giovedì 15 ottobre 2015

Paolina racconta.



Paolina Laghi era nostra madre ( quando parlo di lei non uso mai il singolare, perchè è una appartenenza collettiva ed insindibile di tutti noi sette fratelli). E' scomparsa esattamente 31 anni fa a una età di poco superiore a quella che ho attualmente. 
Paolina amava raccontare specialmente ai bambini favole, ma anche racconti e la storia della nostra famiglia. La ricordo rinnovando questi racconti.
Riporto qui alcuni brani  del mio libro "Poi venne la Fiumana", altri brani sono riproposti in altri post di questo Blog. Ho anche pubblicato alcune favole che ci raccontava  nel libro appena uscito " C'era una volta ... anzi appena ieri"



Us ved’ robi    (1938 circa)
 Ancora nell’anteguerra si credeva che la remota collina del nostro Appennino fosse popolata da presenze soprannaturali e si raccontava che di tanto in tanto si manifestassero. Nelle lunghe veglie invernali s'indulgeva a raccontare storie drammatiche e truci d’anime dannate che vagavano irrequiete su questa terra in cerca di giustizia e vendetta (i due termini non erano così distinti come si ritiene lo siano al giorno d’oggi), in particolare amavano manifestarsi in determinati luoghi, specialmente di notte e l’espressione utilizzata era: “A là us ved röbi” (Là si vedono fenomeni soprannaturali o comunque strani). Dopo la veglia si tornava a casa col cuore in gola, ogni ombra e rumore generavano uno spavento.

Paolina si era sposata da poco ancor giovanissima ed ora che viveva nella casa del marito, si trovava in una casa nuova, sconosciuta, era spaurita, forse il marito era già partito militare perché non era mai menzionato in questo racconto. Durante le veglie si narrava spesso di un posto non lontano da casa loro, dove s'intravedeva ancora qualche rovina, si raccontava fossero i resti di un antico monastero: c’era chi era pronto a giurare che di tanto in tanto con la luna piena era ancora possibile vedere gli spiriti dei frati aggirarsi fra quelle rovine. Un giorno Paolina si era allontanata e rientrò a casa che era già fatto scuro. Doveva passare a fianco di quelle rovine e il pensiero correva ai racconti che aveva udito, quando, nel cielo scuro ma con ancora qualche traccia di luce, vide stagliarsi due ombre Quella più alta era di un frate con la tonaca che si muoveva agitata dalla leggera brezza con un braccio leggermente disteso in avanti che muoveva nell’atto di benedire; a fianco vi era l’ombra più bassa di una figura di penitente inginocchiata nell’atto di ricevere la benedizione. Il cuore le salì in gola, lo spavento fu enorme e Paolina si buttò giù per la costa, scivolando, rotolando, graffiandosi con i rovi. Fece un giro largo ed arrivò a casa, spaventata, raccontò tutto e non fu creduta, anzi fu derisa. Il giorno dopo rifletté sull’accaduto, decise che voleva vederci chiaro, ritornò sul luogo dove aveva visto gli spiriti ed alla luce del giorno questi si erano tramutati in due piante di ginepro. Guardò la sagoma e comprese che al buio con un po’ di brezza potevano benissimo sembrare ciò che aveva visto. Andò a prendere l’accetta ed abbatté i due “frati-ginepro”. Avevano finito di spaventare la gente che passava di lì. Nonno Butrôn se ne lamentò, quei ginepri facevano tante bacche che attiravano gli uccelli e lui era uso farci un capanno di caccia nelle vicinanze, ma nostra madre era orgogliosamente convinta di avere fatto la cosa giusta.

Paolina terminava questo racconto chiedendosi perché prima della guerra la gente credesse tanto agli spiriti ed ora a distanza di tempo, nulla di tutto questo ci fosse più. Paolina si rispondeva affermando che la causa era l'ignoranza che si aveva allora su quei monti isolati, e che durante le veglie per passare il tempo si raccontassero tante fandonie. Forse la questione è più complessa e affonda le radici in una cultura contadina pagana, vecchia di millenni, che ebbe un momento di profonda rottura durante la guerra, quando ad incutere terrore furono entità assai più definite e materiali. Tuttavia l’estrema sintesi del giudizio di nostra madre ci sembra interessante, come significativa fu la sua reazione alla “visione”. Con quell'accetta non tagliava solo i ginepri ma anche le radici delle vecchie concezioni del mondo. Lei apparteneva alla generazione che avrebbe rivoluzionato la cultura e i rapporti sociali fra quelle genti. La ”modernità” ormai penetrava anche nei più sperduti territori.


  La Paolina e Luisin (il Marito)al tempo della guerra
La paura lenisce il dolore  (estate ’44)

 C’era stato un rastrellamento, che, assieme alle spiate, rappresentava l’ossessione della guerra partigiana e dei contadini che abitavano in montagna.

Bisognava portare un messaggio al comando partigiano e una donna che conoscesse i luoghi sarebbe passata meglio attraverso i posti di blocco dei fascisti e dei tedeschi. Toccò alla Paolina, l’aveva già fatto altre volte. Paolina partì, evitò le strade e le case, ”tagliò di traverso”. Verso l’imbrunire, era già sulla via del ritorno, quando poco più avanti sentì delle voci, si nascose fra cespugli di ginestra, si avvicinò prudentemente, vide una squadra di brigatisti neri. Non era stata scorta, era quasi buio, cambiò direzione cercando di rimanere fuori dalla loro vista, riuscì ad allontanarsi, tuttavia, doveva oltrepassare un crinale privo di vegetazione. Nel momento in cui si accingeva a farlo la sua figura si stagliò sullo sfondo del cielo rossastro e dalla pattuglia fascista partirono alcune urla ed una raffica di parabellum (il fucile con la canna bucata come precisava Paolina). Nostra madre sentì un forte bruciore alla coscia destra, ma non ci fece troppo caso, non pensò ad una pallottola, ma ad un cespuglio spinoso che le aveva lacerato le carni. Passò oltre il crinale e giù a dirotto per la costa, in parte correndo, in parte rotolando, arrivò in fondo dove c’era una boscaglia, vi entrò, guardò finalmente indietro, non la inseguivano, rientrò a casa che era notte fonda.

Quando entrò fu illuminata dalla luce sprigionata dalla lampada a petrolio, il nonno la guardò e sbiancò poi disse: “Paolina cosa vi è successo?” Solo allora Paolina guardò la gamba che le bruciava, la gonna era insanguinata e lacerata e il sangue era colato giù fino al piede.  Si ripulì la ferita, non era troppo profonda e la fuoriuscita di sangue si era già arrestata, si disinfettò con lo “spirito” e bruciò il vestito impregnato di sangue per evitare che potesse essere trovato durante una perquisizione. La cicatrice rimase per sempre, era lunga un decina di centimetri: se la pallottola l’avesse colpita un po’ più in là, la gran parte di noi fratelli non sarebbe qui a ricordare questa storia.
  

 Paolina con la figlia Maura scomparsa in giovane età.
 
La fuga impossibile (Settembre ’44)
 Era passata una staffetta partigiana ad avvisare i contadini, invitandoli a fuggire, a nascondersi, perché stava per iniziare un grosso rastrellamento e questa volta oltre ai fascisti c’erano anche i tedeschi, quelli più cattivi, le SS, che già si erano fatte una brutta fama. In quel periodo, Paolina era rimasta col nonno e con i tre figli Colomba (la Culomba) e Domenica (la Minghìna) di cinque e tre anni, infine Giovanni di pochi giorni mentre gli altri famigliari si erano già allontanati. Dove andare in quelle condizioni? Eppure il pericolo era grande. Vestì pesantemente le bambine, chissà dove avrebbero passato la notte? Prese il cambio per il piccino e qualcosa da mangiare, liberò le bestie per non farle trovare ai soldati che le avrebbero potuto rubare oppure anche bruciare vive se avessero incendiato la stalla con loro dentro, e si avviò scendendo lungo il fosso che scorreva in fondo al vallone in direzione di Ranchio (Rância), col piccolo in braccio e le bimbe aggrappate alla gonna. Colomba portava con sé sotto braccio un piccolo quadro con la foto del padre vestito da militare, finora dal vivo l’aveva visto poco, ma la mamma le aveva detto che l’uomo del ritratto era il suo babbo e che un giorno sarebbe tornato per rimanere con loro. Quel ritratto era molto importante per la bambina e quando, durante la fuga, nel guadare il Rio Tibina, le sfuggì di mano e cadde, andando irrimediabilmente perso, la bambina si disperò e cominciò a piangere.

Dopo un po’ di cammino apparve evidente che non si poteva andare oltre, il primo a cedere fu nonno Domenico che il quel periodo era di salute malferma, disse: “Paolina io non ce la faccio più, non riesco a proseguire, voi che fate?” Che fare? Le bimbe erano stanche, nostra madre ancora debole per il parto recente … tornarono sui loro passi, succedesse quel che doveva succedere, loro avevano fatto il possibile. Rientrarono a casa che era quasi sera, Paolina richiamò le bestie, ma una mucca non tornò, cambiò e allattò Giovanni e fece da mangiare, il meglio che c’era perché del domani non vi era certezza: se doveva accadere qualcosa di brutto … che succedesse a pancia piena … infine si coricarono.

I nazifascisti non passarono quella volta dal Casetto, forse perché era fuori mano; l’essere nascosto ed isolato fu in quella circostanza una fortuna, anche perché come si seppe poi quello fu proprio un brutto rastrellamento, con molte case bruciate e molti fucilati.



 Paolina con le nipoti  Cinza e Cristina.

Le medaglie  (Primavera ’45 e oltre)


Alla fine della guerra Duilio Piolanti comunicò a nostra madre che, avendo aderito alla Resistenza, il nonno era stato classificato “patriota” e nostra madre “partigiana” delle Brigate d’assalto Garibaldi e quindi era come se avesse fatto per alcuni mesi il servizio militare. Paolina rimase molto sorpresa, non rammentava di aver aderito ad alcunché; vi si era trovata nel mezzo, non l’aveva scelto; aveva fatto quel che poteva per aiutare la Resistenza o più esattamente per aiutare quei ragazzi, trovava naturale che andasse fatto. Poi quella storia del soldato le sembrava curiosa, mica era un uomo, lei non aveva mai sparato, anzi non aveva mai toccato nessuna delle armi che erano passate per casa. Piolanti le spiegò che, se anche lei non aveva mai sparato, aveva fatto di più di tanti che un fucile in mano l’avevano avuto. Se molti si erano salvati era stato grazie a lei ed a tanti altri contadini. Su questo Paolina era d’accordo, poi l’idea di aver fatto il soldato cominciava a piacerle. Quando il comandante “Bêrba” le disse che avrebbe ricevuto “il soldo giornaliero”, come era in uso per i soldati dell’esercito regolare italiano, per i mesi che aveva prestato servizio effettivo, Paolina, donna concreta, abbandonò ogni obiezione, quei pochi soldi, nella condizione d'estrema miseria in cui versava la famiglia, erano quanto mai utili.

Un paio d’anni dopo ricevette anche la medaglia garibaldina, a forma di stella, con l’effigie di Garibaldi con annesso il diploma a firma di Luigi Longo e Pietro Secchia, i “capi dei partigiani di tutta Italia”, ne fu orgogliosa. Qualche tempo dopo ricevette anche la Croce di Guerra al Valor Militare ma la preferenza andò sempre a quella che le avevano dato i partigiani, gli sembrava più importante. Paolina andava in ogni modo fiera delle sue medaglie: le teneva nel cassetto e ogni tanto si ricordava di averle e le mostrava. Questo a nostro padre bruciava un tantino … ma come? ... Lui era partito militare nel 1938 ed era tornato solo nel 1945, era stato in Jugoslavia poi in Africa dove era rimasto ferito, con l’esercito di Badoglio aveva risalito tutta la penisola e a guerra finita in Italia l’avevano tenuto ancora in servizio fino alla resa del Giappone … ed a lui la medaglia non l’avevano data. Nostra madre poi lo provocava: “Sei stato in guerra per tanti anni, però a me han dato le medaglie a te no!”. Mio padre reagiva buttando la discussione sullo scherzo e rispondeva caustico: “Certo avete combattuto più voi rimasti a casa rispetto a noi che eravamo al fronte, voi combattevate corpo a corpo”, avendo cura di mantenere la battuta in un tono impersonale, mai rivolto direttamente a nostra madre.

Poi, negli anni Sessanta anche a nostro padre fu concessa la Croce al Valor militare, ma la diatriba non si ricompose e Paolina con malizia precisava: “Sì, però a te l’hanno data … quando la davano a tutti”.

Sul fronte delle medaglie nostro padre ebbe sempre vita dura.







martedì 13 ottobre 2015

LA BIONDA E LA MORA. Che vacche!





Tratto dal libro: "Poi venne la fiumana" di Palmiro Capacci
La Bionda e la Mora
Che vacche!

(I buoi
Andate a dire ai buoi che vadano via
che il loro lavoro non ci serve più
che oggi si fa prima ad arare col trattore.
E poi commoviamoci pure a pensare
alla fatica che hanno fatto per migliaia d'anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa
dietro la corda lunga del macello.)
                          Poesia di Tonino Guerra

I bu
Andè a di acsé mi bu ch' i vaga vèa,
che quèl chi à fat i à fat,
che adèss u s'èra préima se tratòur.
E' pianz e' còr ma tòtt, ènca mu mè,
avdài ch'i à lavurè dal mièri d'an
e adès i à d'andè vèa a tèsta basa
dri ma la còrda lònga de mazèl



La Bionda e la Mora erano proprio delle gran vacche, nel senso biologico del termine.
Erano le nostre mucche di quando eravamo contadini, a Fasfino. Il fatto che avessero un nome testimonia già che non fossero animali qualunque, non erano solo strumenti animati, ma soggetti con cui relazionarsi. Avere un nome proprio era una particolarità riservata solo a uomini, cani,  cavalli, asini e per l’appunto alle mucche, nemmeno ai gatti si dava un nome, ancor oggi non abbiamo questa abitudine.
La Bionda e la Mora erano di razza romagnola, anche se davano latte e vitelli erano principalmente vacche da lavoro: tiravano l’aratro nei campi, con loro ci si recava nel campo con la treggia per trasportare i covoni del grano, fieno, legna o letame; si andava in paese col carro, insomma erano il trattore e il camion dell’azienda contadina. Erano aggiogate in coppia, la bionda sempre a sinistra, la mora, che era un po’ più grande, a destra. L’aratura era un lavoro pesante che sfiancava le bestie (la mucca era la bestia per antonomasia, ma questo termine assumeva nel contesto un connotato non negativo, tutt’altro). Paolina parlava spesso con compassione della fatica che dovevano sopportare quelle “povere bestie” in questi momenti.
Le mucche in sostanza condividevano la fatica del contadino, per questo si creava un rapporto di solidarietà ed affetto. La vita delle vacche da lavoro era molto dura, ma non per tutto l’anno, avevano periodi di riposo e penso anche di serenità, andavano al pascolo e di tanto in tanto facevano una gita fino al podere dove abitava il toro. Ho sempre pensato che la vita dei bovini nei moderni allevamenti sia enormemente peggiore, specialmente per le lattifere: sempre al chiuso, ferme nella loro posta, a mangiare e produrre latte, fanno dei figli che nemmeno vedono, escono solo quando è il momento per andare al macello e anche la monta  è loro negata (la fecondazione è sempre artificiale).
Conoscevo molto bene le mie mucche, avendo il compito di portarle al pascolo insieme alle pecore (tre bianche e una nera) quando rientravo da scuola. Le due mucche erano tranquille, ubbidienti, con un’andatura vivace, leggiadra, quasi da manze nonostante fossero adulte. Portare gli animali al pascolo non era un brutto lavoro, bastava buttare un'occhiata agli animali di tanto in tanto, anche se le pecore erano un pochino più indisciplinate e  talvolta bisognava andarle a riprendere. C’era tutto il tempo di giocare alla guerra contro nemici immaginari dal momento che ero solo. Nostra madre insisteva perché si prendesse su il libro di scuola per studiare mentre pascolavano, ma ciò non era esente da rischi: a Giovanni il sussidiario fu interamente distrutto dalla maiala e a Maura fu divorato dalla capra. Bisognava fare particolare attenzione solo quando le bestie pascolavano vicino ad un campo di “spagnêra” (Erba Spagna), perché erano ghiotte di questa erba, che quando è fresca è molto pericolosa perché fermenta in pancia fino a farle morire fra atroci dolori.
La Bionda e la Mora furono vendute poco prima della nostra migrazione a Forlì. Partirono da Fasfino per fare il percorso a piedi fino a Cusercoli, erano alla cavezza senza nulla da trainare, quindi assunsero un’andatura con passo leggero, inconsapevole, con le code che svolazzavano a destra e a sinistra, la qual cosa apparve, a chi sapeva che non sarebbero più tornate, assolutamente fuori luogo. Le guardammo finché non sparirono dietro la curva, nessuno per tutto il tempo si era mosso e aveva detto una parola, notammo solo allora che il volto di Paolina era solcato da silenziose lacrime.
 Foto di E. Pasquali

  1.  Rifugiati romagnoli a San Marino (1944)

 Foto di E. Pasquali
 Foto di E. Pasquali
 Foto di E. Pasquali
 Foto di E. Pasquali

lunedì 14 settembre 2015

1949 Mangelli - Licenziati 218 operai che scioperarono




Dal diario di G. SERVADEI
 

1949 – ALLA MANGELLI.
LA REPRESSIONE DI UNO SCIOPERO: LA DIFFICILE RICERCA DI UN NUOVO LAVORO.

 
Corteo del 1° maggio 1956 
Ho rispolverato due vecchi quaderni sui quali vi sono scritti i diari di un periodo dell'ultima guerra: Leggendo qualcosa di questi di nuovo mi è preso la voglia di riprendere ad elencare i fatti salienti della mia vita e quella delle cose che succedono nel tempo. Ritengo doveroso ricominciare col ricordare in po' il passato che rimane tra i diari e l'oggi.
Fine della guerra: la vita riprende lentamente, sono arrivato ad andare a lavorare dalla Fumisteria, fabbrica di stufe, sita in Via Maceri, con la speranza che la S.I.D.A.C. fabbrica [ mi riassuma], dove vi ho lavorato 5 anni prima di andare al militare. Il quale mi portò via 59 mesi di gioventù, dei quali 23 mesi in altre terre (Grecia)
Lavoravo con poca soddisfazione, sognavo il lavoro vecchio, finalmente dopo 9 mesi ritornai al posto sognato. Ciò avviene nel 1945. Nel 49 una agitazione di categoria che durò a Forlì per quasi 90 giorni mi fu regalato il licenziamento con altri 217 compagni di lavoro.
Purtroppo da noi il padrone Mangelli da padrone si comportò, perché il fronte degli operai non fu compatto. Si partì tutti assieme e al 60° giorno assieme Repubblicani e democristiani ruppero questa unità per la sua [loro] scarsa coscienza di classe e chi rimase coi resistenti giustamente, perché la categoria avesse la sua vittoria in campo nazionale <come avvenne> 218 operai, in prevalenza i più attivi e i più convinti di aver chiesto l'onesto e il giusto, furono, come ho detto, colpiti dal licenziamento.
Disoccupato, due figli e la moglie in stato interessante questa era la mia situazione: risparmi nessuno, perché impossibile. Si cominciava un calvario irto di difficoltà sopratutto perché ero ammalato. I dottori mi  accusavano [diagnosticarono una] ulcera allo stomaco.
Ho durato due anni a fare debiti e nella più squallida miseria si viveva sperando di trovare un altro lavoro. Le difficoltà erano grandi perché il marchio dei 218 licenziati non ti permetteva di chiedere lavoro in nessun posto, perché ciò? Ognuno di noi rappresentava un pericolo per il padrone, quindi niente lavoro per noi.
Un certo Santolini già aveva cominciato a vendere l'olio d'oliva. Anche lui era un compagno di sventura, però nel suo lavoro scelto ci trovava la possibilità di mantenere la famiglia.
Io ero un po' più sbandato e direi un po' sfiduciato di tutto, quando questo Santolini mi indirizzò perché anch'io mi mettessi a fare il suo lavoro.
Cominciai con la bicicletta e due fiaschi andando dai miei più intimi compagni, tutto sommato dopo un po' di mesi ricavavo quel tanto da vivacchiare, ma non era sufficiente, bisognava trovare un lavoro. Si aprì la Giova, fabbrica di cioccolato e dopo una serie di acrobazie col padrone perché anche lui non mi voleva, entrai e cominciai a pagare i debiti, il lavoro dell'olio lo svolgevo lo stesso, anzi si allargava piano piano.
Anche L.  [il figlio minore] cresceva sano e robusto come gli altri due L. e L. (due gemelli nati per [durante] l'invasione il 20.3.1944). Io stavo sempre poco bene per il mio stomaco e i dottori mi curavano per ulcera duodenale come risultava dalle lastre radiologiche.
Presso questa fabbrica di cioccolato vi ho lavorato per due inverni: 1952 - 1953. Poi si chiuse e io non avevo tralasciato il lavoro di ambulante d'olio continuai, con quel lavoro tiravo a campare. Già mi ero comperato il motorino  < emutor 45 di cilindrata>  per fare il lavoro con miglior scioltezza così recuperavo tempo.
Piano piano il mio lavoro si allargò da vivere con meno preoccupazione.
Nel frattempo ebbi una forte crisi per la mia malattia che stetti quasi 6 mesi a non lavorare. La fiamma del lavoro la tenne accesa mia moglie
(segue ...)
Stand della"Mangelli" alla Fiera autarchica di Cesena - fine anni '30


 L'area della Mangelli oggi