lunedì 13 giugno 2016

VILLANETA: quando fu sospettata di essere un covo di terroristi...

ANNIVERSARI:13 giugno 2012 ore 5 di mattina i carabinieri suonano alla mia porta ...

VILLANETA - CAMPIGNA
TUTTA LASTORIA E' PUBBLICATA IN UN ALTRO POST DI QUESTO BLOG.
Fine di una storia.

 Nel corso del 2012 cominciamo a frequentare Villaneta alcuni ragazzi, che abitavano nel versante umbro-toscano dell'Appennino, avevano conosciuto Villaneta perché amici di un ragazzo che abitava in zona. Non erano visitatori usuali di quelli che si limitano a fare un soggiorno, ma si appassionarono alla struttura e al luogo,  contribuirono di loro iniziativa ad eseguire diversi lavori di manutenzione, vidi in loro lo stesso spirito che animava i primi frequentatori della struttura.

Eventi imprevedibili fecero precipitare la situazione.

La perquisizione.
Alle ore 5 di mattina del 13/06/2012. fui svegliato dai carabinieri nella mia abitazione di Forlì, subito pensai ovviamente ad una disgrazia familiare, e fu quindi un sollievo quando mi ordinarono  di presentarmi alla Caserma dei Carabinieri di Corniolo entro il termine di un'ora perché doveva essere eseguita una perquisizione a Villaneta, precisando che se non mi fossi presentato avrebbero sfondato le porte. Mi avviai subito chiedendomi cosa mai fosse successo, ma personalmente ero scocciato ma tranquillo, in quanto sicuro di non aver compiuto nulla di biasimevole e tanto meno di illegale, l’unica ipotesi che mi venne in mente fu che qualche ospite vi avesse nascosto un po’ di marijuana, ma in verità propendevo più per l’ipotesi di un errore. 
Dal Corniolo poi accompagnato da 4-5 agenti “dei nuclei speciali” (così si presentarono, ma non capii bene speciali di che cosa, poi setti dell' antiterrorismo) e dai carabinieri della locale stazione,  ci recammo a Villaneta, rimanendo all’oscuro del motivo della perquisizione, siccome mi avevano fatto solo il nome di uno dei ragazzi toscani che avevo ospitato, arrivai a pensare che l'avessero preso con degli spinelli e ipotizzassero che li avesse nascosti a Villaneta.
 Alle 8,00 si giunse a Villaneta, alle 8,20 la perquisizione era terminata. Si vide subito che si aspettavano di trovare una realtà diversa. Scartai l'ipotesi della droga perché non frugarono da nessuna parte, diedero solo un’occhiata e in particolare guardarono solo i libri presenti, capii poi il motivo di questo interesse quando infine tornati al Corniolo mi fu consegnato l'atto di perquisizione. Dal mandato di perquisizione appresi che uno dei ragazzi era indagato in quanto di fede anarchica. In specifico era solo accusato di aver scritto con la bomboletta sopra su un bancomat e di aver esposto durante una manifestazione uno striscione con la scritta“ Terrorista è lo stato”. Si riportava anche, che durante la perquisizione della sua auto, avvenuta peraltro anni prima, erano stati rinvenuti strani aggeggi che si ipotizzava servissero per futuri attentati. Capii subito che si trattava di attrezzi del suo lavoro (era un potatore degli alberi che eseguiva salendoci sopra senza l'ausilio di elevatori, come in effetti risultò poi essere). Tuttavia si sospettava il ragazzo di essere in contatto coi “terribili” anarchici greci, per cui contro di lui era stato spiccato un mandato d'arresto. Nel verbale di perquisizione si riferiva che nulla di particolare si era rinvenuto. In conclusione Villaneta era una normale casa per ferie.

La vicenda degli “anarchici insurrezionalisti” ebbe un grande rilievo anche sulla stampa nazionale, poi la vicenda sparì completamente e solo con grande fatica sono riuscito a sapere che la vicenda si era conclusa dopo un anno e mezzo con la piena assoluzione “perché il fatto non sussiste” del ragazzo che tuttavia nel frattempo si era fatto 6-7 mesi di prigione e un tempo ancor maggiore di arresti domiciliari.

Assolti "perchè il fatto non sussiste" però dopo essere stati parecchi mesi in prigione, essere sbattuti su tutti i giornali e  TV nazionali, additati come pericolosi terroristi, quando furono assolti niente, ho trovato solo questo trafiletto dopo molte ricerche.

Sono sotto accusa. FIne della "Casa per ferie"
Nell'immediato non mi preoccupai troppo dell’evento: era un normale controllo conclusasi con esito positivo per Villaneta. Fatto sta che il giorno successivo la notizia era su un giornale che riportata il fatto con esiti allarmistici e cominciarono i guai. Qualcuno dei presenti alla perquisizione si era evidentemente preoccupato di andarlo a raccontare subito alla stampa locale. Fui convocato dalla direzione della Coop UNICA (Che nel frattempo aveva inglobato la Coop Leo Gramellini “Valverde”). Fui additato come irresponsabile anche dagli altri "soci" nella gestione della casa, in quanto colpevole di non aver utilizzato la struttura al solo scopo di “utilizzo personale” (sic). Fui diffidato seduta stante dal frequentarla ancora.
Villaneta era arrivata alla Coop. UNICA in eredità dalla Coop “Valverde”, per la nuova dirigenza, ormai scevra dalle idealità associative degli inizi, questa struttura era considerata ormai un inutile peso che non produceva alcun utile (ma nemmeno perdite come ormai tutte le Case del Popolo da loro gestite), colsero l'occasione per disfarsene e in quella occasione  comunicarono l’intenzione di rinunciare alla concessione di Villaneta, come in effetti avvenne.
Da quel giorno sono tornato una sola volta a Villaneta,il 27 settembre 2012, quando mi fu “concesso” di prelevare i miei beni personali, riuscì a portar via quanto mi fu possibile non avendo un fuoristrada per raggiungere Villaneta. Per oltre tre anni  non ho avuto lo stato d’animo di tornarla a vedere. L’elaborazione del lutto è stata lunga. Ho frequentato Villaneta dal 1976 - 77 al 2012. Si chiuse così la storia della "Casa per ferie" improntata da Otello Gavelli sui principi di un turismo sociale ed autogestito. Rispettoso dell' ambiente. Ho partecipato dal 1984 alla sua gestione, occupandomi in prevalenza delle pratiche burocratiche, che non finivano mai. Ero anche il muratore per i piccoli lavori.  Villaneta fu il luogo dove mia madre ha fatto le uniche "ferie" della sua vita. E' il luogo dove portavo i figli. In altre parole Villaneta è stata parte della mia vita.
Palmiro Capacci 


Probalmente fui sospetettato anche io di essere un pericoloso insurrezionalista 
invece a Villaneta ero attento alle pluralità delle culture.



 Villaneta: trasporto del legname con le mucche

E' finita una storia, ma non è finita Villaneta, 
Altri continuano .....

lunedì 21 marzo 2016

STALIN II E IL GIOVANE MILITANTE





STALIN II e il giovane militante.

Frequentava abitualmente la Casa del Popolo e, specialmente quando aveva un po’ bevuto, praticamente sempre, dichiarava a gran voce che lui era Stalin Secondo. Non ne aveva per la verità il fisico del ruolo: era un anziano piccolo, magrissimo; i baffi li aveva, ma non erano dei baffoni come quelli di Josip Ziugasvili. Oltre ai baffi un po’ rossicci e un po’ grigi, aveva sempre la barba lunga un paio di millimetri, mai più lunga, mai rasata; come ciò potesse essere non era spiegabile, certo non era sua intenzione anticipare una moda che sarebbe venuta fuori solo dopo diversi anni.

Vestiva sempre con una giacca di panno piuttosto pesante, anche in piena estate, d’inverno aggiungeva una sciarpetta similseta al collo. In testa portava sempre il cappello a falde di feltro del tipo in uso ai romagnoli oltre mezzo secolo prima.

Tutti lo chiamavano Stalin tralasciando la numerazione, ben pochi ricordavano il nome vero. Naturalmente era iscritto al Partito, ma non veniva mai chiamato a svolgere una qualche attività, lo si lasciava parlare, ma nessuno lo prendeva sul serio, se c’era qualche estraneo in ascolto, ci si premuniva di prenderlo da parte per spiegargli che Stalin era un tipo certamente caratteristico, ma che era un buon uomo e soprattutto si precisava che assolutamente non rappresentava  l’opinione del Partito.

Arrivò il 1975, l’anno in cui avvenne il grande balzo in avanti del P.C.I. alle elezioni amministrative. Al lunedì sera, anche se lo spoglio delle schede non era terminato, si aveva già cognizione della grande vittoria elettorale. I seggi furono chiusi per essere riaperti l’indomani o per proseguire nelle operazioni di scrutinio. Nei militanti lo stato d'euforia era palpabile, “si tagliava a fette”. Dal “Nazionale” fu diramata una circolare riservata alle Federazioni, in cui si esprimeva preoccupazione per possibili provocazioni e colpi di mano dei fascisti contro i seggi elettorali. Il Partito andava mobilitato per sventare ogni tentativo reazionario contro la democrazia e la volontà popolare.

Va ricordato che nel clima di quegli anni, quest’ eventualità appariva tutt'altro che astratta, si era nel pieno della strategia della tensione, c’era stata Piazza Fontana, i fatti di Reggio Calabria e in tutti era vivo il ricordo del colpo di stato dell'11 settembre 1973 avvenuto in Cile. Fra i militanti era radicata la convinzione che il capitalismo fosse democratico finché le elezioni erano vinte da partiti che non mettevano in discussione il sistema e i comunisti di allora, nonostante la proposta del “Compromesso Storico”, mettevamo in discussione il “sistema”, volevano rivoluzionare la società seppur con metodo democratico e le lotte di massa. Forse, anzi certamente, non tutti gli iscritti avevano ancora una tale volontà rivoluzionaria, ma chi non metteva già più in discussione la società esistente e si sarebbe accontentare di migliorarla o perlomeno di viverci nei migliori dei modi, teneva ancora un profilo basso nell'attesa che arrivasse il loro tempo.

La Sezione locale del Partito si mobilitò immediatamente. Il Comitato di Sezione si convocò in una riunione informale: fu un incontro breve perché i compagni che erano stati nei seggi erano stanchi e poi non c’era bisogno di discutere le direttive del Nazionale, se erano state emesse avevano ragion d’essere ed andavano attuate, si doveva solo decidere come farlo. Si convenne di presidiare i nostri seggi dall’alto del tetto terrazzato della Casa del Popolo da cui si godeva un'ottima vista dell’ingresso della scuola in cui erano collocati. La riunione si tenne nel bar e i discorsi furono uditi da Stalin che prontamente si offrì come volontario; non gli si poteva dirgli di no, se non altro per motivi di cortesia, fu quindi preso nell’improvvisata squadra della vigilanza democratica. I compagni si lasciarono per tornare a casa per mangiare qualcosa, per informare la famiglia, per prendere su una maglia pesante. L’appuntamento per iniziare la guardia fu fissato a mezzanotte.

Anche Palmiro, il giovane segretario del locale circolo dei giovani comunisti, si presentò volontario. Avrebbe avuto tutti i motivi per essere esonerato in quanto dopo un paio di settimane avrebbe dovuto sostenere l’esame di maturità, fino a quel momento aveva partecipato fino allo spasimo alla campagna elettorale ed era decisamente in ritardo con lo studio, ma voleva esserci, pensò che l’interesse particolare non dovesse prevalere su quello generale. Nel momento del bisogno un comunista non si tira indietro: la storia bussava alle porte della nazione ed era questo che contava; si poteva cominciare a studiare il giorno successivo.

La madre del giovane segretario non fu troppo contenta di questa sua scelta, gli chiese se ci fosse proprio bisogno anche della sua partecipazione, ma si limitò alla raccomandazione di stare attento perché coi fascisti non si scherzava, lei lo sapeva bene avendoli combattuti trenta anni prima come partigiana nelle Brigate Garibaldi. Palmiro d’altronde non portava quel nome per caso.

Nonostante che i molti compagni impegnati nei seggi fossero esonerati dalla vigilanza perché la mattina dopo avrebbero dovuto essere ben svegli per non farsi “fregare” un solo voto e che altri la mattina successiva avrebbero dovuto recarsi al lavoro, a mezzanotte si trovarono in parecchi su quel tetto. Quasi tutti avrebbero fatto tutta una tirata: quando smontavano dalla vigilanza sarebbero andati direttamente al lavoro, gli altri sarebbero rimasti a supporto dei compagni impegnati nei seggi e verso sera era già nel conto che sarebbero tutti convenuti nella piazza di fronte alla Federazione del Partito per festeggiare. Con la fede e l’adrenalina che erano alle stelle il fisico avrebbe sicuramente retto.

All’appuntamento arrivò anche Stalin che aveva portato con sé un sacco di iuta, giunto sul terrazzo l'aprì e tirò fuori la doppietta da caccia con le relative munizioni a pallini grossi, come tenne a precisare. mentre si accingeva a caricare l’arma il segretario del Partito gli ordinò di riportarla subito a casa, al che lui sorpreso e irritato replicò: “Che facciamo a fare la guardia senza fucile? Se vengono i fascisti come li affrontiamo? Gli urliamo dietro... gli mandiamo dei "cancheri"... ?" Stalin II si allontanò con la sua doppietta mugugnando per non tornare più. Mentre si allontanava lo si udì brontolare che lui le cose le faceva seriamente o non le faceva affatto e che i comunisti ormai non avevano più la tempra di una volta: si stavano imbastardendo.

Le sue osservazioni diedero da pensare al giovane militante. Già se fossero arrivati i fascisti come li avrebbero affrontati? Probabilmente non avrebbero corso grossi rischi personali, essendosi barricati sul tetto della Casa del Popolo come antichi guerrieri appollaiati sugli spalti di una rocca, anche se gli eventuali squadristi dal basso avessero sparato, avrebbero potuto facilmente ripararsi abbassandosi dietro al cornicione del terrazzo. La posizione da un punto di vista tattico era ottima per la difesa e l’osservazione, ma assolutamente inutile per contrastare gli avversari. Non avrebbero potuto fare nulla, se non telefonare alla polizia, ma questo l’avrebbero potuto fare anche i militari a guardia dei seggi che peraltro erano dotati di fucili da guerra e quindi capaci di reagire efficacemente in proprio. L’unica cosa che in più avrebbero potuto fare era telefonare alla squadra del Partito che presidiava la Federazione, infatti, ci si premunì affinché il locale dove era il telefono non fosse chiuso a chiave dal barista.

Durante le lunghe ore di guardia Palmiro ci pensò su: forse questa volta Stalin non aveva detto una delle sue solite sciocchezze che tutti ascoltavano con bonaria commiserazione.

Verso mattina quando cominciò ad albeggiare e i compagni alla spicciolata cominciavano a lasciare la postazione, trovò la risposta: la mobilitazione non serviva tanto ad affrontare e respingere l’eventuale provocazione fascista, quanto a mantenere vigili e scattanti i militanti, insomma quella guardia al seggio era una utile ginnastica rivoluzionaria.

Il giovane assorto nei suoi pensieri guardava affascinato il sol dell’avvenire che sorgeva lento ed inarrestabile all’orizzonte a scacciare poco a poco le tenebre per risvegliare il mondo a nuova vita. Non distaccò mai lo sguardo da quella visione e non s’avvide che alle sue spalle, nella parte ancora oscura ed incognita del cielo, poco alla volta banali nuvole si addensavano, finché giorno dopo giorno avrebbero finito per oscurare le speranze di quell'alba.

Decenni dopo quei momenti esaltanti erano rimasti impressi nella mente e nello spirito dell’ormai non più giovane militante, spesso ci ripensava con nostalgia, mai con rimpianto, questo lo riservava tutto ai periodi successivi. Ripensava anche a Stalin II, a quella notte e a quell’alba limpida, gravida di promesse e speranze. Provava rammarico per le speranze andate deluse, ma ancor più per la solitudine di chi, nonostante tutto resisteva nel volerle coltivare. Anche Stalin con la sua "schioppa" era scomparso.ormai da tanto tempo. Il ricordo si tramutava in melanconica nostalgia, ma la vita continua e allora cacciava via tutti questi pensieri con una considerazione amena: "Forse bisognava fare più ginnastica."

Ricordo di Palmiro Capacci 


 Federazione Giovanile Comunista 1977
Mauro Cappelli e Palmiro Capacci

martedì 15 marzo 2016

LA FUGA IMPOSSIBILE


Frontiera Grecia - Macedonia oggi



La fuga impossibile (Settembre ’44)
(Tratto la libro " Poi venne la fiumana" di Palmiro Capacci) 

Era passata una staffetta partigiana ad avvisare i contadini, invitandoli a fuggire, a nascondersi, perché stava per iniziare un grosso rastrellamento e questa volta oltre ai fascisti c’erano anche i tedeschi, quelli più cattivi, le SS, che già si erano fatte una brutta fama. In quel periodo, Paolina era rimasta col nonno e con i tre figli Colomba (la Culomba) e Domenica (la Minghìna) di cinque e tre anni, infine Giovanni di pochi mesi mentre gli altri famigliari si erano già allontanati. Dove andare in quelle condizioni? Eppure il pericolo era grande. Vestì pesantemente le bambine, chissà dove avrebbero passato la notte? Prese il cambio per il piccino e qualcosa da mangiare, liberò le bestie per non farle trovare ai soldati che le avrebbero potuto rubare oppure anche bruciare vive se avessero incendiato la stalla con loro dentro, e si avviò scendendo lungo il fosso che scorreva in fondo al vallone in direzione di Ranchio (Rância), col piccolo in braccio e le bimbe aggrappate alla gonna. Colomba portava con sé sotto braccio un piccolo quadro con la foto del padre vestito da militare, finora dal vivo l’aveva visto poco, ma la mamma le aveva detto che l’uomo del ritratto era il suo babbo e che un giorno sarebbe tornato per rimanere con loro. Quel ritratto era molto importante per la bambina e quando, durante la fuga, nel guadare il Rio Tibina, le sfuggì di mano e cadde, andando irrimediabilmente perso, la bambina si disperò e cominciò a piangere.
Dopo un po’ di cammino apparve evidente che non si poteva andare oltre, il primo a cedere fu nonno Domenico che il quel periodo era di salute malferma, disse: “Paolina io non ce la faccio più, non riesco a proseguire, voi che fate?” Che fare? Le bimbe erano stanche, poi non sapevano dove fuggire ... tornarono sui loro passi, succedesse quel che doveva succedere, loro avevano fatto il possibile. Rientrarono a casa che era quasi sera, Paolina richiamò le bestie, ma una mucca non tornò, (scoprirono il giorno successivo che era stata dilaniata da una bomba di mortaio) cambiò e allattò Giovanni e fece da mangiare, il meglio che c’era perché del domani non vi era certezza: se doveva accadere qualcosa di brutto … che succedesse a pancia piena … infine si coricarono.
I nazifascisti non passarono quella volta dal Casetto, forse perché era fuori mano; l’essere nascosto ed isolato fu in quella circostanza una fortuna, anche perché come si seppe poi quello fu proprio un brutto rastrellamento, con molte case bruciate e molti fucilati.


Foto di profughi della II guerra mondiale, 
negli ovali Paolina e il marito Luisin al tempo della guerra.

domenica 28 febbraio 2016

I CARABINIERI E LA MAIALA



Facile arrestarla difficile rilasciarla
  La legge è uguale per tutti.

(Ma tutti non sono uguali di fronte alla legge). 
 (Dal libro: "Poi venne la fiumana" di Palmiro Capacci)

  

CUSERCOLI: il portone dell'ex Caserma dei Carabinieri luogo della storia sotto raccontata. 
Ora e sede della "BIBLIOTECA CHIUSA D'ERCOLE" in nome potrebbe dare adito a sbagliate interpretazioni


Fra gli animali domestici, fateci caso, c’è una netta predominanza femminile, i maschi sono molto meno numerosi e molto spesso sono evirati: - buoi, capponi, castrati (ovini). Molte mucche, pochissimi tori, molte pecore, pochissimi montoni, molte galline pochi galli e via elencando. Raggiunta una certa età, il maschio è mangiato o castrato per essere comunque mangiato dopo un periodo d’ingrasso (il bue da lavoro che invece era tenuto in vita per lavorare non esiste più), la femmina campa molto più a lungo perché è più utile per l’uomo, fa uova, o lana, o latte e soprattutto si riproduce, il maschio ormai fa solo carne. Certo per la riproduzione servono anche i maschi, ma per questa funzione ne bastano pochi, oggi con la fecondazione artificiale ancor meno.

A ben riflettere è molto chiaro il motivo perché in India, società contadina, la mucca è sacra e il maschio no, la mucca era troppo utile perciò era un peccato mangiarsela: lavorava nei campi, produceva latte e figliava; bisognava portarle rispetto, il maschio si poteva invece anche mangiare. Da noi la mucca non era sacra come in India tuttavia le si portava rispetto, il ragionamento e il meccanismo culturale era il medesimo sia pure in forma attenuata e non ideologizzata.

Per gli animali di piccola taglia si teneva qualche maschio, il gallo l’avevano tutti, il coniglio maschio in parecchi, il tacchino era invece raro, quando non si aveva il maschio si andava in prestito dal vicino, poi ogni tanto i maschi si scambiavano, perché pare che a cambiare partner di tanto in tanto certe funzioni connesse alla riproduzione riescano meglio.

Fu così che un giorno si presentò a casa nostra “La Sanpiréna (La Sanpierana), la nostra nuova vicina, che proveniva da una zona vicino a Bagno di Romagna, chiese a nostra madre: “Scusit, per piasè, a j’ha vit e plit par implità la plitta”. Nostra madre di rimando “Bèh! Se am gì chi clè e pli , us po’ ânca de ca l’epa” (Bèh! Se mi dite che cosa è il plit può anche darsi che l’abbia). Si scoprì che il plit era il tacchino, dalle sue parti lo chiamavano così, dalle nostre invece era chiamato “e birén”. Nostra madre l’aveva il plit e questi se ne partì con la vicina per andare a plittare la sua plitta.

Per gli animali più grossi mucche, cavalle, e talvolta anche scrofe si andava alla stazione di monta; a quei tempi la fecondazione artificiale non si usava, perlomeno dai contadini della collina, tutto avveniva come natura comanda (a parte la scelta dell’amante). La stazione più vicina a San Giovanni in Squarzarolo era a Cusercoli, precisamente all’ingresso del paese provenendo da Forlì, in un posto chiamato “Il Casino” (e Casén), non sappiamo se tale nome fosse casuale o derivato dall’attività che vi si svolgeva. In ogni caso avveniva il contrario rispetto ai casini umani, che peraltro furono chiusi in quegli anni, qui erano i maschi a prostituirsi e femmine le clienti paganti.

La posizione logistica del Casino era per noi tutt’altro che indifferente, perché per arrivarci occorreva per forza attraversare il ponte ed un pezzo di paese, ed in quei tempi gli animali, come del resto gran parte delle persone, andavano a fare l’amore a piedi, non col camion, poi a Fasfino il camion non riusciva ad arrivare. Per andare alla stazione di monta si faceva un percorso che evitava il più possibile l’abitato, ma il ponte e parte del viale “Andrea Costa” bisognava attraversarlo. Con le mucche era più facile, si tenevano per la cavezza, il traffico era scarso e a quei tempi non era eccezionale vedere vacche a passeggio nel paese.

Con le maiale era più difficile, mica le potevi portare al guinzaglio come un cagnolino, per fortuna le scrofe del tempo oltre ad essere più abituate a camminare, erano anche più addomesticate e davano retta ai comandi umani. Si partiva muniti di due strumenti: una bacchettina utile ad incitare l’animale a muoversi o a regolarne il percorso con sapienti bacchettate sul sedere, mai troppo frequenti o violente; l’altro consisteva in un barattolo di latta pieno a metà di favino, di cui i maiali sono particolarmente ghiotti, ci si posizionava davanti e lo si agitava. Il rumore provocato dalle fave secche unito al richiamo verbale. “ Vèn, Vèn bëla ninona, vèn”, Oikh!,Oikh!”, (Vieni, vieni, bella maialona, vieni) erano sufficienti a farsi seguire dal suino che seguiva il rumore e il richiamo verbale, perché si sa che i maiali sono piuttosto miopi e quindi fanno fatica a seguirti a vista.

Oltre ad evitare il più possibile il paese, si cercava di attraversarlo in fretta e in un orario in cui ci fosse poca gente in giro. La caserma dei Carabinieri a Cusercoli era in Via A. Costa e quella mattina pur essendo molto presto aveva il portone aperto. Paolina proveniva dal ponte col suo barattolo di favino, seguita dalla scrofa e a seguito chiusura un figlio armato di bacchettina; la bestia visto il portone aperto s’infilo dentro, e si trovò stretta nel corridoio senza riuscire a rigirarsi, comincio a strillare. Sopraggiunsero i carabinieri che riuscirono ad arrestare la scrofa; fecero tuttavia fatica a farla retrocedere perché i maiali sono incapaci di camminare all’indietro: dovettero trasportarla fuori di peso. La vicenda si conclude senza danni e con gran vergogna di Paolina. Non si venne a sapere in paese perché Paolina non la raccontò se non dopo anni e i carabinieri ringraziarono la sorte che a quell’ora non c’era ancora nessuno in giro.