martedì 18 agosto 2015

HORROR: Un mignolo per due

Questo racconto l'ho trovato per caso nel computer, non ricordavo nemmeno di averlo scritto, probabilmente l'ho pensato dopo una ispezione ad uno stabilimento per la produzione dei bigatti da pesca (larve di mosa carnaria) e guardando il trituratore dei polli morti avrò pensato: "Se ci prende , ci trita non ci troverà mai più nessuno". Ma i titolari erano buone persone costrette per campare ad un lavoraccio (il più brutto che abbia mai visto) e sono ancora qua.




COLLANA  HORROR URCA
(Ogni riferimento a fatti e personaggi reali è puramente causale).

UN MIGNOLO PER DUE


ANTEFATTO
 Il mese di febbraio era stato tremendo; un gelo polare ed una enorme coltre di neve avevano congelata la vita. Si viveva in uno stato di semi ibernazione, rintanati come istrici chiusi nella propria tana sotto metri di neve. Ogni sforzo era riservato a mantenere sgombra lapertura del proprio rifugio e a maledire il Comune che non la sgombrava dalla neve.
Verso la fine del mese la situazione mutò repentinamente. La temperatura si era alzata, un luminoso sole era apparso, la neve si scioglieva velocemente e scorreva per mille rivoli. Anche la vita sociale riprendeva a pieno ritmo, e scorreva fra ingorghi di traffico, e cumuli di neve nerastra simile ad enormi cacche di dinosauri; ognuno usciva dalla propria tana e si rigettava nellagone.
Anche lURCA (Unità Regionale Controlli Ambientali) riprese i sopralluoghi ed ai primi di marzo ne programmò uno presso la ditta Il Bigattinocollocata in un aspro, franoso e ventoso vallone del Monte Spaventa. Era da un po’ di tempo che si doveva andare a controllare il luogo, ma prima era stato umanamente impossibile, ed anche per il giorno programmato, non vi era la certezza che si potesse raggiungere il luogo: in pianura la neve si era in gran parte sciolta, le strade erano sgombre, ma quale sarebbe stata la situazione lassù “dal luogo ove spiccano i baleni”, in cima a quello spaventoso monte? Non era da escludere che non si potesse proseguire oltre ad un certo punto o di uscire fuori strada cadendo in un burrone per essere poi ritrovati chissà quanto tempo dopo.
Ma era necessario eseguire un sopralluogo, perché pur sotto la pesante coltre di neve erano giunte voci, di strane e misteriose pratiche che si svolgevano in tale località, collocata fuori dal mondo.
Partirono in due operatori: Ciro Frammenti. ed Angelo Cherubini. Forse mandare loro in quel tetro luogo ed aspro territorio fu una leggerezza, in quanto erano persone di grande volontà, ma delicate ed ingenue, erano dei “cittadini”, poco avvezzi alla dura lotta per la sopravvivenza che si svolgeva in quelle remote lande. La ditta “il Bigattino” svolgeva poi una attività del tutto particolare, raccoglieva carogne animali che poi triturava ed usava come alimento per le larve della mosca carnaria che poi rivendeva a pescatori.
Era la fabbrica della morte, della decomposizione, della putrefazione, dell’abbrutimento: lavorare in un ambiente simile avrebbe indurito anche il cuore a San Francesco. Quando lavori a diretto contatto con la morte te ne innamori e la sua attrazione diventa fatale.
Gli operatori dell’URCA partirono con l’animo confuso in un misto d’incoscienza ed apprensione.
Verso le ore 10 di quella mattina arrivò alla sede provinciale dell’URCA una confusa comunicazione telefonica in cui i nostri temerari operatori chiedevano aiuto. Fu prontamente organizzata una squadra di soccorso composta da due provati e rudi montanari, veterani del mestiere, gli operatori Miro Palmi e Celso Dumaroni.
Per il proseguo leggiamo la relazione di sopralluogo scritta dalla squadra inviata in soccorso.

RELAZIONE DI SOPRALLUOGO.
“In data 1 marzo 20…(omissis) i sottoscritti Miro Palmi e Celso Dumaroni a seguito di una telefonata giunta in mattinata presso la sede dell’URCA si attivavano immediatamente per prestare soccorso ai colleghi Ciro Frammenti e Angelo Cherubini che si erano recati presso l’Az. “Il Bigatto” sita in Comune di Villa Inferno, Loc. Monte Spaventa, Podere denominato la Gramigna.
Giunti sul luogo, dopo aver percorso i tornanti di una scivolosa ed accidentata strada, posta fra dirupi spaventosi, ci è venuto incontro il sig. Nöss Sferati di nazionalità Transilvana, che si qualificò come titolare dell’azienda. Chiesta notizia dei nostri colleghi questi, con fare molto guardingo, arcigno e sospettoso, con uno sciame di mosche nere scure grasse che gli ronzava attorno, affermava con sguardo torvo e voce cavernosa, di non aver visto nessuno, che erano parecchie settimane che nessun estraneo si vedeva in quei paraggi. Data un’occhiata nei dintorni non si è notata la presenza dei colleghi ne quella della loro auto.
Valutata la situazione e lo stato di estremo isolamento, abbiamo ritenuto opportuno assumere un atteggiamento tranquillizzate, ed abbiamo dichiarato che probabilmente ci eravamo sbagliati, anzi sicuramente ci eravamo sbagliati ed abbiamo cambiato discorso cominciando a parlare dei danni della recente nevicata e chiesto se le larve avessero sofferto a causa della recente ondata di gelo. L’atteggiamento del nostro interlocutore si è poco alla volta addolcito, ha cominciato ha parlare dei problemi causati dalla tempesta di neve mostrandoci i danni subiti ; in tal modo si è cominciato a ispezionare lo stabilimento, buttando l’occhio, nel modo più indifferente possibile, ovunque per trovare indizi che confermassero la presenza in quel luogo dei nostri colleghi.
La nostra attenzione è stata attratta dal macchinario che macina le carcasse degli animali per poi usarle per l’alimentazione delle larve della mosca carnaria, l’occhio è caduto su un mucchietto di carniccio caduto ai lati del trituratore ed in particole su un pezzo che pareva un dito umano, ma era difficile dirlo con certezza perché non si poteva osservarlo da vicino ed attentamente senza destare sospetti. Mentre un operatore distraeva il titolare, che con tono sinceramente commosso gli raccontava della sofferenze che avevano subito i poveri bigattini a causa del freddo e della impossibilità di far giungere  loro il cibo necessario, l’altro facendo finta di legarsi una scarpa raccoglieva quello che sembrava essere un dito e velocemente lo riponeva in tasca.
Sospettando della tragedia che poteva essere avvenuta poc’anzi e nel timore che potesse ripetersi sulle nostre persone, abbiamo cercato di allontanarsi al più presto da quel nefasto luogo. Mostrando estrema indifferenza, nonostante che la paura facesse novanta, dopo aver di nuovo rabbonito il titolare dichiarando che tutto era regolare, che la sua era proprio una bella azienda, degna di stare sul mercato  ed anche di essere quotata in borsa ed aver aggiunto che bisognava conferirgli una medaglia per la importante attività che svolgeva, anche se purtroppo in tanti per ignoranza non ne apprezzavano appieno l’importanza.
Finalmente siamo riusciti a ripartire: vincendo la tentazione di fuggire a gambe levate, abbiamo percorso il tratto fino alla nostra auto lentamente, ed altrettanto lentamente abbiamo percorso il tratto di strada fino alla curva; svoltata la quale abbiamo pigiato l’acceleratore al massimo, rischiato di finire più volte fuori strada. Dopo molti chilometri, verificato che nessuno ci seguiva ci siamo fermati in una radura e fattoci coraggio, abbiamo guardato ciò che ci era sembrato un dito ed abbiamo avuto la tremenda conferma: era un mignolo umano. Compresa la tragedia umana accorsa solo poche ore prima abbiamo alzato lo sguardo, notando solo allora che ci eravamo fermati sotto un mandorlo in fiore, il contrasto vita e morte ci ha colpito assai. Ma non avevamo tempo per contemplazioni filosofiche e poetiche. Nonostante fossimo comprensibilmente sconvolti, abbiamo proceduto a mettere il nostro “prelievo” in un sacchetto di polietilene, l’abbiamo debitamente piombato e munito di cartellino identificatore e codice a barre l’abbiamo messo nel frigorifero portatile garantendogli una temperatura di 5°, rispettando in tal modo tutte le modalità impartite dalla disposizione operativa N. 15 M.0- RT 001 – 2 pal”.


EPILOGO.
Dei due eroici e sfortunati tecnici di vigilanza Ciro e Angelo non si trovarono altre tracce, altri pezzi non furono identificati, nonostante l’approfondita ricerca nel carniccio tritato, evidentemente una volta tritati tecnici ambientali ed i polli sono indistinguibili. Non c’era altro da fare che accettare la realtà: i nostri colleghi erano giunti a pezzi fra gli angeli.
Alle due vedove non rimase che un solo dito. Non si riuscì ad identificare a chi appartenesse , ma forse non lo si fece di proposito per non negare ad una delle due infelici una tomba su cui piangere e pregare. Si discusse a lungo se dividere in dito in due parti ma poi si scelse di seppellirlo in una unica tomba con apposte due lapide. Scartata decisamente, perché considerata di cattivo gusto, fu invece la proposta di integrare i poveri resti mortali degli sventurati con le creature che grazie essi si erano sviluppate.
Fallì anche tentativo di assegnare una pensione alle due vedove, il Ministero rispose che non era possibile perché i due operatori mica erano morti in una missione di pace, come provava il fatto che nemmeno avevano con se un fucile.
Tuttavia non tutto era perduto, vi fu anche un risvolto positivo, l’auto scomparsa fu ritrovata in un capannone della azienda, sepolta dal carniccio esausto, ci volle molto tempo a pulirla e deodorarla ma poi tornò come nuova.

MIRO VLAD

5 marzo 2012
 

domenica 9 agosto 2015

JACMIN di Castelluccio

 Jacmin
(Giacomino)
Giacomo Castellucci
di Castelluccio - Santa Sofia


 Iacmin in un dipinto di Buscherini posto all'ingresso dell'ospedale di Santa Sofia
( Baibino sta per balbuziente, si è italianizzato il termine dialettale "baibén")

Jacmin è uno dei tanti personaggi caratteristici del nostro Appennino.
Viveva a Castelluccio che è un piccolo agglomerato di due-tre case posto in cima ad un cucuzzolo, in una zona posta fra Spinello e Civorio. Viveva “come poteva” raccogliendo stracci e pelli di coniglio e facendo ogni tanto qualche “cotta di carbone”.
Morì nel “ricovero per vecchi”di Santa Sofia, nonostante l’indiscutibile miglioramento delle proprie condizioni materiali, ci stava mal volentieri, aveva nostalgia delle sue montagne della sua vita libera e  ad ogni occasione scappava per tornare alla “casa vecchia con le ragnatele al posto dei vetri nelle finestre, e la porta tenuta da un palo”.
Iacmin era ed è generalmente giudicato un sempliciotto, un divertente pör sgraziè, che indulgeva nel bere, man mano che approfondisco le informazioni su di lui scopro anche altre caratteristiche: aveva un repertorio di filastrocche e storielle che amava raccontare ai bambini, e nei suoi “commerci” non era uno sprovveduto, è lui che “frega” i commercianti del carbone, e un mio conoscente che all’epoca abitava in zona mi ha raccontato che i ragazzini a cui generalmente le famiglie lasciano la raccolta e la vendita di stracci, pelli e ferrovecchio come paghetta, hanno cercato più volte di fregarlo sul peso occultando stracci fra i panni, ma non ci sono mai riusciti.
La gran parte delle informazioni che ho su Iacmin mi proviene da una ricerca fatta dai bambini della scuola pluriclasse rurale di Chiantra ed in particolare da Colomba un'alunna che abitava in te “Mulén ad Cèntra”, (Oggi nella cartografia chiamata Chianetra per un errore de cartografo) luogo dove Iacmin passava per tornare a Castelluccio,  poi con la famiglia di Capacci Colomba c’era una lontana parentela e siccome colomba è mia cugina significa che anche io ho una lontana parentela con Iacmin.


Tratto da “ A so muntanera  perchè a stag in l’Eipa". Elaborato degli alunni della scuola elementare di Chiantra anno 1969 -70, pubblicato in appendice al libro: CERA UN VOLTA ...anzi appena ieri" di Palmiro Capacci
 In Copertina del dattoloscritto Iacmin attorniato dai bambini che ascoltano le sue "storie".

Alcune filastrocche che abbiamo trascritto nel nostro giornalino, ci sono state dette da Giacomino.
E’ un uomo di bassa statura e molto grosso, che abita in una casa vecchia con le ragnatele al posto dei vetri nelle finestre, e la porta tenuta da un palo.
Per guadagnarsi da vivere, ogni tanto fa qualche cotta di carbone oppure va in giro a raccogliere stracci e pelli di coniglio da rivendere.
Va spesso a S. Sofia e, quando ritorna, racconta di aver visto tante donne e di averle fatte divertire.
Ci divertiamo tanto anche noi a sentirlo parlare, perché balbetta.
Prima di riuscire a tirar fuori una parola, si da tre o quattro manate sulle ginocchia.
Quanto sta per attivare, si sente da lontano: av ... av ... av ... av ... a vegn.
Entra in casa si siede e comincia a raccontare:
- A ... a ... al savì ccc’a sssso st ... st ... ssste a Ssss... santa  ... Sfia, aaaa ... iò vvvest dal ddddoni b ... bbb ... bleni, a lllli ho t ... tt ... ttochi, llllin rr ... raaagneva mmmiga!
- Valà, valà Jacmìn.
- Sssse, sssse!
In testa porta sempre un vecchio cappello; per non correre il rischio di perderlo, lo tiene fermo con un elastico che fa passare sotto la gola.
( Colomba )

(Traduzione di Giacomino:  Lo sapete che sono stato a S. Sofia, ho visto delle belle donne, le ho toccate e non litigavano mica. / Va là, va là Giacomino / si, si”.)

SI RIMANDA AL LIBRO PER ALTRI ANEDDOTI SI JACMIN
FOTO DI JACMIN

 Il pranzo di Jacmin col suo fratello nella loro abitazione a Castelluccio.



Tratto dal libro: "Spinello tra storia e cronaca" di Luciano Foglietta edito dalla Pro loco.
Addio "Jakmén": piccolo balbuziente. (Anno 1990).

A Santa Sofia si sono svolti i funerali di Giacomo Castellucci ]akmén d'Spinèl o, anche, e Bajbén (il piccolo balbuziente). Nelle medie ed alte valli del Savio, del Borello e del Bidente lo conosce­vano proprio tutti. Per oltre sessant'anni aveva setacciato le mon­tagne a comprar stracci, ossa, ferro vecchio, lana, pelli di coniglio. In primavera raccoglieva erbe e piante officinali. Quando il sacco era pieno scendeva a valle dalla sua stamberga, castluz, per riven­dere la sua merce ai grossisti.
Madre natura era stata avara con Jakmén. Oltretutto la sua bal­buzie era proprio elevata all'ennesima potenza. Per poter giungere alla fine di ogni parola, quel povero Cristo era costretto ad alzare la corta gambetta. Stirava e contraeva l'arto come fosse una pompa a stantuffo, quasi che quel movimento l'aiutasse a farsi uscire dalla strozza le stentate consonanti e le sibilanti vocali. Da almeno un lustro aveva dovuto lasciare la vita errabonda di sempre e optare per la Casa di riposo.
Non era stato facile, per lui, adattarsi a quella vita sedentaria. Un paio di volte era « evaso » per tornare al suo vuoto e decrepito casolare, un rudere che s'erge sopra uno sperone roccioso, tra le forre che digradano verso il letto del fiume Borello. Buttava alle ortiche cibi caldi, un letto con le lenzuola di bucato, la luce elettri­ca, il termosifone, per tornare al pane raffermo, all'acqua dei fossi, alle stalle, ai fienili, agli androni pieni di spifferi che sceglieva di volta in volta come albergo per la notte quando errava qua e là con il sacco sulla spalla.
Ora Jakmén ha fatto il gran passo e siamo sicuri che, interrogato da S. Pietro, la sua lingua sarà spedita.. Otterrà certamente il « pass » se non per il paradiso almeno per il purgatorio. Perla legge del contrappasso (e poiché non ha commesso errori troppo gravi i suoi stenti terreni saranno infatti ripianati con l’eterna felicità dell’empireo.

                         FOTO DI CASTELLUCCIO
 Catelluccio nel 1955

 I ruderi di Castelluccio


domenica 19 luglio 2015

ANDARE A "BATTERE"



Trebbiatura al podere "Muntaz" di Civitella di R. primi anni ''60. (Foto Pino Maltoni)
 Mietitura con la falce Podere "Casel" di Cusercoli, anno 1961 (Foto Domenica Capacci)
Andare a battere
(Tratto dal libro "Poi venne la fiumana"
 Fino agli anni Sessanta del secolo scorso quando una ragazza di campagna se ne usciva dicendo: “Questa estate vado a battere” non si pensava a qualcosa di sconveniente, tutti sapevano che sarebbe andata a fare l’operaia agricola durante la campagna di trebbiatura del grano, al seguito della trebbiatrice (trebbia o più comunemente la machina da bat ).
La squadra dei trebbiatori era composta da almeno  una ventina di persone, uomini e donne, in gran parte giovani o comunque nel vigore del fisico,  cui si aggiungevano alcune persone che avevano  “dei problemi ma avevano bisogno di lavorare anche loro”, perché nella composizione delle squadre era importante anche il criterio del “bisogno di lavorare” la priorità andava quindi ai braccianti, a seguire i componente delle famiglie di mezzadri più povere. La squadra seguiva la trebbiatrice che si spostava da podere in podere per trebbiare il grano che era accumulato nelle aie in grossi cumuli (e berch) di fascine  (i cuvôn) con le spighe rivolte all’interno per non disperdere chicchi, invece il “tetto” aveva le spighe rivolte all’esterno perché così “sgrondava” meglio la pioggia.  A differenza dei pagliai erano generalmente a forma rettangolare ( in pianura invece li facevano spesso tondi o ovali). In cima al barco si collocava una croce fatta di spighe intrecciate che oltre a rappresentare un ringraziamento alla divinità, si pensava potesse fungere da parafulmine tenendo lontano le saette che avrebbero potuto incenerire tutto il raccolto.
Il lavoro era pesante, il sole picchiava duro, la polvere soffocante, le “reste” (le pagliuzze sottili e dure che si trovano nella parte terminale della spiga) pungevano e talvolta s’incuneavano nelle carni come spine, tuttavia ricordo che si andava volentieri “a battere”, non solo perché finalmente “si vedeva” qualche soldo, ma anche perché si usciva da casa: i ragazzi stavano fianco a fianco con altri ragazzi (e soprattutto ragazze), si facevano conoscenze, nascevano simpatie ed amori, si usciva dal proprio e ristretto e monotono ambiente, si allargavano gli orizzonti, si scambiavano opinioni, si conosceva un po’ del mondo esterno per quanto non fosse molto diverso dal proprio.
La macchina da battere introdotta alla fine dell’ottocento era la modernità che raggiungeva la campagna, la quantità di lavoro che si risparmiava era notevole. Prima il grano era battuto con la zercia (il correggiato: una sorta di bastone snodabile) e calpestato dagli animali, le spighe venivano stese nell’aia, poi in una giornata ventosa si separava il grano dalla pula (una tecnica questa che si ripeteva pressoché immutata dal neolitico). Con la trebbiatrice invece si buttavano i covoni dentro e usciva già separato il grano dalla paglia. La zercia non era ancora del tutto superata si usava ancora per le piccole produzioni: fagioli, piselli, cicerchia e ceci ed era tornata in auge durante la guerra perché batteva il grano che non si voleva conferire all’ammasso, o che non si voleva spartire col padrone.
La trebbiatrice era efficiente, richiedeva tuttavia un’organizzazione complessa e centralizzata, con una divisione dei ruoli, per questo era facilmente controllabile. Durante i raccolti i mezzadri cercavano di riappropriarsi di una parte del loro lavoro che era prelevata dal proprietario del fondo. Nei periodi dei raccolti era massimo il controllo dei proprietari e dei loro fattori affinché non si nascondesse parte del prodotto, ma non potendolo nascondere in casa spesso si scavavano fosse nei campi e nei boschi dove si metteva grano, uva ed altro, poi si mimetizzava il tutto con rami e foglie. Uno dei proprietari che ebbe Paolina durante l’infanzia particolarmente insistente ed impiccione perlustrava tutto ed ovunque. Paolina e i suoi fratelli pensarono ad uno scherzo. Al momento della vendemmia sotto un filare di vite scavarono una piccola fossa che riempirono di feci coprendola in modo vistoso con foglie. Il padrone ispezionando la vigna notò il cumulo e subito con le mani l’andò a rimuovere con le conseguenze immaginabili.
Attorno alle trebbiatrici dalla fine dell’ottocento fino agli anni Cinquanta del secolo scorso si concentrò lo scontro sociale e politico delle nostre campagne, che vide su fronti contrapposti con alleanze variabili: braccianti, mezzadri, coltivatori diretti e proprietari terrieri. Tradotto politicamente fu lo scontro fra i socialisti che rappresentavano i braccianti e in parte i mezzadri, i repubblicani o i cattolici che rappresentavano i coltivatori diretti e l’altra parte dei mezzadri, mentre i possidenti erano generalmente sempre filo governativi: liberali, poi fascisti ed infine democristiani. Trebbiatrici delle cooperative rosse in concorrenza con quelle delle cooperative bianche, che talvolta si alleavano contro quelle imposte dai grossi proprietari. Fu attorno alle trebbiatrici che i partiti “dell’estrema” (socialisti e repubblicani) si divisero, ciò avvenne ancor prima della rottura definitiva a seguito dell’interventismo nella Grande Guerra. Nelle campagne il Partito Fascista vinse definitivamente lo scontro quando nel 1924 impose che si potesse trebbiare solo con le trebbiatrici affiliate alle organizzazioni del fascio.
Lo scontro attorno alle trebbiatrici ripartì dopo la seconda guerra mondiale. Si rifondarono le leghe rosse con le loro trebbiatrici, i braccianti e molti mezzadri volevano che si trebbiasse con la cooperativa, i possidenti volevano invece imporre di trebbiare con le loro macchine. Non si registrarono le violenze e il terrorismo degli anni Venti, ma non mancarono tensioni, Luisìn fu chiamato a testimoniare in tribunale contro un proprietario terriero che aveva minacciato con pistola alla mano gli operai di una trebbiatrice “rossa”. Si era in ogni modo nella fase finale dell’epopea della trebbiatrici.
La trebbiatura era uno dei pochi momenti di piena occupazione dei braccianti durante l’anno, solo la Cooperativa agricola di Cusercoli aveva in campo cinque macchine a cui si aggiunse più tardi quella del seme dell’erba medica. Mio fratello Giovanni fu assunto pur essendo molto giovane allo scopo di poter “segnare le giornate lavorative” a nostra madre, la quale era in quel periodo molto ammalata e non sarebbe altrimenti riuscita a raggiungere il numero minimo necessario per avere la mutua ed i contributi, in sostanza lavorava lui ma figurava nostra madre.
Credo che le trebbiatrici abbiano dato un contributo non di poco conto anche all’emancipazione femminile nelle campagne. Le donne uscivano di casa, diventando operaie nelle squadre della trebbiatura, presero coscienza del valore del loro lavoro, perché era quantificato e apprezzato, nel senso che era pagato, non era come in famiglia dove era un atto dovuto. Le donne guadagnavano soldi col loro lavoro, nel podere non era così, perché erano riscossi e tenuti dal capofamiglia da cui dipendevano moglie, figli e nuore, la loro autonomia finanziaria era limitata alla vendita di uova, di qualche pollo, poche cose, poche lire per piccole spese, per il resto bisognava andare ad elemosinare dal capofamiglia, tramite “l’azdôra”(moglie del capofamiglia).
Il lavoro operaio, ma anche il lavoro domiciliare, rompeva la società patriarcale nel profondo della sua base economica. Partecipare alla campagna per la trebbiatura significava respirare un’aria diversa, più ampia di quella asfittica della famiglia, nelle squadre “rosse” si sentivano discorsi diversi che parlavano d’emancipazione delle donne, ma al di là dei discorsi l’uguaglianza si viveva nel concreto dove le donne non era da meno degli uomini. Va da sé che i “patriarchi” delle vecchie famiglie non gradivano il lavoro operaio e salariato in genere per le “loro” donne, ho sentito in alcune occasioni giudizi sferzanti del tipo: “Le operaie sono tutte puttane”.
Ho avuto modo di vedere diverse trebbiature nell’aia di Fasfino. Il funzionamento della macchina mi appariva miracoloso, non capivo come facesse a separare grano, paglia e pula, mi sarebbe piaciuto entrarvi dentro per vedere come era fatta. Era uno spettacolo di grande effetto l’arrivo della macchina che era annunciato, quando era ancora dietro la curva della strada, dal rumore del trattore che la trainava, poi appariva all’improvviso alla vista: maestosa, lenta, dondolante come un grosso pachiderma rosso. Procedeva a fatica per quelle strade in terra battuta, nei tratti più pericolosi occorreva legarvi alcune corde e gli uomini si posizionavano nel lato a monte e tiravano per evitare che rovinasse dal lato opposto, le urla si mischiavano al borbottio del trattore. Il rovesciamento delle macchine era un evento raro, ma non eccezionale. Veniva finalmente sistemata sull’aia a fianco del barco; poco distante si collocava il trattore che ora forniva la forza motrice. In passato le trebbiatrici erano trainate dai buoi e la forza motrice era fornita da caldaie. L’energia alla macchina era trasmessa da una grossa puleggia in cuoio che, pur girando velocemente a circa un metro da terra non aveva alcuna protezione, perciò si raccomandava ai bambini di non avvicinarsi mai, per nessuna ragione perché era pericoloso, per essere più convincenti si raccontava la storia di quel bambino che si era avvicinato troppo e la puleggia gli aveva staccato di netto la testa. Ci sorprendeva quindi l’incoscienza dei grandi che passavano da una parte all’altra della puleggia chinandosi sotto di essa.
Iniziata la trebbiatura, la prima cosa che colpiva era il rumore, prodotto dal trattore e dai meccanismi della trebbiatrice e gli addetti per comunicare dovevano urlare; la seconda cosa era la polvere, gli addetti si proteggevano con fazzoletti sul volto. A rimuovere la paglia e la pula ricordo all’opera principalmente donne. Quando la trebbiatrice entrava in funzione si poteva constatare che quella che sembrava la sua enorme bocca in realtà avremmo dovuto casomai assimilarla ad un’altra parte anatomica, perché da quella apertura nulla entrava, mentre usciva lo scarto, vale a dire la paglia. L’alimentazione della trebbiatrice avveniva sul dorso dove operava il gruppo più consistente d’operai, almeno un paio tagliava i fasci delle spighe (covoni) e le infilava con la spiga rivolta in basso dentro la macchina, gli altri passavano i covoni, con sempre più fatica man mano si abbassava il barco per innalzarli fin dentro la trebbia, era a questo punto che gli addetti invitavano il contadino a farli meno pesanti il prossimo anno.
Il grano usciva invece di fianco in una piccola apertura dove si agganciava il sacco, che quand’era pieno si pesava e si caricava sulle spalle di un uomo robusto che lo portava in magazzino. Non ho mai capito come uomini per quanto robusti potessero portare sacchi da un quintale sulla schiena, a Fasfino dovevano pure fare dei gradini, ce la facevano, ma la loro schiena non gradiva affatto, come poi si accorgevano invecchiando.
A Fasfino si era in affitto, ma nei poderi condotti a mezzadria non sarebbe mancata la figura del padrone o del fattore che guardava un po’ dappertutto, ma soprattutto stava vicino alla “bascula” (bilancia) a controllare le pesate del grano, perché alla fine avrebbe portato via la metà del frutto della fatica dei contadini.
Gli addetti alla squadra si portavano il mangiare da casa, ad eccezione del capo squadra e talvolta del macchinista che erano invitati dal colono a pranzo. Pranzo a cui partecipava anche il proprietario del podere. La famiglia del colono quel giorno non aveva compiti specifici nella trebbiatura e concentrava i suoi sforzi nel controllare l’operato della macchina e della squadra affinché la resa fosse mantenuta buona, evitando che dei chicchi di grano finissero fra la paglia e,  se possibile, dirottare qualche sacco fuori dal mucchio soggetto a spartizione col padrone.
Anche nella trebbiatura si era trovato il modo di far fare qualcosa d’utile ai bambini. Nostro padre era macchinista in una squadra e non portava con sé il pasto, glielo portavano i figli dentro una “gavetta” in alluminio divisa in scomparti: così in basso stava la pastasciutta e sopra la pietanza; forse era ancora la gavetta che aveva da militare. Giunti sul posto chiedevamo di nostro padre, ci rispondevano: “ Indó tu vó cu sia, l’è dsóta la màchina” (Dove vuoi che sia, è sotto la macchina), lo trovavamo, infatti, steso sulla schiena sotto la trebbiatrice alle prese con qualche ingranaggio, ci teneva molto a che tutto funzionasse nel migliore dei modi, ed approfittava di ogni momento possibile per andare a controllare. 
Anche se i prodotti coltivati erano diversi il grano era la base, l’eccellenza. Ai bambini veniva insegnata una poesia che recitava: “Chiccolino dove stai ?- Sotto terra, non lo sai? -  E là sotto cosa fai? -  Dormo sempre – Oh! Perché? – Voglio crescere come te. - E se tanto crescerai, Chiccolino che farai? – E se tanto crescerò tanti chicchi ti darò”. Maria Paola quando “andava a parenti” da Domenica dormiva con nonna Maria e prima di addormentarsi questa le insegnava e faceva recitare le preghiere, quando una sera Paola disse “Nonna conosco anch’io una preghiera”. Nonna Maria rispose: “Bene stasera recita quella che sai tu”. Paola cominciò: “ Chiccolino dove stai  ...”


sabato 11 luglio 2015

Quando gli italiani non parlavano italiano.



LA SVENTURA DEI TRE FRATELLI

CHE VOLEVANO IMPARARE L’ITALIANO 
Tratto dal libro: C'ERA UNA VOLTA ... anzi appena ieri
di Palmiro Capacci 
E mail: palmiro.capacci@gmail.com 







Questa favola o meglio storiella ha un'evidente finalità pedagogica, spiega ai bambini l’importanza dell’istruzione ed in specie della conoscenza della lingua italiana, pena grossi guai. Sullo sfondo s'intravedono la difficoltà e l’inadeguatezza del mondo contadino a rapportarsi con le istituzioni statali, viste come una realtà estranea a cui bisogna adeguarsi perché non ti comprende, non media e procede implacabile. S'intravede pure una critica, neppure troppo larvata, alla figura patriarcale dell’azdör che, tutto preso dal suo ruolo esclusivo, comanda la famiglia e la esclude dalle decisioni e dalla conoscenza. Ricordiamo che le favole erano raccontate dalle donne ai bambini, tutte figure subalterne nella famiglia patriarcale.

Un anziano contadino morì lasciando tre figli: giovani ragazzi, ancora non maritati. Erano grandi lavoratori, ma piuttosto sprovveduti. Rimasti orfani di madre ancor piccoli erano cresciuti un po’come potevano. Non avevano mai lasciato il podere, nemmeno per frequentare la scuola. Il padre da vero reggitore (azdör) tutto di un pezzo, volitivo ed autoritario, li aveva sempre comandati a bacchetta senza preoccuparsi della loro educazione e mai li aveva messi al corrente degli affari della famiglia e del mondo. Morto il padre, i tre giovani si sentivano spauriti ed inadatti ad affrontare la vita.
Il più grande, dopo aver a lungo riflettuto, disse ai fratelli: “Adesso dobbiamo arrangiarci da soli, penso che per farlo la cosa più importante sia quella di imparare a parlare l’italiano, altrimenti ci considereranno dei poveri ignorantoni e tutti ci prenderanno in giro e ci raggireranno nei nostri affari”.
I fratelli approvarono, mica era il più grande per niente, ma come fare ad impararlo l’italiano? Vivevano in un podere sperduto fra i monti e nei  dintorni non c’era nessuno che lo parlasse.
Si misero quindi in cammino. Cammina cammina non incontrarono anima viva, si fece notte, erano stanchi ed affamati, finché nel buio videro balenare un lumino, proseguirono in quella direzione e trovarono una casupola. Bussarono ed una vecchia aprì l’uscio di casa e chiese: “Che volete bei ragazzoni?”.
Raccontarono il motivo del loro viaggio. Sentito il racconto, la vecchia rispose: “Se la questione è questa non c'è problema, conosco l’italiano e posso insegnarvelo, in cambio, siccome sono una donna sola, dei bei ragazzoni come voi possono aiutarmi a fare qualche faccenda attorno casa”.
Raggiunto l’accordo, i giovani si fermarono, di giorno lavoravano e la sera studiavano l’italiano con la padrona di casa. Sarà perché di giorno dovevano lavorare duramente ed alla sera erano stanchi morti, sarà che erano poco avvezzi allo studio, sarà che la maestra non era granché brava, sarà quel che sarà, fatto sta che impararono assai poco. Finché un giorno la vecchia disse che non aveva più bisogno di loro, trovò la scusa che avevano imparato già un po’di italiano e li licenziò. Di quanto avevano studiato dell’italiano il maggiore ricordava solo la parola “io”, il mezzano solo le parole “per denaro” ed infine il piccolo sapeva solo dire “suo dovere”.
Ripresero il cammino di casa, soddisfatti di aver imparato qualcosa. Lungo il tragitto videro un uomo riverso supino sul sentiero, si avvicinarono e costatarono che era morto assassinato: sul petto erano evidenti le pugnalate inferte con uno stiletto.
Rimasero lì indecisi sul da farsi, quando sopraggiunsero i carabinieri. Il maresciallo chiese subito in italiano: “Chi è stato?”.
Il fratello maggiore non capì la domanda ma timoroso di passare per il solito contadino ignorantone pensò di mettere a frutto ciò che aveva imparato con le recenti lezioni di italiano e prontamente rispose: “Io”.
Il maresciallo perplesso per l’immediata confessione chiese: “Perché?”.
Essendo finito il lessico del fratello maggiore, rispose il mezzano “Per denaro”.
Sentita la confessione, il carabiniere replicò”. Ah è così!. Brutti delinquenti! Adesso vi arresto”.
Il piccolo che non voleva rimanere escluso dalla loro prima conversazione in italiano, aggiunse: “Suo dovere”.
Col giudice le cose non andarono meglio, non parlando la stessa lingua l’equivoco non fu chiarito, e senza pensarci su due volte il tribunale li condannò all’ergastolo. I tre sventurati fratelli sono ancora là in prigione, che si chiedono il motivo della loro condanna. 

Raccontata da Evelino Milandri (Velino) di Cusercoli
Disegno di Giovanni Fattori