina, Vivi e, Nuovissima”. C’è anche un “Vedovo” (chissà forse era l’auspicio per il figlio di un padre che aveva una moglie particolarmente “tignosa”).
In alcuni il richiamo alla divinità è diretto e particolare come “Sperindio” (evidentemente la sua vita non partiva nelle migliori delle condizioni). Abbiamo anche un Anaddio che sillabato in romagnolo suona “An’ha Dio” cioè ateo. Non mancano i vecchi nomi romagnoli come:“Celso, Vasco, Olmo, Anacleto. Cesira  Adalgisa e anche tante Zaira e Zenaide. Con le figlie femmine tuttavia si era meno fantasiosi.
Altri nomi che chissà dove li hanno trovati: “Annonario (Beh! Questo l’hanno certamente trovato al mercato), Anodonte, Arinovario, Argia (molto numerose), Ariodante, Ariomede, Assirto, Biffo, Brugnolao, Calamitò, Candenzio, Ghigo, Deroide, Elireo, Elettropulonna, Elvirino, Ergia, Fairez, Fennalbo, Floro, Filulea, Frè Luigi (però era toscano), Gleno, Grido, Ibleto, Ideolo, Iglina, Luraide, Melda (poverina chissà quanto l’avranno presa in giro), Nosleto, Pritilio, Raicle, Redeno, Rutos, Spiess, Tartò, Tudina, Uno, (abbiamo anche un Primo Adamo), Uffrisio, Zorè”.
Di “Palmiro” non ce ne sono, ma ci sono due “Palmira”.
Infine se non bastasse ci si mettevano anche i funzionari dell’ anagrafe che sbagliavano a trascrivere i nomi per cui “Palmina” diventa “Pamina”, “Rosina” è scritto “Rosia”, “Ilva” si trasforma “Ilma”. Se ti chiamavi “Ribelle” ti convocavano per cambiarti il nome ma se si sbagliavano a verbalizzare il nome dovevi tenertelo col loro errore.



lunedì 4 maggio 2015

La Resistenza nel Comune di Premilcuore









TRATTO DAL LIBRO: “ La foja de farfaraz. Predappio: cronache di una comunità viva e solidale”.


L'amico Gianni (parla Giuseppe Ferlini comandante partigiano di Predappio)
Il giovedì di quella settimana Giuseppe andò a S. Sofia perché era giorno di mercato e sapeva che avrebbe incontrato lì il suo amico e compagno d'armi Gianni. Nei piccoli paesi di montagna “si circolava bene perché i fascisti e i tedeschi erano poco organizzati”. Scaricò il suo bagaglio in un'osteria di un compagno, anche lui conosciuto durante il servizio militare, e andò a visitare il mercato. Come previsto trovò il suo amico Gianni e gli spiegò la situazione e Gianni “mi disse subito di andare a casa sua”. “Sì, sì, oggi vengo proprio e resterò per molto tempo” disse Giuseppe. E Gianni rispose: “Con tanto piacere”. Giuseppe e Gianni erano buoni amici perché si conoscevano dalla leva militare e poi si erano ritrovati da richiamati alle armi nella caserma di Rovigo. Gianni abitava a Montalto, una frazione del Comune di Premilcuore sulle colline tra le vallate del Rabbi e del Bidente, a quel tempo raggiungibile solo attraverso delle mulattiere. Per questo Giuseppe gli chiese: “Hai la somara da caricare la mia roba?” Gianni gli disse di non preoccuparsi perché c'era quella di Bricco, anche lui un amico conosciuto da richiamati alle armi. Si ritrovarono tutti all'osteria per mangiare e bere in allegria e fu un momento di festa e di reciproci complimenti. Lungo la strada per Montalto Giuseppe parlò della sua situazione e della situazione generale e di quello che si poteva e si doveva fare e Gianni disse: “Tu Ferlini sei un grande capo”. E Giuseppe rispose: “Tu sei più grande di me, Gianni, a prendermi in casa tua”. Montalto era una zona adatta, alla quale Giuseppe aveva pensato, per vivere appartato e operare senza essere catturato dai nazifascisti. Infatti non era facile da raggiungere ma allo stesso tempo era relativamente vicina ai comuni delle vallate del Rabbi e del Bidente in cui Ferlini aveva molti compagni e amici con cui poteva tenersi in contatto.

La casa di Gianni
Gianni abitava in una povera casa con la moglie e quattro figlioletti che lo accolsero con “tanto rispetto”. Era una povera casa di campagna, “mezza rovinata”, con delle grandi fessure nella porta e nelle finestre da cui passava l'aria e il freddo e “di notte si vedeva la luna”. E quasi tutte le case dei contadini di Montalto erano messe così. Quella notte Ferlini, prima di addormentarsi, pensò alle sofferenze degli uomini e che era giusta una guerra di Liberazione non solo dal Fascismo ma “per la libertà e la giustizia sociale (per dare) almeno ai poveri pane, casa e lavoro”. E mentre racconta queste cose alla sua nipotina Manuela è contento perché oggi quelle case di Montalto sono disabitate e “non fanno più soffrire il freddo a nessuno”.


Montalto
  
Montalto è una piccola frazione del Comune di Premilcuore, situata tra la valle del Rabbi e la valle del Bidente, raggiungibile a quel tempo, da Premilcuore, solo attraverso una strada che era poco più di una “mulattiera”. Montalto contava circa 300 abitanti, quasi tutti contadini, distribuiti nelle case coloniche poderali sparse su un territorio collinare, con un piccolo centro, “Le strade” di sette-otto famiglie e con ben quattro “chiesette” in cui si diceva messa.

In montagna per la guerra di Liberazione
L’attività si fece più intensa e pericolosa nel novembre del ‘43 e nei mesi successivi per l'arrivo e il passaggio nella zona di Montalto di molti antifascisti, civili e militari, che fuggivano dall'occupazione nazifascista delle città e dei paesi di pianura della Romagna per andare in montagna, con i partigiani, per la guerra di Liberazione contro il fascismo e l'invasore tedesco. Nel mese di marzo del ‘44 Giuseppe fu raggiunto in montagna anche dal fratello Pietro, fuggito dall'esercito e dalla cattura dei fascisti. E nella zona di Montalto erano aumentati i controlli della milizia fascista e i pattugliamenti dei tedeschi.
Il ruolo del partigiano Giuseppe Ferlini
In quel periodo Ferlini fu inquadrato nell'ottava Brigata Garibaldi con il grado di tenente, al comando di una quindicina di partigiani, con il compito di presidiare e controllare quell'area sulle colline romagnole e con il ruolo, importante e delicato, di “vagliare” e in parte addestrare i giovani, tra cui diversi militari, che, come già detto, fuggivano dall'occupazione nazifascista delle città e dei paesi della pianura romagnola per andare in montagna a resistere e a combattere con i partigiani. Ferlini era molto prudente; i nuovi arrivati, per lo più uomini dai 20 ai 30 anni, si presentavano al comandante Ferlini e, se non erano ben conosciuti da qualcuno dei partigiani, dovevano consegnare le armi che eventualmente avevano e venivano “tenuti d'occhio” dagli uomini di Ferlini. Le loro generalità e le notizie che davano venivano valutate e controllate e non veniva data loro la benché minima informazione sull'identità e sull'organizzazione dei partigiani. Nel frattempo le nuove reclute prestavano alcuni servizi necessari alla vita del campo partigiano situato nei boschi e in alcune grotte-rifugio della zona. Solo dopo averli “studiati” per alcuni giorni per capire le loro intenzioni e le loro attitudini, il comandante Ferlini li aggregava al gruppo per dare ai nuovi arrivati i primi insegnamenti sulle modalità e sulle regole della lotta e della vita partigiana, prima di essere inviati ai comandi e ai battaglioni partigiani attestati più all'interno sulle montagne della Campigna e verso la Toscana.

I “voltagabana” fascisti
Questo lavoro di selezione era necessario perché tra i nuovi arrivati c'erano anche dei disertori della milizia e delle brigate nere fasciste, semplici militanti che non avevano gravi colpe e che, fiutato il vento, “i vultèva gabäna” (rivoltavano la giacca) e tra loro potevano infiltrarsi delle spie fasciste per conoscere i luoghi e gli uomini delle forze partigiane. Ed era accaduto che, dopo un approccio di due-tre giorni con Ferlini e i suoi uomini, due individui si erano dileguati senza lasciare tracce e probabilmente erano venuti per spiare. A proposito di “voltagabäna” venuti dalle fila fasciste, diceva Ferlini che spesso diventavano i più temerari e facinorosi, forse per dimostrare a se stessi e agli altri di essere affidabili e “i vleva sémpra sparè e me aj duveva badè” (loro volevano sempre sparare e io li dovevo badare) perché in quel momento la cosa più importante era organizzare le forze partigiane e dare da mangiare a tutti, “a duveva pinsè a dè da magnè a tôt” (dovevo pensare a dare da mangiare a tutti). Essendo questo il suo ruolo nell'organizzazione della lotta partigiana, Ferlini e i suoi uomini, che potevano variare da poche unità ad alcune decine secondo i periodi, avevano tutto l'interesse ad operare nella zona di Montalto senza essere “disturbati” nel loro lavoro.


I rapporti con gli abitanti di Montalto
Per questo lui, contadino, aveva stabilito buoni e “taciti” rapporti di collaborazione e convivenza con gli abitanti e i contadini di Montalto senza far pesare su di loro la presenza dei partigiani e senza coinvolgerli nell'attività partigiana per non esporli al pericolo di rappresaglie da parte dei fascisti e dei tedeschi che periodicamente facevano i loro giri di perlustrazione in quella zona. Quando in una casa colonica, ogni tanto, si macellava un vitello o una “manza” e più di frequente una pecora o un agnello acquistati dai partigiani, la carne veniva distribuita in tutte le case e si provvedeva per le famiglie più bisognose. In questo modo i partigiani potevano, sempre di nascosto, recarsi chi in una chi in un'altra di queste case di contadini per mangiare un pasto caldo. Inoltre Giuseppe, per guadagnarsi il pane, aggiustava qualche paio di scarpe e questo lo faceva anche per i compagni partigiani. Ferlini e i suoi partigiani che dapprima abitavano distribuiti in alcune case di contadini, compagni fidati conosciuti da Giuseppe, avevano diradato e alternavano la loro presenza in queste case per non compromettere i proprietari esponendoli a rappresaglie dei nazifascisti e si erano accampati e avevano trovato rifugio alla “gròta dei fanghèz” (la grotta dei fangacci). La “gròta dei fanghèz”, una caverna nascosta nel fianco della montagna dove potevano “sistemarsi” e bivaccare anche venti-trenta uomini, si trova a circa un chilometro dalla Chiesa di S. Maria in Fiore e da “La Strada”, quello che era il “centro” di Montalto, su per la riva del fosso dei “fanghèz” con un sentiero che passa lì davanti alla grotta. Nella zona dei “fangacci” c’era allora la “Ca’ di fanghèz” (la casa dei fangacci), la casa colonica con l'omonimo podere, e un vecchio mulino abbandonato.

L'incontro
Proprio su quel sentiero, davanti alla grotta, ci fu un incontro ravvicinato e imprevisto tra i partigiani e una pattuglia di sette militari tedeschi in perlustrazione in quella zona. Con reciproca sorpresa, quattro partigiani tra cui Ferlini e il comandante Tom, che non si erano accorti dell'arrivo della pattuglia, si trovarono di fronte ai sette soldati tedeschi che non sapevano che quella grotta fosse un rifugio dei partigiani. Ferlini e Tom, i soli che in quel momento avevano il fucile, si limitarono a far vedere bene le armi ma senza la minaccia di sparare e i tedeschi, guardinghi, andarono avanti, facendo finta di niente. Era una bella mattina di primavera del 1944 e nessuno aveva voglia di morire! Il buon senso di quegli uomini si era opposto alla violenza, all'odio, all'egoismo, all'idiozia, all'ignoranza, al fanatismo degli uomini di guerra. In altre circostanze, purtroppo, in seguito a dei “rastrellamenti” con molti uomini e mezzi militari dei fascisti e dei tedeschi contro i partigiani, sui monti e nelle vallate di Premilcuore e S. Sofia e all'interno dell'Appennino, verso le montagne della Campigna e della Toscana, dove in quei momenti si ritiravano per difendersi meglio, Giuseppe e i suoi partigiani hanno avuto dei conflitti a fuoco con delle vittime da entrambe le parti.     (...)

A ca’ da la su mama”
Più di una volta Ferlini e i suoi uomini hanno preso e catturato dei fascisti, per lo più giovani, della milizia e delle brigate nere che si erano avventurati sulle montagne appena fuori dai paesi delle valli del Rabbi e del Bidente. Ferlini, dopo averli ben catechizzati, impauriti e minacciati di morte sicura se fossero stati presi una seconda volta a combattere contro i partigiani, li ha liberati, “ai mandeva a ca’ da la su mama” (li mandavo a casa dalla loro mamma). E l'autunno e l'inverno del ’43 e del ‘44 furono “lunghi” e freddi.

Il bambino Ferruccio (racconto di Ferruccio Casamenti)
Ferruccio Casamenti, che allora era un bambino di sei - sette anni, racconta che per un certo periodo, sul far della sera, quando sua madre preparava la cena, lui doveva portare un pentolino di minestra o di fagioli con un pezzo di pane presso una piccola grotta in un dirupo vicino a casa sua e quando, mezz'ora dopo, tornava a prenderlo il pentolino era sempre “pulito” ma lui, pur stando attento prima e dopo, non aveva mai scorto nessuno. Incuriosito, un giorno invece di tornare a casa, si nascose per vedere chi veniva a mangiare e vide un uomo con una “barbaccia” e il fucile che poi, più avanti negli anni, conoscerà e verrà a sapere che era Ferlini Giuseppe.

Strategie
In questo modo, come già detto, oltre a non gravare sulle famiglie del luogo, si conosceva poco o niente sull'identità, sulla forza, sull'attività del gruppo partigiano di Ferlini, quasi non ci fosse, e non si alimentavano chiacchiere che avrebbero potuto tradire la buona fede degli abitanti di Montalto e far loro correre dei rischi durante i controlli della milizia fascista e dei tedeschi. Inoltre Ferlini, con il buon senso che lo distingueva, teneva a freno i suoi uomini per evitare pericolose e in quel contesto inutili azioni di guerriglia e di sabotaggio contro la milizia fascista di Premilcuore e di S. Sofia e contro i tedeschi quando pattugliavano in quelle zone che avrebbero potuto scatenare delle ritorsioni facendo perdere le loro posizioni e colpendo gli abitanti di Montalto. Anzi, scaltro e prudente com’era, Ferlini era riuscito a stabilire dei contatti e degli accordi con il maresciallo della milizia di Premilcuore che, per il quieto vivere di tutti, lo avrebbe avvisato delle perlustrazioni della milizia e dei tedeschi nel territorio di Montalto evitando così incontri pericolosi e sparatorie mortali. E in quelle circostanze i partigiani di Ferlini si ritiravano più all'interno sui monti e verso le cime delle montagne.

Il polverone
A volte, in estate durante le perlustrazioni della milizia fascista e dei tedeschi, con le strade e i sentieri secchi e polverosi, sul crinale di un monte a debita distanza, si muovevano avanti e indietro sullo stesso tratto di sentiero per delle ore trascinando delle fascine di legna con i due asini avuti in prestito dai contadini e sollevando così un gran polverone. Era uno stratagemma per intimorire il nemico e far credere alla milizia fascista, ai tedeschi e agli abitanti di Montalto chissà quale movimento di truppe e che i partigiani fossero tanti.

Don Antonio Tamburini
I contatti con il maresciallo della milizia di Premilcuore Ferlini li teneva tramite il parroco di Montalto don Antonio Tamburini, il quale a sua volta poteva incontrarsi con la moglie del maresciallo durante le attività della parrocchia di Premilcuore dove periodicamente si recava. Don Tamburini era una persona matura di 65-66 anni, era una persona concreta e di buon senso, preoccupato per la sorte dei suoi parrocchiani e della comunità di Montalto, che temeva eventuali disordini e ritorsioni, ben contento di una collaborazione con Ferlini e i suoi uomini che assicurasse una vita pacifica agli abitanti di Montalto e con il quale Ferlini, fin dal primo incontro, aveva stabilito un rapporto cordiale di reciproca stima e fiducia.
Don Tamburini fu l’artefice degli accordi tra Ferlini e il maresciallo della milizia fascista di Premilcuore in base ai quali il maresciallo avrebbe preavvisato Ferlini dei pattugliamenti e dei controlli della milizia fascista e dei tedeschi nella zona di Montalto. In questo modo si sarebbero evitati in quelle zone inutili e mortali scontri a fuoco e rappresaglie tra i partigiani di Ferlini e la milizia fascista e i tedeschi e si sarebbero agevolate le condizioni di vita dei partigiani e della popolazione sulle montagne di Montalto.

Don Giuseppe Biondi
Tramite don Tamburini, in quel periodo, Ferlini ha poi conosciuto e preso contatti con don Giuseppe Biondi, parroco di Fiumicello di Premilcuore, con il quale ha avuto dei rapporti di collaborazione e di reciproco rispetto. Fiumicello di Premilcuore, che oggi è un piccolo borgo di montagna, sulla statale per la Toscana, sei chilometri dopo Premilcuore, con alcune decine di abitanti, a quel tempo contava circa cinquecento abitanti ed era collegato a Premilcuore da una strada sterrata che costeggiava il fiume. Don Giuseppe Biondi, 40 anni d'età, originario di Premilcuore dove conosceva tutti e aveva contatti con tante persone, in più occasioni ha trasmesso notizie e messaggi da recapitare ai partigiani di Ferlini o ai loro familiari ed è stato l’intermediario degli accordi per la macinazione del grano e l'approvvigionamento della farina per i partigiani presso il mulino di Ferdinando Mengozzi a Fiumicello.

Mezzo franco di farina (Mez frénc ad faréna)
Con la mediazione di don Giuseppe Biondi, Ferlini aveva contrattato l'acquisto della farina per fare il pane con Ferdinando Mengozzi il mugnaio di Fiumicello. Secondo gli accordi i partigiani o qualche contadino di Montalto andavano a ritirare la farina al mulino presentando una metà di una banconota da un franco al mugnaio che aveva l'altra metà con i numeri di serie della banconota corrispondenti. La farina veniva poi consegnata ad alcune famiglie contadine di Montalto che facevano il pane per se stesse e per i partigiani. Si specifica che nella parlata romagnola la lira era comunemente chiamata “franco”, le cinque lire invece erano uno scudo, le cento lire venti scudi, le cinquecento lire erano cento scudi, poi si tornava ai franchi.

Testimonianza di Sesto Mengozzi
Una testimonianza, seppure parziale ed indiretta, di alcuni di questi episodi raccontatimi da mio zio Giuseppe Ferlini, l’ho avuta una domenica d’agosto del 2013, quando sono stato “a fare un giro” a Fiumicello di Premilcuore e, accompagnato dall’amico Angelo Galletti, sono andato al mulino di Fiumicello per parlare con Sesto Mengozzi, l’attuale proprietario del mulino. Lungo il sentiero che porta al mulino e al mulino stesso ci sono delle belle sculture scolpite direttamente sulla roccia o ricavate dalla pietra serena, l’arenaria tipica dell’Appennino tosco-romagnolo, dal fratello Domenico Mengozzi, scomparso di recente, che viveva lì ed era artista scultore per hobby. Sesto Mengozzi, un signore di 76 anni, ben portati, è il figlio più giovane di Ferdinando Mengozzi che gestiva il mulino al tempo della guerra. Sesto conserva il mulino perfettamente funzionante e lo attiva, a scopo turistico, per i numerosi visitatori che al sabato e alla domenica, in estate, vanno a godersi il fresco a Fiumicello e, a scopo didattico, per le scolaresche che su appuntamento lo vogliono visitare per vedere come si macinava il grano per fare la farina fino a pochi decenni fa. Nel 1943-44 Sesto aveva solo 7-8 anni d’età ma ha ricordato alcuni fatti di quel periodo raccontati da suo padre Ferdinando e da altre persone più avanti negli anni.
 Don Giuseppe Biondi in più di un’occasione era stato sospettato e accusato dalla milizia fascista di Premilcuore di collaborazionismo con i partigiani e per questo aveva subito intimidazioni e minacce e veniva tenuto sotto controllo dai fascisti. In particolare era stato sospettato e tenuto, con altre persone, in ostaggio, sotto la minaccia dei fucili, per un intero giorno per essere intervenuto a Cartel dell’Alpe, un borgo a sei - sette chilometri da Fiumicello, per rimuovere e ricomporre i corpi di due fascisti giustiziati dai partigiani in quel luogo per i loro crimini e soprusi sulla popolazione. Lui e le altre persone erano sospettati di saper qualcosa per essere stati trovati sul posto e per aver intralciato le indagini e manomesso delle prove con la rimozione dei cadaveri. Comunque, dopo un giorno, don Giuseppe fu rilasciato; lui, dopotutto, era accorso e intervenuto per benedire le salme!
Sesto Mengozzi ha poi spiegato che, durante la guerra, la produzione della farina nei mulini era razionata e veniva controllata da funzionari del regime fascista che toglievano i sigilli al mattino e li mettevano alla sera, all’inizio e alla fine della macinazione del grano e stavano lì, a sorvegliare, tutto il giorno.
Al mulino di Fiumicello c’era un funzionario, un fascista di Premilcuore che “credeva molto nel partito”, un po’ troppo zelante e rigoroso e i contadini si lamentavano perché la farina che ricevevano dalla macinazione del grano “non bastava”. Ci volle una sortita al mulino ed un incontro con il funzionario fascista di tre partigiani di Ferlini, a conclusione del quale i partigiani lo salutarono col dirgli che “se fossero dovuti tornare un’altra volta, allora non avrebbero solo parlato con lui”, per ammorbidire e indurre il funzionario a “non vedere” alcune cose. Infatti, dopo quell’incontro si rivolse a Ferdinando, il mugnaio, dicendogli: «Vedi un po’ tu cosa puoi fare» e lasciandogli una certa autonomia. E ci fu più farina per i contadini di quelle zone di montagna e per i partigiani. Per i partigiani, che stazionavano nella zona di Montalto e sulle montagne attorno a Premilcuore era abbastanza agevole spostarsi sui crinali dei monti, scendere a Fiumicello e raggiungere il mulino ed eludere così la presenza della milizia fascista di Premilcuore e la sorveglianza ai mulini senz’altro più intensa e pericolosa a Premilcuore e dintorni.
Sesto, che abita a S. Martino in Strada, mi ha anche riferito di aver lì conosciuto un ex partigiano che gli ha raccontato come fosse stato indirizzato e fosse arrivato da Ferlini, in montagna, per combattere con i partigiani. Giunto nella zona di Montalto lui chiedeva di Ferlini ma nessuno sapeva e gli diceva niente fino a quando è stato Ferlini a farsi vivo e a contattarlo. Questo spiega la prudenza con cui Ferlini si muoveva e la collaborazione che aveva con gli abitanti di Montalto. Dopo la nostra cordiale chiacchierata Sesto ha messo in funzione e ha mostrato ad alcuni turisti, che si erano lì radunati, il suo mulino, con le macine originarie, con la ruota con le pale in legno spinta dalla caduta dell’acqua e una piccola turbina con la dinamo per la produzione di energia elettrica. Ci ha fatto vedere le sculture esposte al mulino di suo fratello Domenico e prima di salutarci mi ha dato un mezzo chilo di farina del grano che aveva appena macinato. Come detto, alcune cose raccontate da Sesto Mengozzi confermano in parte la collaborazione tra Ferlini e don Giuseppe Biondi e la storia del “mezzo franco di farina”.
(…)
Gruppo di partigiani del 4° battaglione dell'ottava Brigata Garibaldi  che operarono in prevalenza nell'alto Bidente e nella zona di Montalto (Premilcuore)