giovedì 29 ottobre 2015

LE DONNE NELLA LOTTA DI LIBERAZIONE - Testimonianze




LETTURE PER MANIFESTAZIONE

28 OTTOBRE A PREDAPPIO

 


AL DŎN DE’ MI PAEĖS



Al dôn de’ mi paeés agli è dal dôn förti

ch’al s’ pörta adoss a gli esperiénz ad vita

da brazânti amundèn a bugadiri,

timprédi da miseria e privaziô’.



Dôn ch’a gli ha lavoré tôta una vita

par i fiulané e pr’i marid a spass,

ch’a gli ha sémpar patì na vita ad stént

consimèda da i fiul e da e’ lavôr.



Ch’al n’ha mai avù paura ad lavurê’,

al guérda i fiul magnéss ui pézz d’ pân,

che pân ch’u j è gusté tânta fadiga

lavurénd tôt e’ dé da bur a bur.



Cal dôn ch’al s’è stuglédi in ti binéri

par farmé’ i treno ch’j purtéva a e’ front

chi pur suldé in parténza par la guëra,

ch’ha gli ha salvé i cindané a la mörta,



ch’a gli ha fat al staféti partigiâni,

ch’a gli ha spés una vita par la Pés,

prônti a sacrificéss ancôra e sémpar,

che int e’ mumént de’ bsôgn t’a j pù cuntê’.



Mario Vespignani
LE DONNE DEL MIO PAESE.

Le donne del mio paese sono donne forti
che si portano addosso le esperienze di vita
da braccianti a mondine a lavandaie,
temprate da miseria e privazioni.

Donne che hanno lavorato tutta una vita
per i figli piccoli e i mariti disoccupati,
che hanno sempre patito una vita di stenti
consumata dai figli e dal lavoro.

 Che mai hanno avuto paura di lavorare,
guardano i figli mangiare il pane,
quel pane che è costato alle donne tanta fatica
lavorando tutto il giorno da buio a buio.

Quelle donne che si sono stese sui binari
per fermare i treni che portavano al fronte
quei poveri soldati in partenza per la guerra,
che hanno salvato i condannati a morte,

che hanno fatto le staffette partigiane,
che hanno speso una vita per la Pace,
pronte a sacrificarsi ancora e sempre, sulle quali al momento del bisogno puoi contare

Mario Vespignani
 

In una società ancora prettamente maschilista e a tratti ancora patriarcale come era quella Italiana nel secolo scorso, il ruolo delle donne era messo in secondo piano, mentre nella realtà era determinante. In particolar modo nel periodo della guerra alla donna spettò il difficile compito di “tirare avanti” la famiglia, in assenza degli uomini validi spediti in guerra in terre lontane.
Anche nella Lotta di Liberazione il ruolo femminile non è stato sufficientemente valorizzato, anche se la Resistenza fu indubbiamente un atto di liberazione della donna: una rottura rispetto al periodo fascista in cui era relegata al ruolo di “massaia rurale” e fattrice dei futuri soldati da immolare alla patria.
Si sta recuperando a questa mancanza, vogliamo contribuirvi riportando alcune testimonianze
Cominciamo da una nostra concittadina:

Maria Ferlini
Partigiana dell’8a Brigata Garibaldi.
Nata a Predappio nel 1913, paese dove ha vissuto fino alla sua morte avvenuta alcuni anni fa. Arrestata dalla Brigata nera e consegnata ai tedeschi, fu interrogata e torturata. Ebbe la ventura di non essere fucilata come molti sue compagne e compagni di prigionia, ma fu deportata ai lavori forzati in Germania.
Sopravisse e rientrò in Italia nell’agosto 1945 quando ormai si perdevano le speranze che fosse ancora in vita.

Dalla testimonianza del figlio Rolando Pasini pubblicata nel libro “La foja de farfaraz. PREDAPPIO: una comunità viva e solidale.”

Il 16 agosto del ’44, di mattina presto, alcuni miliziani fascisti “venuti da fuori”, probabilmente dal Ravennate, indirizzati da quelli di Predappio, per rappresaglia nei confronti dei fratelli partigiani Giuseppe e Pietro, prelevarono dalla sua casa mia madre, Ferlini Maria, e sotto gli occhi dei familiari e dei vicini la picchiarono brutalmente e la caricarono su un furgone militare con altre persone di Predappio, per essere portate in carcere a Forlì. In quella circostanza i due “eroi” in camicia nera che erano entrati in casa per prelevare mia madre presero a sberle “buttandole giù” dei denti la Caterina, la madre di Maria, che si era opposta energicamente al sequestro della figlia. Di quel tragitto mia madre ha ricordato la presenza della Maria Leoni con in braccio il figlio Giuseppe di un anno che pianse per tutto il viaggio e, comunque, la signora Leoni fu rilasciata quel giorno stesso. (...)

La carcerazione e le botte
Per una settimana mia madre fu tenuta prigioniera dalla Brigata Nera fascista in una caserma di Forlì dove fu più volte “interrogata” e picchiata dai fascisti con il cosiddetto ”nerbo di bue”, che il suo corpo “era tutto un livido”, anche se lei non poteva dire niente perché non sapeva niente dei suoi fratelli partigiani. In quei giorni tante altre persone furono torturate e interrogate in quel luogo. Fu poi portata dai fascisti nelle carceri di Forlì sotto il comando tedesco delle S.S..  “passata” ai tedeschi con “chissà quali accuse” e probabilmente per essere fucilata. La prigione tedesca era situata nell'ex brefotrofio in via Salinatore, attuale civico n. 22, (...). Maria fu rinchiusa con altre cinque donne in una piccola stanza da cui venivano fatte uscire una sola volta al giorno, per pochi minuti, per andare al gabinetto. In questa piccola stanza-cella le sei donne, per starci, erano costrette a dormire “capo piedi” sul pavimento, come le sardine in scatola, in condizioni igieniche bestiali, nel caldo d'agosto per due settimane.

Altre testimonianze su Maria Ferlini di Predappio


Le compagne di cella di Maria Ferlini
Con lei c'erano la signora Natalia Zanotti, la signora Rosina Tacconi, suocera della Natalia di Riolo Bagni, e la signora Madia Di Dio, la più anziana, moglie del colonnello Eduardo Cecere che sarà fucilato in quei giorni. (...)
Rosina Tacconi in Mazzanti venne fucilata e i suoi resti furono trovati, molti anni dopo, in una fossa comune nella campagna vicino a Ravenna, assieme a quelli di altri prigionieri che mia madre aveva visto in quei giorni di carcere a Forlì. La signora Rosina Tacconi è stata fucilata per aver confessato di aver nascosto lei le armi dei partigiani che i tedeschi avevano trovato nel forno del pane della sua casa colonica a Riolo Terme e questo lo fece per salvare la giovane nuora Natalia Zanotti. Ivo Mazzanti, figlio di Rosina, comandante del 2° Battaglione della Brigata Ravenna morirà in combattimento contro i nazifascisti.
 Itala Spazzoli e sua figlia Franca
Itala Spazzoli era la sorella di Arturo e Tonino Spazzoli, martiri della Resistenza. Itala Spazzoli e sua figlia Franca, che mia madre aveva già visto e conosciuto nel carcere di Forlì e poi in treno, le raccontarono che durante la carcerazione a Forlì erano state portate in piazza Saffi a vedere il corpo del fratello Arturo oltraggiato e appeso ad un lampione di piazza Saffi.  (...). In quella circostanza le due donne erano state brutalmente insultate e malmenate dai fascisti. (...)
 Il ricordo delle persone deportate
Oltre alle sue carissime compagne, già durante la prigionia tedesca e dopo la liberazione da parte degli Americani, mia madre ha conosciuto diverse altre persone deportate in Germania e stretto importanti e sentite amicizie che si sono protratte, nella miseria e nella solidarietà di quell'immediato dopoguerra ed anche più avanti nel tempo, con delle visite reciproche, degli incontri, delle lettere e mia madre ricordava tutti con affetto anche se nel racconto, oltre cinquant'anni dopo, le storie e le vicende di quei giorni si allontanavano inesorabilmente nel tempo e nella memoria. “E purtroppo” concluse i suoi ricordi mia madre: «la Natalia, la mia cara amica, è morta poco tempo dopo il ritorno a casa, anche per gli stenti patiti in Germania». La Natalia Zanotti in Mazzanti, (...) è deceduta nel giugno del '47, dopo due mesi di atroci sofferenze sopportate con tanta pazienza e dignità, per una recidiva di pleurite che aveva avuto e che era stata trascurata durante la prigionia in Germania.



Oltre alla Resistenza armata vi fu una diffusa RESISTENZA CIVILE, con atti di disubbidienza e solidarietà umana. Possono sembrare piccoli gesti. ma richiedevano grande coraggio, perché all’epoca potevano costare anche la vita.

Il brano che vado a leggere è sempre tratto dal libro “La foja de farfaraz” ci parla di uno di questi episodi accaduto qui a Predappio 71 anni fa.
 

Intervista alla Signora Lidia quasi ventenne nel '44 abitante a Predappio

“Io ti devo raccontare un episodio che riguarda il mio marito, lui era ancora giovane, era stato nella TODT, era tornato a casa e gli era scaduto il termine della licenza, ...e non si è ripresentato … e i fascisti lo cercavano.  Una sera la signora Italina che era sfollata da casa sua e ci venne all’orecchio che lo cercavano e allora mi disse: “Questa è la chiave di casa mia, sanno che mio marito è in Grecia da tre - quattro anni e io non so dove sia, te vai là dentro con il tuo ragazzo” - era il mio ragazzo allora – “e vedrai che nessuno ti verrà a cercare”. Solo un muro divideva la casa del mio ragazzo da quella della signora Italina e cosi noi sentivamo benissimo chi entrava in casa sua dove vi rimase il padre di mio marito.
Verso l’una di notte, era di luglio, con una luna che non ti dico … tanto che noi potevamo guardare tramite le persiane della finestra … perché eravamo al secondo piano. Potevamo guardare giù … ce n’erano sei fuori (di fascisti) … però se dovessi dirti chi erano non posso, noi non ne riconoscemmo nessuno. Entrarono dentro in casa del mio ragazzo, si sentiva tutto … come parliamo io e te adesso …
”Dov'è vostro figlio?” e il mio suocero diceva “Io non lo so” – “Come non lo sapete?!” E poi era un fascista, il mio suocero, non era uno “della prima ora” ma era un fascista! “Come non sapete dov’è vostro figlio!” e si sentiva sbattere, calciare sbattere le sedie. Non ci stettero molto … ci saranno stati una ventina di minuti e urlavano e gettavano tutto sotto e sopra … e quando uscirono brontolarono! Dicevano: “Questa non è l’ultima volta che lo veniamo a cercare!”e noi eravamo lì sopra.  Il mio ragazzo è stato fortunato … molto fortunato. Un’altra volta, sempre quel mese lì, lo cercarono. Ero sfollata al podere Canovaccia e insieme a me c’era anche la mamma del mio ragazzo e i suoi fratelli e lui non poteva dormire lì con noi, perché per me sarebbe stato un disonore che lui fosse rimasto lì in questo capannone … che faceva da pagliaio. Poi eravamo cinque o sei famiglie … io ero lì con la mia futura suocera e allora sarebbe stata una vergogna se suo figlio fosse rimasto lì dove ero io perché allora c’erano questi pregiudizi”.

 

La Resistenza non fu solo lotta armata, anzi questa fu una necessità, non una scelta. La Resistenza fu principalmente lotta civile e politica di riscossa di un popolo, al riguardo lsignificativa è la testimonianza di:
 
Ives Monti
Nata a Civitella di Romagna nel 1926
Patriota – Brigata SAP
Tratta dal libro Sebben che siamo donne ...” di Grazia Cattabriga e Rosalba Navarra,

Ives ricorda la sua partecipazione, nel marzo del 1943, allo sciopero che vide tutte le maestranze delle principali fabbriche di Forlì dimostrare in piazza contro il carovita e contro la guerra; del 25 luglio ’43 per la caduta del fascismo, dice “noi giovani facemmo un po’ di casino a Forlì, andammo nella federazione fascista e nella federazione industriali. “ Parla del coraggio mostrato dalle donne delle fabbriche di Forlì le quali nel marzo del ’44, dopo la fucilazione nella caserma di via Ripa di cinque renitenti alla leva, di cui tre di Civitella di Romagna, con un semplice passaparola si organizzarono in corteo andando a dimostrare di fronte alla Caserma dove i militi spararono loro addosso; Ives, giovanissima, era tra quelle donne che riuscirono col loro gesto ad evitare la fucilazione di altri giovani renitenti.

 


Per altre donne l’avversione al fascismo si tradusse in un rischioso impegno personale nella lotta partigiana come per
 Olga Guerra
Nata a Pieve di Rivoschio – Sarsina nel 1926
Partigiana dell' 8a Brigata Garibaldi
Testimonianza tratta dal libro “Sebben che siamo donne” di Grazia Cattabriga e Rosaria Navarra.

Particolarmente difficile era la condizione delle donne che avevano dei congiunti alla macchia, oppure semplicemente erano dispersi, erano oggetto di angherie.

Racconta Olga:

“I fascisti, in particolare, arrivavano sempre di notte, entravano in casa e terrorizzavano le donne con le armi puntate per sapere dove erano gli uomini e rubavano tutto ciò che a loro interessava”.

Olga era una ragazzina di nemmeno 18 anni non si spaventò:“ Qualche tempo dopo salì in quella parte delle nostre colline il comandante Ilario Tabarri ed Olga divenne la staffetta della Brigata: teneva i collegamenti fra i vari gruppi, perché conosceva molto bene i luoghi e tutta la spigliatezza della giovane età. Ricorda con una certa commozione la considerazione e il rispetto di cui si è sentita circondata nella sua vita fra i compagni di lotta. (…)
Dopo il terribile rastrellamento dell' aprile 1944, quando molti gruppi di resistenti si erano dispersi per sfuggire ai nazi-fascisti, anche Luciano Lama si trovò nella zona, era andato a cercare il fratello, e mentre era in montagna si ammalò gravemente e fu portato a casa dell'Olga (…) Si aspettò che facesse buio e poi, avvolto in tante coperte perché stesse al caldo, fu trasportato con un calesse per sentieri impervi a Borello presso una famiglia che si occupò di farlo ricoverare all'ospedale. Ancora dopo tanti anni Lama diceva: “ Tu, Olga, mi hai salvato la vita quel giorno in cui credevo di morire!”




Torniamo ad una testimonianza di una partigiana nata a Predappio nel 1921. La sua famiglia di convinzioni socialista con l’avvento del fascismo dovette emigrare in una sperduta frazione nel vicino Comune di Civitella

Paolina Laghi.
Partigiana della 8a Brigata Garibaldi.
All’epoca della Resistenza era già madre di tre figli ancora in tenera età e col marito disperso in guerra.

Testimonianza tratta dal libro Poi venne la fiumana di Palmiro Capacci
La paura lenisce il dolore

Bisognava portare un messaggio al comando partigiano e una donna che conoscesse i luoghi sarebbe passata meglio attraverso i posti di blocco dei fascisti e dei tedeschi. Toccò alla Paolina, l’aveva già fatto altre volte. Paolina partì, evitò le strade e le case, ”tagliò di traverso”. Verso l’imbrunire, era già sulla via del ritorno, quando poco più avanti sentì delle voci, si nascose fra cespugli di ginestra, si avvicinò prudentemente, vide una squadra di brigatisti neri. Non era stata scorta, era quasi buio, cambiò direzione cercando di rimanere fuori dalla loro vista, riuscì ad allontanarsi, tuttavia, doveva oltrepassare un crinale privo di vegetazione. Nel momento in cui si accingeva a farlo la sua figura si stagliò sullo sfondo del cielo rossastro e dalla pattuglia fascista partirono alcune urla ed una raffica di mitra. Nostra madre sentì un forte bruciore alla coscia destra, ma non ci fece troppo caso, non pensò ad una pallottola, ma ad un cespuglio spinoso che le aveva lacerato le carni. Passò oltre il crinale e giù a dirotto per la costa, in parte correndo, in parte rotolando, arrivò in fondo dove c’era una boscaglia, vi entrò, guardò finalmente indietro, non la inseguivano, rientrò a casa che era notte fonda.
 Quando entrò fu illuminata dalla luce sprigionata dalla lampada a petrolio, il nonno la guardò e sbiancò poi disse: “Paolina cosa vi è successo?” Solo allora Paolina guardò la gamba che le bruciava, la gonna era insanguinata e lacerata e il sangue era colato giù fino al piede. Si ripulì la ferita, non era troppo profonda e la fuoriuscita di sangue si era già arrestata, si disinfettò con lo “spirito” e bruciò il vestito impregnato di sangue per evitare che potesse essere trovato durante una perquisizione. La cicatrice rimase per sempre, era lunga una decina di centimetri: se la pallottola l’avesse colpita un po’ più in là, la gran parte di noi fratelli non sarebbe qui a ricordare questa storia.

 

Concludiamo queste letture con un brano tratto dal libro “Sebben che siamo donne ...”

Elsa Corbara
Di Cusercoli, nata a Meldola nel 1925
Partigiana dell’ 8a Brigata Garibaldi

“Io fin dall’inizio volevo salire e combattere sui monti, ma i partigiani mi chiesero di rimanere a valle dove la mia azione sarebbe stata più valida e precisa” Cosi inizia la testimonianza di Elsa la quale ci confessa che fin dal 1940, appoggiata dai genitori e dalla sorella, aveva iniziato il suo percorso antifascista.  (...)
 Ogni giorno si allontanava da casa la roba ai partigiani e trasportava sopratutto armi: fortunatamente i tedeschi l’hanno fermata soltanto quelle volte che aveva cibo e , siccome era con un’amica, dicevano che andavano a fare una gita in campagna, da una zia o dalla nonna.  (...)
Ricorda molto bene il giorno della Liberazione: o Partigiani scesero dai monti per festeggiare assieme ai polacchi la vittoria; la popolazione offrì cibo e vestiario, poi indicò loro chi erano i fascisti più pericolosi del luogo ed loro li umiliarono facendo pulire le strade del paese, anche se, dice Elsa: “meritavano di peggio per tutto il male che avevano fatto”.

Un’altra riflessione di Elsa è questa:
 “Eppure dopo tanta lotta contro il fascismo non lo abbiamo distrutto, perché ad ogni occasione rialza sempre la testa e noi corriamo il pericolo, se non vigiliamo, di trovarci in condizioni peggiori.”


 

 

Brani scelti da Palmiro Capacci.

sabato 24 ottobre 2015

28 ottobre Liberazione di Predappio

PREDAPPIO - 28 ottobre 1944 - Anno XXII e ultimo dell' Era Fascista (Beh! Quasi!)






GIUSEPPE FERLINI
di Adler Raffaelli
Articolo tratto dal periodicoIl Forlivese”, edito dalla Federazione di Forlì del PCI - Anno 1981.

Il 28 ottobre della LIBERAZIONE DI PREDAPPIO
Come fu fatale per il fascismo, a Predappio, il fatto della data del 28 ottobre – la gente del paese rifugiata nella galleria della fabbrica Caproni – L’apparizione del comandante Giuseppe Ferlini, contadino e primo sindaco.
Quando si fece il grande Comune di Predappio, grande come è ora, con capoluogo il paese che porta ora il nome di Predappio, portarono via da diversi altri comuni grosse porzioni di territorio, intere frazioni.
Fecero le spese della grande Predappio tutti i comuni confinanti, costretti da comando del Fascio e dal decreto dello Stato. Tutto il Comune di Fiumana fu soppresso. Che rabbia, i fiumanesi! Furono amputati di loro consistenti parti di territorio i comuni di Galeata, Civitella, Meldola, Dovadola.
Il paese, il centro che fino a quel momento s’era chiamato Predappio si vide aggiungere la qualifica di Alta, ma fu privato delle sue prerogative di capoluogo, di sede del comune, che aveva avuto ed esercitato per quasi una decina di secoli. Anche in quel declassamento socio-politico e amministrativo della vecchia Prè – anni a cavallo del 1925 - , si possono e si devono trovare e individuare le cause dell’attuale crisi, della presente preoccupante difficoltà di Predappio Alta.
Il paese, che è attualmente chiamato Predappio, cominciò a sorgere in quel giro di anni attorno al 1925. Prese il nome dell’antico e storico luogo, divenne capoluogo e sede del comune, di un comune ingrossato. Prima c’erano solo poche case di campagna ravvicinate fra loro, nel punto chiamato Dovia, dove la strada svolta, come a formare due vie, per salire alla Rocca delle Caminate.
In questo luogo costruito su commissione del regime fascista, per una soddisfazione personale che Mussolini si volle prendere; creato ex-novo come sede d’elezione e di convergenza di atti di potere e di riferimento alle origini; il fascismo, i potenti, la reazione agraria, i capitalisti celebrarono se stessi congiuntamente al loro servitorame. Per quasi vent’anni Predappio venne ad essere una specie di succursale di capitale nazionale. Non solo per le frequenti, ricorrenti visite di esponenti politici ed economici nazionali ed internazionali; anche perché a Predappio presero avvio e furono perfezionati atti rilevanti agli effetti della politica dello stato.
Ciò funzionò per quasi vent’anni. Ma anche per questo mondo, non sorto come frutto di una accumulazione di lavoro storico e di ragioni produttive collegate ad un vitale tessuto economico; anche per questo mondo, dicevamo alquanto artificioso, giunse la verifica della Liberazione, giunse l’autunno del 1944. Molto ostico, in verità, per i gerarchi, per i grossi agrari e per la loro sparsa clientela.
Il cambiamento fu verticale a filo di piombo. Il racconto storico, la suggestione temporale vuole, reclama che i cambiamenti avvengano anche per immagini, come se sentissero il bisogno d’essere raccontati e catalogati portandosi l’immagine d’una figura, il segno d’una parola forte.
Si può dire che un segno eloquente, una immagine viva del cambiamento sopravvenuto, nel 1944, nella Predappio del regime, fu Ferlini.
Ferlini? Chi è Ferlini?
E’ Giuseppe Ferlini. Il vice-commissario di Battaglione della 8a Brigata Garibaldi “Romagna”, che dall’ottobre 1943 all’ottobre 1944, opera con la sua formazione partigiana ai lati del Rabbi, specie nella zona di Montalto.
Egli ha operato anche quel giorno – 25 ottobre 1944 – muovendosi fra San Savino e Santa Marina. Egli con un gruppo di suoi uomini, deve giungere a Predappio, come vincitore e liberatore, insieme ai polacchi. Egli, coi suoi partigiani, come simbolo della nuova Italia.
I suoi uomini sono romagnoli, italiani e russi, qualche predappiese. Un gruppo di giovani operai a Predappio opera d’accordo coi partigiani. Ferlini deve operare con decisione e autorevolezza per dare esecuzione alla deliberazione ed alla volontà dell’8a e del Comitato di Liberazione, in base ai quali egli deve essere proclamato Sindaco di Predappio, primo sindaco, finito il tempo dei podestà fascisti.
E’ da un anno e più che Ferlini non può comparire liberamente a Predappio. Sul suo capo i nazi-fascisti hanno posto una taglia!
La mattina del 26 ottobre, alle ore sette, egli si porta all’ingresso della galleria sotterranea della fabbrica aeronautica Caproni. La popolazione vive da tempo, per proteggersi dalle bombe e dalle granate, in questa galleria che è diventata pubblico rifugio.
La notte dal 25 al 26 ottobre, Ferlini l’ha passata, clandestinamente, nella cantina del Palazzo della Posta, dove è pure rifugiata la sua mamma.
Portandosi e piantandosi all’ingresso della Galleria, egli vuole presentarsi e dichiararsi come il qualificato rappresentante degli italiani, dei lavoratori, di chi ha combattuto per la libertà e la giustizia.
Giuseppe Ferlini – nato nel Podere Lago di Tontola nel 1910, contadino mezzadro fino all’età di 26 anni – grida alla gente che gli va incontro: “Ecco finalmente è arrivato il tanto decantato delinquente Ferlini”.
Dalla galleria, lunga e vasta, esce il paese e va incontro a Ferlini. Va incontro a Ferlini come alla fine delle tribolazioni, alla pace, all'inizio di un nuovo tempo. E’ gente che ha sentito il nome di Ferlini pronunciato dai nazi-fascisti come quello d’un pericoloso bandito, d’un ammazzagente.
La gente di Predappio lo circonda, lo saluta, fa festa a lui e ai suoi uomini.
E Ferlini continua ad annunciare: “Ecco Ferlini! Ecco Ferlini!”.
Ferlini Giuseppe, contadino fino a ventisei anni, poi operaio. L’immagine eloquente, il segno vivo del cambiamento a Predappio.
Coloro che, per date ragioni, temevano d’essere ritenuti nemici di Ferlini, nemici dei partigiani e dei comunisti, sono quelli che maggiormente si atteggiano ad amici. Gli si deve riconoscere la lealtà d’essere lì, con la gente del popolo, mentre i profittatori e i colpevoli sono fuggiti al nord.
Fra coloro che vogliono maggiormente atteggiarsi ad amici c’è persino Augusto Moschi, il quale facendosi avanti ed avvicinandosi a Ferlini, lo vuole salutare con un amichevole: “Va là, vieni qua, che sono stato perseguitato anch’io!”.
E Ferlini accetta la situazione.
Nelle giornate del 26, del 27, fino al 28 ottobre, i tedeschi continuano ad occupare posizioni a Riggiano, a S. Cristoforo, alla Rocca delle Caminate, a Fiumana, a S. Agostino.
Il territorio del comune sarà interamente liberato il 28 ottobre. E’ una pura coincidenza. Non è un calcolo. E’un destino, una fatalità, comunemente parlando. Di sicuro per il fascismo, una cosa fatale.
Di tanti fati che il fascismo coltivò, quello del 28 ottobre, per il fascismo di Predappio, fu sicuramente fatale. 28 ottobre 1922, ascesa nazionale del fascismo. 28 ottobre 1944, caduta del fascismo predappiese.
Urgeva la soluzione della nomina del sindaco. Sulla base dei primi contatti fra il Comitato di Liberazione di Predappio e il Comando alleato inglese, fu reso chiaro e accettato che la proposta di nomina del Sindaco, per essere valida ed essere accolta, doveva essere formulata da un Comitato di Liberazione nel quale fossero rappresentati tutti i possibili partiti politici.
C’è da dire che nel Comitato di Liberazione, clandestino, di Predappio la DC non c’era. Per dar corso e accoglimento alla proposta di nomina del Sindaco, Ferlini, allora, andò nella Chiesa dei Frati per parlare col parroco, Padre Vittorino, e chiedergli se poteva combinare qualcosa per fare risultare nel Comitato di Liberazione la presenza di un cattolico nella veste di democristiano.
Il Padre Vittorino riuscì ad assicurare la rappresentanza democristiana nel Comitato di Liberazione. Quindi, regolate così le cose anche nella forma, Giuseppe Ferlini fu riconosciuto e dichiarato sindaco di Predappio, in carica, per ogni occorrenza ed evenienza, a partire dai primissimi giorni di novembre, come comprovano i documenti, oltre che il racconto del nostro compagno.
Oltre al Sindaco Ferlini, quella prima Giunta Comunale di Predappio era formata dagli assessori Antonio Maraldi per il PRI, Igino Fabbri per la DC, Daniele Fabbri per il PSI, Angelo Ciaranfi per il PCI. E comunista era, ed è, Ferlini.
Dopo la Liberazione grossi problemi. Per Predappio in particolare, cui mancava il sostegno e la vita di riconfermate attività produttive. Poi un avvio migliore, con alla guida del comune di amministrazioni elettive popolari, di sinistra.
aR



Adler Raffaelli (1921 – 2007) Fu molto legato a Predappio dove svolse l’attività di maestro elementare dal 1962 al 1986. In precedenza aveva insegnato un anno a Castel in Alpe di Premilcuore e nove anni nella scuola rurale sita in loc. Cerrete di Galeata, collocata quasi sulla sommità di Monte Grosso posto sul confine col Comune di Predappio. Oltre all'impegno professionale svolse un'intensa attività pubblica. Fu eletto consigliere comunale per la lista del PCI dal 1975 al 1985 ricoprendo anche il ruolo di capogruppo consigliare. Tornò nel Consiglio Comunale di Predappio dal 1995 al 1999 eletto nella lista di Rifondazione Comunista. Durante la guerra fu tra i soldati italiani internati nei lagher in Germania. Ha pubblicato diversi saggi sulla seconda guerra mondiale e di storia locale contemporanea, fondò e diresse "il Forlivese", il periodico locale del PCI. Ricoprì ruoli dirigenziali nell'ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati).

Raffaelli era uomo con un'etica personale assoluta, scevra tuttavia da fondamentalismi, unita ad una profonda gentilezza d’animo e signorilità di modi. Abbiamo raccolto la testimonianza di un suo ex alunno che racconta che, quando Raffaelli era maestro a Predappio, fu indetto uno sciopero per il giorno successivo. Lui naturalmente vi aderì però la mattina successiva si alzò presto e in bicicletta da Forlì si recò a Predappio e fece il giro delle case dei suoi alunni, di cui molti dispersi per la campagna per dire ai genitori di non mandarli a scuola. Il suo profondo senso del dovere gli imponeva di scioperare limitando il disagio dei suoi scolari.



Adler Raffaelli ad una manifestazione - anni '90