lunedì 17 settembre 2018

LA FÔLA DLA GESUALDA Ovvero il mondo è pieno di matti



Le storie di Velino. 
Tratte dal libro - C’era una volta anzi appena ieri, di Palmiro Capacci



Quando Velino mi ha raccontato questa storia ho pensato che fosse la più strampalata che avessi mai udito, facevo un po’di fatica a seguirla e probabilmente ho perso alcuni pezzi e molte sfumature. Poi ho pensato alle avventure dei “Matti di Seguno” ed alle tante situazioni assurde e surreali contenute non solo nelle fiabe, ma anche nella nostra vita quotidiana. Ho concluso che questa storia mi sembrava molto assurda per il solo fatto che era la prima volta che la udivo: quando le assurdità le senti spesso si comincia a percepirle come normalità. Nella cultura contadina il paradosso, l'assurdo, il surreale avevano ampio spazio, come l'aveva l'auto-ironia.

Ma anche la storia più fantasiosa e surreale si sviluppa dal reale e implicitamente ci parla di esso. Ecco allora che questa storia strampalata ci parla di un contesto fatto di miseria, isolamento, con limitata circolazione di idee, ma credo sia, tutto sommato, un invito alla tolleranza: non scandalizziamoci troppo di un “matto” quando il mondo ne è pieno, poi i matti mica si accorgono di essere tali, per cui potremmo esserlo anche noi.



C’era una volta in un casolare disperso fra i monti una piccola famiglia di poveri sempliciotti composta dal padre, la madre e l'unica figlia di nome Gesualda.

I poveretti avevano una gran miseria, di quella che come si usava dire “spellava le ossa” (la splèva agl'òsa), non avevano nulla a parte quel po’da mangiare. Vivevano in una misera casupola sgangherata di una sola stanza, che racchiudeva tutti i loro averi: il focolare, un tavolaccio, quattro sedie sgangherate, tre pagliericci riempiti con le foglie di mais (e furmintôn), qualche attrezzo per lavorare quel po’di terra avara che garantiva loro il minimo per non morire di fame. Anche a vestiti erano malconci, possedevano solo quelli che avevano addosso, senza alcun ricambio. Per la verità avevano anche una cantina posta sotto terra nel retro della casa che era abbastanza ben fornita del vino che si producevano dalla loro vigna.

In questa gran miseria era capitata loro almeno una fortuna, la figlia Gesualda era una gran bella ragazza e nonostante che la loro condizione sociale non avrebbe mai consentito di mettere insieme una dote, la ragazza era riuscita a trovare un moroso: Jusafén, che era un gran bravo ragazzo, serio, gran lavoratore con un buon podere da coltivare.

Jusafén, da ragazzo serio qual era, dopo qualche tempo pensò che fosse arrivato il momento di ufficializzare il fidanzamento, presentandosi ai futuri suoceri per chiedere la mano della figlia. Annunciò quindi alla ragazza che si sarebbe presentato dai suoi genitori il giorno successivo che era domenica.

I genitori della ragazza, appresa la notizia si preoccuparono di fare il massimo della bella figura possibile, pulirono casa, operazione che per la verità non portò via molto tempo, si preoccuparono di preparare un pranzo dignitoso. Tirarono il collo all'unica gallina che era loro rimasta. La madre tirò una sfoglia di tagliatelle e la figlia preparò il focolare su cui avrebbero posto la lastra per cuocere la piada.

Pensarono di migliorare anche il proprio aspetto: a turno si fecero “il bagno nel catino” ed addirittura cambiarono l'acqua ogni volta. Lavarono i panni che avevano addosso. Fecero come si usava dire a quei tempi e in quei luoghi “la bughêda in tla lòmma1, ma essendo gli unici vestiti che possedevano quelli che avevano addosso rimasero nudi, confidando di rivestirsi appena fossero asciutti prima dell'arrivo del futuro genero. Per la verità nudi completamente non lo erano, il padre indossava il suo vecchio cinturone, la madre il fazzoletto e la Gesualda un paio di ciabatte.

Il moroso, atteso per l'ora di pranzo, arrivò invece con largo anticipo. Fu visto dalla madre attraverso la finestra quando era già prossimo ad entrare e nella frenesia del momento l’unica cosa che venne in mente alla donna fu quella di consigliare alla figlia: “Vai a soffiare sul fuoco così ravvivi la fiamma che ti arrosserà il volto. Così farai più figura col moroso, perché sei un po’palliduccia”.

Quando il ragazzo aprì la porta di casa la scena che vide lo lasciò di stucco, dopo un momento di totale sconcerto, in cui tutti corsero a recuperare i panni per rivestirsi, si riprese e adirato cominciò a urlare: “Siete una famiglia di sporcaccioni, di matti, matti da legare. Vergognatevi. Non sposo più vostra figlia. Con matti simili non voglio niente a che fare, siete i più pazzi di tutto il mondo”.

La ragazza uscì dalla stanza piangendo, i suoi genitori, cercarono di scusarsi, di spiegare la situazione, raccomandarono al giovane di dimenticare l'increscioso episodio, parlarono della figlia sinceramente innamorata dicendo che il suo rifiuto l'avrebbe fatta morire di crepacuore.

Un po’alla volta l'ira del ragazzo si placò, anche se la prospettiva di legarsi ad una simile famiglia lo atterriva. Si fece convincere e si sedette a tavola e cominciarono a mangiare le tagliatelle, che per la verità erano squisite, la madre naturalmente disse che era stata la figlia a farle e cucinarle. Fu in quel momento che il padre si accorse che in tavola mancava il vino e chiese alla figlia di andare in cantina a prenderlo. Gesualda prese il boccale e si avviò. Mentre era intenta a spillare il vino dalla botte, comincio a pensare. “Mi sposo Jusafén poi abbiamo un bel bambino e io gli faccio un bel berrettino” (Sam spuss Jusafén e pù a javén un gran un bel mimén a j fëz un bel britén). Poi fu assalita dal dubbio. “Ma se mi muore il bambino… cosa ne faccio del berrettino? “(Ma se pù un mör e minén… chi cân fëz de britén). Assalita da questi angoscianti pensieri non badò più al vino che usciva dalla botte. Visto che la figlia tardava il padre mandò la madre a vedere cosa era successo. La madre trovò la figlia pensierosa davanti alla botte e chiese cosa le era successo, la figlia le raccontò i suoi pensieri, la madre commossa la abbracciò e cercò di consolarla.

Costatato che neanche la madre ritornava andò il padre a vedere ciò che era accaduto, sceso in cantina trovò le due donne abbracciate che piangevano, chiese il motivo di tale pianto, la madre gli riferì: “Ma lo sai che hai una figlia sensibile ed intelligente che pensa a quello che potrà accadere in futuro?”.

E gli raccontò tutta la storia del bambino e del berrettino. Il padre cercò a sua volta di rincuorare moglie e figlia.

Intanto Jusafèn era rimasto solo e si chiedeva che fine avessero fatto tutti, poi stava mangiando della piada che gli aveva fatto un nodo nel gargarozzo che non andava né su né giù, aveva bisogno di bere ma non tornavano col vino, fu così che decise di andare direttamente a vedere.

Scese in cantina e li vide tutti e tre abbracciati e piangenti, lo spinello della botte ancora aperto e il vino che tracimava dalla brocca e si spargeva sul pavimento. Chiuse lo spinello e bevve un gran sorso dal boccale e finalmente con la gola libera chiese cosa fosse successo di tanto grave. Fu la madre a rispondere e disse: “Che moglie sensibile ti prenderai, sapete che la Gesualda si preoccupa già dell’avvenire, già ci pensa. Sapete cosa ha pensato? Che quando sarete sposati, avrete un bel bambino, e lei gli farà un bel berrettino”.

Il giovane: “Beh! Allora cosa c’è di strano, ma perché piange?”.

La madre precisò: “Perché la poverina ha pensato che se le muore il bambino, poi cosa ne fa del berrettino?”.

Era troppo: questi erano decisamente dei pazzi, compresa la ragazza. No, non poteva prenderla come moglie, lo disse chiaramente e tutti giù a piangere. Jusafén che aveva buon cuore e che in fondo alla bella figliola ci teneva ancora si tolse dalla incresciosa situazione con queste parole

Ho detto che siete i più matti del mondo, ma ora vado in giro e se trovo almeno altri tre matti come voi torno e sposo vostra figlia”.

Il giovane si mise in viaggio Cammina, cammina giunse ad una “bo(v)aria (Allevamento di mucche da latte) e si fermò ad osservare in quanto era rimasto colpito da una scena assurda: il bovaro stava cercando di abbeverare le mucche portando loro l'acqua con un paniere di vimini e vitalbe intrecciati (gavagn), l'acqua si perdeva tutta nel trasporto e non riusciva a dissetare le povere bestie. Il giovane intervenne, spiegò al bovaro che non si faceva così, slegò le bestie, le fece uscire dalla loro posta della stalla e le portò ad abbeverare alla pozza dell’acqua, poi consigliò l'allevatore di procurarsi un secchio per quando non poteva portarle all’abbeverata.

Il bovaro appresa la lezione si prodigò in complimenti nei confronti del giovane: “Ma come siete bravo e intelligente nonostante siate ancora tanto giovane, come mi avete insegnato è molto meglio, se non c'eravate voi non avrei proprio saputo come fare. Grazie, grazie”.

Il giovane riparti pensando: “Beh! Un altro matto esiste e l'ho trovato”.

Continuando il viaggio passò presso una casa colonica e si fermò ad osservare un’altra scena assurda. C'era una famiglia di contadini tutta intenta ad insaccare un mucchio di noci depositate sull'aia utilizzando un forcale a due denti, va da sé che nessuna noce riusciva ad entrare nel sacco.

Anche qui si fermò per insegnare ai maldestri contadini un sistema più efficace e siccome questa famiglia non aveva né un badile né una “piedanéna2 prese il sacco lo posizionò per terra con l’imbocco vicino al mucchio e lo tenne aperto utilizzando i piedi e i denti e con le mani le fece scivolare dentro In poco tempo le aveva insaccate tutte.

I contadini rimasero stupefatti e si prodigarono in complimenti e ringraziamenti nei confronti del ragazzo: “Grazie a come ci avete insegnato abbiamo già finito, altrimenti chissà quanto tempo ci avremmo messo, si vede subito che siete un giovane intelligente ed esperto, girate il mondo e conoscete tante cose, non come noi che non ci muoviamo mai da questo posto e non vediamo mai niente di come fanno dalle altre parti “e lo invitarono a pranzo.

Ripreso il cammino verso l'imbrunire chiese ospitalità per la notte in un casolare posto all'ingresso di un piccolo borgo di campagna, fu invitato a rimanere. Allora la gente era ospitale anche verso i forestieri. Il casolare era abitato da un sarto, il giovane nell'attesa di coricarsi si soffermò ad osservare l'artigiano al lavoro. Venne un cliente a provarsi i calzoni che il sarto stava cucendo.

La scena che il ragazzo vide era assurda, sconcertante, fuori di testa. Al centro della stanza era collocata una trave a metà altezza dal soffitto, il cliente salì sopra in mutande mentre in basso stava il sarto che teneva i calzoni aperti, il cliente prese la mira e si gettò sui calzoni cercando di infilarvi entrambi le gambe.

Il ragazzo chiese: “Ma che fate? Perché per indossare un paio di pantaloni fate tutte queste manovre, tutta questa fatica? Peraltro c'è il rischio di farsi male”.

Il sarto replicò: “Per vedere se i calzoni sono giusti bisognerà pure provarli, Questa è l'unica maniera che conosciamo per farlo. Perché c'è un altro modo? Sarebbe bello! Perché in effetti è pericoloso, ogni tanto qualcuno sbaglia la mira e si fa male. Di solito si schiaccia le palle contro il cavallo dei calzoni, oppure cade a terra; una volta uno si è anche rotto una gamba”.

Il giovane pazientemente insegnò loro il sistema che si usa in tutto il resto del mondo per indossare un paio di pantaloni, al che il sarto e il suo cliente rimasero stupefatti, si chiesero come mai non ci avessero pensato prima, ora la cosa pareva tanto ovvia. Ringraziarono il giovane per l'insegnamento ricevuto, dissero che era un genio e che si vedeva subito anche dall'aspetto che un giovanotto sveglio ed esperto oltre che un bel ragazzo.

Tre matti li aveva trovati, senza peraltro aver dovuto girare molto, evidentemente il mondo ne è pieno. Alla mattina presto riprese la strada del ritorno a casa per mantenere la promessa che aveva fatto.

Lungo la strada del ritorno vide nell'aia di una casa colonica un'anziana contadina chinata fino a terra con in mano una pentola, con l'altra mano indicava l'interno della pentola e chiamava con tono suadente ed invitante le galline: “Pio, pio, pio… cochi in drénta… cochi in drénta… pio, pio…”, ma le galline si tenevano alla larga, non ne volevano assolutamente sapere di entrare nella pentola.

Il giovane incuriosito dalla scena chiese: “Scusate bella sposa si può sapere cosa state facendo?”.

La donna rispose. “Ho allevato tutti questi polli e ora che sono grandi e si avvicina il Natale, è il momento di mangiarseli, ma non si fanno prendere, non vogliono assolutamente sapere di entrare nella pentola. Sono giorni che ci provo, ma niente da fare, nemmeno uno è voluto entrarvi”.

Il giovane dopo aver fatto una risata replicò: “Ma signora non si fa così a catturare le galline, se volete ve lo mostro io come si fa”.

Magari!”, esclamò la contadina.

Si fece dare del granoturco, lo versò nell'aia tutto in un mucchio, le galline corsero a beccare e lui con un bastone cominciò a menare dei gran colpi in testa alle galline; ne “sgarponò” una decina.

Troppa grazia!” commentò la donna “Ma lo sapete che siete proprio intelligente, in pochi minuti avete preso tante galline, ma adesso tutte queste galline come faccio a mangiarle dal momento che abito da sola (a quell'epoca non c'erano i congelatori)”.

Al ché il giovane sempre disponibile ad aiutare il prossimo, proferì: “Signora posso aiutarvi anche a risolvere questo problema. Ve la do io una mano a mangiarle tutte”.

Grazie, grazie bel giovane siete proprio gentile”.

Rimase presso la contadina finché c'erano galline da mangiare. A forza di mangiare delle galline un ossicino gli rimase incastrato in gola, è per questo motivo che da allora i maschi hanno un “gnocco” nel collo sotto il mento (è il pomo d'Adamo).

Dopo tanto girare tornò dalla sua bella morosa, chiese la mano al suoi genitori e si sposarono, per l'occasione organizzarono una grande festa, con un gran mangiata (ds-né)3 e lo sposo ebbe l'avvertenza di regalare dei bei vestiti nuovi ai futuri suoceri e alla promessa sposa comprò un bell’abito bianco, non voleva rischiare di ripetere alla presenza di amici e parenti la scena imbarazzante con cui abbiamo iniziato la nostra storia e… vissero tutti felici e contenti, nacquero non uno, ma tanti, bambini forti e sani che camparono tutti e per fortuna… erano belli come la mamma, ma intelligenti come il padre. 
 
NOTE:
 1) la bughêda in tla lòmma letteralmente si traduce a "il bucato nella lampada" o meglio nella lucerna. Questa espressione non l'avevo mai sentita per cui me la sono fatta spiegare. Per comprenderla che "la lomma" era la lucerna composta da una vaschetta contenente l'plio in cui era immerso lo stoppino. Usare tale serbatoio come bacinella per il bucato significava fare una cosa piccola, misera.
2)"Piedanéna" paletta in legno per raccogliere farina e roba minuta in genere.
3)"De-nè"  la traduzione letterale è desinare, il termine è molto usato da Velino nell'accezione di gran mangiata, pranzo sontuoso.



Evelino Milandri ( Velino) è nato e vi vive tuttora a Favale di Sopra, località Francia, nella parrocchia di San Martino in Varolo, vicino all’abitato di Cusercoli in Comune di Civitella di Romagna.

Nella sua vita ha fatto molti mestieri: contadino, barbiere, muratore. È stato costretto ad emigrare per lavoro in Francia e Lussemburgo.

Ha sempre avuto una passione musicale, suona la fisarmonica. Ha raccolto e composto storielle, favole, zirundelle, canzoni e “pasquelle” della tradizione popolare locale.

mercoledì 5 settembre 2018

Favola; la casa di vetro dei gatti.


LA CASA DI VETRO DEI GATTI
(Le favole di Paolina)


Le differenze tra la versione di Paolina e quella riportata da Calvino raccolta nella zona di Otranto sono numerose, ad esempio a Otranto la bambina non va sott’acqua, ma sottoterra, alla sorellastra le cresce in fronte un sanguinaccio e non una coda di somaro e altri particolari, ma la trama e la morale della storia sono le medesime. In Romagna esiste anche una versione che vi assomiglia, in cui le due sorellastre sono mandate a chiedere in prestito un setaccio da una strega benevola, e con le si comportano come coi gatti, per il resto la trama è la medesima.



 
C’era una volta una bambina rimasta orfana della madre, il padre si sposò con un’altra donna che aveva pure lei una figlia. La matrigna voleva bene solo alla sua figliola e finché era vivo il marito cercò di non mostrare preferenze fra le due bambine, ma quando il padre morì, riservò ogni attenzione alla propria figlia a cui faceva ogni regalo, la mandava in giro con dei bei vestiti e non le faceva fare niente. Tutti i lavori doveva farli la povera ragazza orfana, ed era mandata in giro con vestiti vecchi e logori.
Un giorno la matrigna mandò la sfortunata bambina a fare il bucato sulle rive del fiume, successe che mentre lavava i panni le scivolò il sapone dentro l’acqua, lei per paura di essere sgridata e picchiata quando fosse rientrata a casa si tuffò nell’acqua per recuperarlo; entrò in un gorgo che la portò sempre più in basso. Quando ormai pensava di morire affogata, vide con gran sorpresa che sul fondo c’era un palazzo di cristallo, entrò dentro, si tolse gli zoccoli per non rompere il pavimento, vide che il posto era abitato da una moltitudine di gattini tutti affaccendati. C'era un gatto che faceva il bucato, un gatto che attingeva acqua dal pozzo, uno che cuciva, un altro che spazzava, uno che faceva il pane e un altro che faceva la sfoglia. La ragazza si fece dare la scopa da un gatto e lo aiutò a spazzare, ad un altro prese in mano i panni sporchi e lo aiutò a lavare, poi tirò su l’acqua dal pozzo, quindi infornò le pagnotte e soprattutto aiutò la gattina che faceva la sfoglia, perché i gatti con le loro zampette fanno molta fatica a “tirarla”.
A mezzogiorno venne fuori una grossa gatta, che era la mamma dei gattini, la quale disse: “Chi ha lavorato venga a mangiare, chi non ha lavorato rimanga a guardare!”
Risposero i gattini: “Mamma, abbiamo lavorato tutti, ma questa ragazza ci ha aiutato tanto ed ha lavorato più di noi”.
Brava disse la gatta, vieni e mangia con noi”.
Si misero a tavola, la ragazza in mezzo ai gatti e la mamma gatta le diede le tagliatelle col sugo, un galletto arrosto ed infine anche la ciambella; ai suoi figli invece diede solo pasta e fagioli, ma alla ragazza dispiaceva mangiare da sola tutta quella buona roba e spartì con i gattini tutto quello che la gattona le dava. Quando si alzarono da tavola, la ragazza sparecchiò, sciacquò i piatti, spazzò la stanza e mise tutto in ordine. Poi disse alla mamma gatta: “Signora, ora bisogna che me ne vada, altrimenti la mia matrigna mi sgrida e mi picchia”. Chiese se avesse visto il pezzo di sapone che le era caduto.
Disse la gatta: “Aspetta che voglio darti una cosa”.
Entrarono in una stanza dove c'erano dei grandi armadi; alcuni erano pieni di roba elegante con merletti e pizzi, dalle vesti alle scarpe, altri contenevano roba più modesta, fatta in casa: gonnelle, giubbetti, grembiuli, fazzoletti di seta, scarpe di vacchetta.
Disse la gatta: “Scegli quel che vuoi”. La povera ragazza, che andava scalza e stracciata, rispose: “Datemi un vestito fatto in casa, un paio di scarpe di vacchetta e un fazzoletto da mettere al collo”. “No” disse la gatta”, sei stata buona con i miei gattini e io ti voglio fare un bel regalo”.
Prese il più bell'abito di seta, un grande fazzoletto con i merletti, un paio di scarpini di raso e un bel pezzo di sapone nuovo, glieli regalò e le disse: “Ora esci per quella galleria che ti porterà fuori, quando sarai sul punto di uscire sentirai alle tue spalle ragliare tre volte un asino, ma non ti voltare per nessun motivo ed appena uscirai dalla galleria alza la testa verso il cielo”. La ragazza, quando uscì sentì ragliare l’asino, ma ubbidiente non si voltò. Alzò il capo, e le cadde una stella brillante in fronte. Tornò a casa ornata come una sposa.
Chiese la matrigna: “Chi te le ha date tutte queste belle cose?”. La bambina le raccontò com'era andata.
La matrigna non vedeva l'ora di mandarci quella vagabonda e dispettosa di sua figlia e la mattina dopo le disse: “Vai figlia mia, così avrai anche tu tutto come tua sorella”.
La sorellastra si recò al fiume, gettò apposta il sapone nell’acqua e scese giù fino alla casa dei gatti. Entrò senza togliersi le scarpe e coi tacchi ruppe il pavimento. Al primo gatto che vide tirò la coda, al secondo le orecchie, al terzo strappò i baffi, a quello che cuciva sfilò l'ago, a quello che spazzava portò via la scopa e gliela picchiò sulla testa, a quello che attingeva l’acqua prese il secchio e lo gettò nel pozzo, alla micia che “tirava” la sfoglia, prese il sacchetto della farina, glielo gettò addosso infarinandola tutta: insomma non fece altro che dispetti per tutta la mattina, e loro miagolavano, miagolavano.
A mezzogiorno, venne la madre dei gatti e disse: “Chi ha lavorato venga a mangiare, chi non ha lavorato venga a guardare!“ “Mamma, dissero i gatti, noi volevamo lavorare, ma questa bambina ci ha tirato la coda, ci ha fatto un sacco di dispetti e non ci ha lasciato far niente!”.
– “Bene! disse mamma gatta andiamo a tavola” . Alla ragazza diede solo un pezzo di pane secco bagnato nell'aceto e ai gattini maccheroni col sugo di carne, ma la dispettosa bambina non faceva altro che rubare il mangiare ai gatti. Quando s'alzarono da tavola, senza badare a sparecchiare, disse a Mamma Gatta: “Beh! Adesso dammi la roba che hai dato a mia sorella”. Mamma Gatta allora la fece entrare nel ripostiglio e le chiese cosa voleva. La perfida bambina rispose “Voglio quella veste là che è la più bella! “Quegli scarpini, che hanno i tacchi più alti” “Allora, disse la gatta, spogliati e mettiti questa roba di lana unta e bisunta e queste scarpe chiodate di vacchetta tutte scalcagnate . Le annodò uno straccio di fazzoletto al collo e la congedò dicendo: “Adesso vattene, e mentre esci sentirai ragliare un asino tre volte, tu non ti voltare, tira diritto”.
La ragazza uscì e sentì l’asino ragliare, ma non seguì i consigli della regina dei gatti, pensando di vedere chissà quale tesoro, si voltò e sulla fronte le comparì una lunga coda d’asino che le scendeva sul viso.
Quando arrivò a casa così conciata la mamma ne ebbe tanta rabbia che le prese uno “schioppone” e morì. La sorellastra cattiva tanta era la vergogna che non uscì più da casa e dopo qualche tempo tentò di tagliarsi la coda d’asino che le era cresciuta in fronte e morì anch’essa, dissanguata.
Mentre la bambina buona e laboriosa rimasta sola ereditò tutto e diventata grande si sposò un bel giovane e visse felice e contenta. 

Tratta dal Mio libro " C'era una volta ...anzi appena ieri" 



venerdì 10 agosto 2018

Le favole di Paolina - Berta la moglie indarlita


LE  FAVOLE DI PAOLINA

 
... ma era quello il tempo migliore della mia vita

é solo adesso che mi è sfuggito per sempre,

solo adesso lo so”.

Natalia Ginzburg



BERTA: LA MOGLIE INDARLITA
(Favola pubblicata nel libro "C'era una volta ... anzi appena ieri" di Palmiro Capacci.)

In questa fiaba ho volutamente utilizzato gli aggettivi romagnoli italianizzati: indarlito, impalzato e invornito che all’incirca rappresentano varie sfumature del termine imbranato, perché erano questi gli aggettivi che venivano utilizzati e francamente per tanto tempo non ho dubitato che non fossero presenti nella lingua italiana.

C’era una volta una piccola casetta nascosta in uno sperduto vallone posto fra impervie colline in cui viveva una coppia di giovani sposi. Marito e moglie erano piuttosto sempliciotti, diciamo pure che erano proprio “indarliti”. Per la verità, il marito poteva ancora passare, la moglie invece era proprio “invornita”. Consapevole di questa sua condizione, cercava di seguire alla lettera le indicazioni del marito di cui ammetteva il maggior buon senso.

Un giorno lui le disse: “Vado nel campo, tornerò verso sera, tu rimani a casa a preparare da mangiare. “Che ti devo preparare caro marito mio? Chiese la donna e il marito rispose: “Potresti cuocere due-tre fagioli”. Partito che fu, la donna si mise all’opera felice di andare incontro ai desideri del marito a cui era molto affezionata. Accese il fuoco, attaccò il paiolo alla catena e lo riempì d’acqua. Aprì il sacco dei fagioli e pensò: “Mi ha detto di cuocere due-tre fagioli, sarà meglio abbondare, il poveretto fatica tanto e torna a casa sempre con una gran fame”. Gettò quindi tre fagioli nel grande paiolo.

Quando ormai l’acqua bolliva da diverso tempo pensò che fossero cotti e per sincerarsene ne assaggiò uno dopo averlo lungamente cercato con la ramina. Verificata la cottura li scolò e li versò nel piatto, li condì, ma le venne il dubbio che non fossero sufficientemente salati, pensò di assaggiarne uno, non voleva certamente servire al suo uomo una pietanza insipida.

Alla sera quando il marito tornò dal campo stanco e affamato si sedette a tavola e chiese: “Moglie hai cotto i fagioli? “(Non disse cara moglie perché i romagnoli di un tempo erano uomini tutti di un pezzo e non perdevano tempo in simili smancerie). “Certo che l’ho fatto, non vedi che ti ho già preparato il piatto?”. rispose la donna. L’uomo vide il fagiolo che se ne stava tutto solo nel piatto e chiese: “Ma gli altri dove sono?”. La moglie precisò: “Mi hai detto di cuocere due-tre fagioli e così ho fatto, poi uno l’ho assaggiato per sentire se erano cotti e un altro se erano sufficientemente salati. C’è rimasto solo quello”. All’uomo uscirono dalla bocca tutta una lunga litania d'imprecazioni e maledisse la disgrazia che gli era toccata nel prendersi una moglie tanto “impalzata”.

Il giorno dopo, prima di partire per il campo, diede alla moglie indicazioni più precise e si raccomandò: “Io torno nel campo, tu prepara da mangiare. Stasera mi piacerebbe mangiare delle tagliatelle, però ho molta fame, non fare come ieri, fanne una bella montagna”. La donna si mise subito all’opera per accontentare il suo uomo. Prese l’intero sacco della farina lo versò tutto sul tagliere, vi spaccò tutte le uova che aveva e siccome non bastavano vi aggiunse dell’acqua e cominciò ad impastare ed a tirare una sfoglia dietro l’altra, le tagliò e le mise ad asciugare. Siccome erano tante cominciò a stenderle in ogni dove, sulla spalliera delle sedie, sul letto, sul filo per stendere i panni e persino sulla siepe che delimitava l’aia.

Rincasò il marito stanco morto e fece per sedersi su una sedia, la moglie lo blocco: “Fermo, fermo che ci sono le tagliatelle”. Lui fece per mettersi su un’altra sedia, ma era la stessa storia, si guardo intorno e vide tagliatelle dappertutto, sconsolato e rassegnato le disse: “Cuocine una pentola mentre che mi stendo un po’sul letto.” “Fermo lì, perché anche sul letto ci sono le tagliatelle”. Al povero uomo non rimase che sciorinare un lungo rosario di “madonne” che incenerivano l’aria.

Il giorno successivo le disse: “Visto che hai preparato da mangiare per parecchi giorni, oggi raggiungimi nel campo e mi raccomando tirati dietro la porta, quando esci”.

La donna, sbrigate alcune faccende di casa, si avviò verso il campo, seguendo scrupolosamente le indicazioni ricevute: si tirò dietro la porta, la staccò dai gangheri e se la caricò sulle spalle. Raggiunto il marito si prese una severa sgridata, ma lei piagnucolando si difese: “Perché mi sgridi, ho fatto come mi hai comandato, mi hai detto di tirarmi dietro la porta ed io me la sono tirata dietro”.

Si misero a zappare, quando verso sera il marito notò che stavano avvicinandosi alcuni uomini. Erano ancora lontani, ma capì che erano due brutti ceffi, erano senz’altro dei briganti appartenenti ad una banda che seminava terrore in tutta la zona. Bisognava nascondersi, ma i campi nei dintorni erano spogli e non offrivano alcun nascondiglio, c’era solo un'enorme quercia. Pensarono di salire su di essa e nascondersi fra le fronde. Accidenti alla porta, non potevano lasciarla lì in vista, i briganti avrebbero potuto insospettirsi. Con molta fatica riuscirono a trascinarla fin sopra l’albero. Con tutto il posto che c’era, dove mai i banditi decisero di fermarsi? Proprio sotto la quercia. Si sedettero e pareva non avessero alcuna fretta, tirarono fuori dal tascapane pane, formaggio ed un fiasco di vino e si misero a mangiare e conversare, parlavano di un sacco di monete d’oro che erano riusciti a rubare. Intanto si era già fatto buio. Dopo aver mangiato i briganti tirarono fuori un grosso sacco, lo aprirono ed era pieno di marenghi d’oro che scintillavano alla luce della luna che si era già levata. Quello che sembrava essere il capo cominciò l’equa spartizione del bottino: “Uno a me, uno a te e uno a me poi rivolgendosi all’altro bandito ricominciava Uno a me, uno a te e uno a me”.

Dall’alto i due contadini vedevano e sentivano tutto. Ad un certo punto la donna disse bisbigliando: “Marito mi scappa una gran pisciata che non riesco più a tenerla”.

No, per carità, non lo fare, non lo fare… va a finire che ci scoprono e ci ammazzano”. Supplicò l’uomo.

Ma la poveretta veramente non riusciva più a trattenerla e la mollò. In basso i briganti furono investiti dalle gocce che cadevano.

Ha cominciato a piovere” disse uno dei ladri.

Non può essere, non vedi che nel cielo ci sono la luna e le stelle?”, constatò il capo.

Allora è la guazza notturna”, replicò l’altro.

Dopo un po’di nuovo la moglie bisbiglio: “Marito mi scappa qualcosa di più grosso. Ho mal di pancia non la tengo più”.

Ancora il marito la supplico: “Non lo fare, non lo fare stavolta ci scoprono veramente e…”.

Ma se scappa veramente, scappa e la donna la mollò, addosso a quelli che stavano dabbasso. I briganti colti di sorpresa annusarono e dissero: “Ma questa è merda!“.

Il più intelligente sentenziò: “Saranno gli uccellini appollaiati sull’albero che la mollano”.

Diedero una schioppettata in aria per spaventarli e continuarono nella spartizione.

Ma non era ancora finita che la donna tornò alla carica: “Marito! Marito mi sta scivolando la porta… non la tengo più… cade, cade!“.

La porta che si erano trascinata sull’albero precipitò addosso ai due malcapitati con fracasso infernale. Tramortiti e spaventati i due manigoldi pensarono che si fossero aperte le porte dell’inferno e fuggirono tutti, chi da una parte chi dall’altra.

I due contadini, accertato che i briganti non erano tornati indietro, scesero dall’albero, e trovarono il sacco delle monete d’oro, lo presero assieme alla loro porta e si diressero verso casa.

Capirono di essere diventati molto ricchi. Il contadino disse alla moglie: “Dobbiamo nasconderli, almeno per un po’di tempo perché i ladri potrebbero venirlo a sapere, poi c’è tanta gente cattiva in giro, i vicini poi sono gente invidiosa e ci potrebbero arrecare dei guai”.

Pensarono di seppellire i marenghi d’oro in un buco scavato sotto il letto.

La moglie osservò: “Ma non sappiamo neanche quanti sono, dovremmo contarli”.

Ma nessuno dei due sapeva contare fino ad un numero così alto. Ebbero l’idea di misurarli con uno staio, ma non lo possedevano, allora pensarono di andarlo a chiedere in prestito ad una loro vicina.

La vicina era una braghira pettegola e mossa dalla curiosità chiese cosa mai dovevano misurare quei due poveracci che nulla mai avevano avuto da misurare. Siccome non riuscì a farselo dire ebbe un’idea e mise un poco di strutto sul fondo dello staio.

Tornati a casa i contadini misurarono con lo staio le monete e le seppellirono nel buco sotto il letto. Non si accorsero che una moneta era rimasta appiccicata nel grasso. Quando restituirono lo staio la vicina vide la moneta e si meravigliò molto del fatto che due disgraziati con una gran miseria che spellava le ossa potessero avere monete d’oro. Rosa dall’invidia andò ad informare le guardie.

Due guardie con un gran pennacchio in testa si recarono alla casa dei nostri due protagonisti. Il marito come al solito si era recato nel campo e le guardie trovarono solo la moglie. Cominciarono a farle un sacco di domande sulle monete d’oro. Lei poverina balbettava, si confondeva e le scappò di dire: “Non le abbiamo mica rubate, le abbiamo trovate sotto la quercia. È stato il giorno dopo che lo stendipanni e la siepe erano coperte di tagliatelle”.

Le guardie si guardarono, sorrisero, si dissero: “Ma questa è proprio matta, crede che le tagliatelle piovano dal cielo”. Se ne andarono e non dettero più retta alla invidiosa vicina, che pensarono fosse matta anche lei.

Fu così che da quel giorno i due sposi imbranati vissero felici e contenti.


domenica 22 ottobre 2017

FASCISMO E ANTIFASCIMO A PREDAPPIO NEL VENTENNIO



(Testo tratto dal libro: La foja de farfaraz. Predappio: cronache di una comunità viva e solidale)
Monumento alla resistenza di Predappio.( Si trova nei parco del Palazzo Comuale)

Il fascismo di Predappio
Quanto affermato sulla natura del fascismo forlivese vale in modo particolare per quello di Predappio. Abbiamo già visto che il fascismo si impose non per stimolo interno: i fascisti locali era quattro gatti (il 28 ottobre 1922, data della “Marcia su Roma”, gli iscritti al Fascio erano 4 a Predappio e 2 a Fiumana) e questi non ebbero poi alcun ruolo di rilievo durante il regime. Il fascismo si affermò per imposizione esterna e non tanto degli altri fasci emiliano-romagnoli, che si limitarono a qualche spedizione punitiva, ma grazie all’opera dei Commissari prefettizi. In sostanza a Predappio è lo Stato autoritario che crea il Fascio locale e non viceversa. Nelle elezioni del 1924 l’unico discorso di un locale a sostegno del “listone fascista” riportato dal giornale è quello del segretario comunale Nicola Emiliani, peraltro a quel tempo non ancora iscritto al PNF. Di altri discorsi tenuti da rappresentanti locali del Fascio nel giornale nel corso del “Ventennio”non si troverà mai traccia, tranne qualche relazione amministrativa del Podestà.
Questa genesi determinerà le caratteristiche del Fascio locale che avrà un'impronta molto istituzionale ed amministrativa, oppure famigliare. Un ruolo importante sarà svolto, infatti, dai parenti di Donna Rachele. Non vi furono molti mutamenti nel corso del Ventennio: il Podestà Pietro Baccanelli rimarrà in tale ruolo per tutto il periodo, il segretario del Fascio sarà per lungo tempo Aurelio Moschi (cognato di Donna Rachele), la consorte sarà la responsabile delle "massaie rurali"ed infine il figlio responsabile locale dell’Opera Nazionale Dopolavoro. Il segretario del Fascio di Predappio Alta sarà Alcide Mussolini, divenuto nel frattempo “cavaliere”. Dopo la sua scomparsa l’incarico sarà ricoperto dal Podestà Pietro Baccanelli: evidentemente quel Fascio soffriva di una forte carenza di quadri.
Specialmente negli anni ’20 la vita nel fascismo forlivese fu convulsa e agitata da lotte intestine. Sul “Popolo di Romagna” si riportano spesso notizie di sospensioni ed espulsioni e cambio dei dirigenti, arrivano come commissari straordinari per normalizzare la situazione, personalità del calibro di Italo Balbo, Leandro Arpinati e Carlo Scorza, ma una relativa stabilità sarà raggiunta solo a metà degli anni trenta. Il Fascio di Predappio fa eccezione è tranquillo. Sul Popolo di Romagna, nel 1923, si riporta una sola espulsione per indegnità e la sospensione per tre mesi di un altro iscritto per indisciplina. Poi bisognerà aspettare l’inizio degli anni ‘30 per trovare notizia di altri provvedimenti disciplinari contro qualche iscritto al Fascio di San Savino. Fiumana mostra invece una vita del Fascio già più agitata. In un’indagine sulla Federazione del PNF forlivese, commissionata nel 1931 da Mussolini ai Carabinieri, fatto di per sé già alquanto significativo, la situazione nei fasci della provincia è ancora alquanto rissosa e problematica, i Fasci di Predappio e Predappio Alta risultano i più tranquilli ed elogiati dell’intera provincia.
I dirigenti fascisti di Predappio appaiono essenzialmente sul giornale come contorno alle cerimonie che vi si svolgono; talvolta si menziona la presenza del Podestà, quasi mai si menziona quella del segretario locale del Partito, mentre un ampio rilievo è dato alle “massaie rurali”, incaricate di presenziare all’arrivo delle varie delegazioni che visitano in paese. Il giornale riporta anche numerose foto di tali massaie nel loro costume di scena di stile ottocentesco. Ciò perché Predappio deve rappresentare anche il mito dell’Italia proletaria e rurale che, semplice e frugale, si contrappone alla crescente urbanizzazione ed ai cittadini “borghesi e decadenti”. Predappio Nuova ed i suoi abitanti svolgono un ruolo di cornice, di necessario supporto ai riti di pellegrinaggio organizzati dal regime. L’adesione al Fascio dei predappiesi non sorse dallo scontro politico, da adesioni ideologiche, ma dall’adeguamento dei suoi cittadini alla nuova situazione. A Predappio non si determinarono quindi odi profondi a livello personale, come accadde in altre zone. Nelle testimonianze più avanti riportate vi è un solo personaggio locale che fa eccezione ed è oggetto di forte contrasto, anche a distanza di tanto tempo. Appare come l’unico che fedele fino in fondo al fascismo, “un combattente integrale” in un paese privo di eroi e martiri fascisti: non ve ne furono durante l’ascesa, né durante il regime nelle guerre d’Africa e di Spagna e,da parte fascista, nemmeno durante la Resistenza. Le vittime della seconda guerra mondiale che abbiamo trovato menzionate sono soldati, civili e partigiani. Questa genesi e natura del fascismo di Predappio spiega la scarsa “presa” che ebbe la R.S.I. nel paese. Il podestà Baccanelli, che era l’unico “uomo forte del regime” si ritirò indisturbato nella sua tenuta. L’unico atto amministrativo che lo riguarda durante la R.S.I. è la delibera del Commissario prefettizio del 31/12/1943 che accoglie la sua richiesta di rimborso della “somma spesa di lire 1600 sostenute per la confezione di n. 6 album contenenti le foto dei genitori del duce donate poi a personalità” avvenuta nel periodo in cui era ancora il Podestà. Ritroviamo Baccanelli anche in una delibera della Giunta Ferlini dopo la Liberazione, quando cede a noleggio la sua moto al comune da destinarsi ai Regi Carabinieri che sono privi di mezzi di trasporto. La delibera fissa la spesa per la riparazione del mezzo, ma precisa di “riservare le spese di noleggio a fine servizio” senza definirne l’ammontare. Non sappiamo poi se l’affitto gli sia stato corrisposto.
Il vecchio segretario del Fascio locale non viene mai menzionato dopo l’8 settembre, né dal giornale, né dall’amministrazione e neppure nelle testimonianze raccolte. Per il periodo precedente viene generalmente ricordato in modo benevolo, come brava persona, anche dagli avversari. Più che per l’aspetto politico è ricordato per quello amministrativo: “era quello che dava le tessere e vendeva le divise da balilla. Se avevi difficoltà economiche dilazionava i pagamenti e ci si rivolgeva a lui per qualche raccomandazione per il filo diretto che aveva con la cognata Donna Rachele. Padre Vittorino, che non era un'espressione del Fascio, ma che era in ogni modo un elemento importante del Regime nella Predappio Nuova, si troverà addirittura in urto con il Fascio Repubblicano e scriverà che era guidato da "due o tre elementi loschi a capo della locale “Brigata nera”, che aveva preso il dominio incontrollato della situazione".
Per la verità, se consideriamo i nati a Predappio, troviamo una personalità di fama ed importanza nazionale per il fascismo: Pino Romualdi. (1913 -1988). Per un breve periodo fu nel 1940 direttore del “Popolo di Romagna”, diverrà Federale del Partito Fascista Repubblicano della Provincia di Forlì nella fase iniziale della RSI, per divenire poi vice segretario nazionale e nel dopoguerra fondatore e dirigente del MSI. Nacque a Predappio tuttavia non ebbe alcun ruolo diretto nelle vicende del suo paese di nascita.
In conclusione, l’adesione al fascismo a Predappio fu dovuta all'adeguamento “alla nuova realtà di fatto” del Regime per coglierne le opportunità, tanto più che il paese venne a trovarsi in una situazione privilegiata: per le opere che vi si costruivano, per il lavoro che non mancava, beninteso se non ci s'intestardiva nell’antifascismo e per i finanziamenti che arrivavano copiosi e che spesso erano distribuiti ad personam e presentati come erogati direttamente dalla generosità del Duce o della consorte, quando nella realtà erano sussidi pubblici. A questo occorreva aggiungere la soddisfazione di essere stati catapultati da paese sconosciuto al “centro del mondo”, alla "nuova Betlemme che aveva dato i natali all’Uomo della Provvidenza Divina, che aveva redento la patria".
Con la guerra tutto cambiò e la “realtà di fatto” della RSI era totalmente diversa.
I pellegrinaggi
( omissis)
L' antifascismo durante il ventennio
Abbiamo già fatto notare che quanto detto sinora vale principalmente per l’abitato di Predappio Nuova mentre la realtà della restante parte del territorio era diversa. Nelle campagne il fascismo non incise molto e possiamo affermare che fu un fenomeno prettamente cittadino. Ciò non solo perché contadini, mezzadri o coltivatori diretti, erano più isolati e difficili da coinvolgere, ma perché il regime non rappresentò un miglioramento delle loro condizioni sociali e in particolare il mezzadro si vide costretto a quel patto agrario semi feudale che era ormai anacronistico. Le conquiste per i più vantaggiosi patti agrari che aveva strappato durante il “biennio rosso” degli anni 1919 e 1920 gli furono portate via e nei comuni tornarono al potere i possidenti di un tempo. Molti podestà provenivano, infatti, dalla classe dei possidenti che avevano governato i comuni all’epoca liberale, prima che in molti comuni fossero scalzati dai sindaci socialisti. A Predappio Baccanelli era uno di loro e nella prima giunta fascista ricomparve il già menzionato Ulisse Zoli. Se andiamo ad esaminare la composizione dei partigiani notiamo, infatti, che la presenza dei mezzadri e dei braccianti è assai numerosa e lo è particolarmente a Predappio, mentre è esigua la componente della piccola borghesia cittadina, Di possidenti nella Resistenza Romagnola nemmeno parlane: solo 14 su circa 6640 nomi si definiscono tali. Nonostante la retorica dell'Italia rurale e proletaria il fascismo fu un fenomeno principalmente della piccola e media borghesia urbana e dei possidenti agrari.
Riguardo all'antifascismo nelle campagne abbiamo trovato questo episodio. Il 24 marzo 1926 furono denunciati sei giovani di Porcentico dal Sindaco fascista di Civitella di Romagna Giuseppe Dianini con l’accusa di essersi trovati ad una festa da ballo durante la quale avevano cantato Bandiera rossa e si erano dati ad inneggiare al socialismo e a maledire il fascismo. Non si sa della sorte dei sei giovani; non furono deferiti al Tribunale Speciale perché esso sarebbe stato istituito solo il 25 novembre 1926. Può meravigliare che la denuncia fosse fatta dal Sindaco (poi sarà chiamato Podestà) di Civitella quando Porcentico era ormai da tre anni sotto l’amministrazione di Predappio, ma probabilmente egli era bene informato perché come assessore aveva in Giunta Antonio Rossi che era il proprietario di gran parte dei poderi di quella frazione. Porcentico comunque rimase sempre ostile al fascismo e durante la Resistenza fu duramente punita per questa “colpa” con la strage perpetrata il 23 agosto 1944.
Per i benefici economici ricevuti, per il fatto di essere ascesi a fama nazionale, per il controllo sociale, ancor prima che politico e poliziesco, tutto porta a pensare che Predappio, perlomeno il capoluogo, dovesse essere il paese più fascista d'Italia, senza voci dissonanti. La vera sorpresa è che così non fu, l'antifascismo non fu sradicato nemmeno a Predappio Nuova. Non fu sradicato nella coscienza di molti che rimasero fedeli ai propri principi ed ideali, anche quando per la necessità del vivere dovettero formalmente adeguarsi, anche quando si sentivano ripetere che quegli ideali erano sorpassati e sepolti dalla storia, che il mondo era andato avanti, era cambiato e non ci si poteva attardare nelle illusioni di fine ottocento come erano gli ideali di democrazia, libertà e socialismo, tanto più che ciò creava disagi materiali e discriminazioni alla famiglia, in quanto l’adesione al fascismo era condizione necessaria non solo per fare carriera, ma anche per lavorare. Ma l'antifascismo non fu solo il sentimento di una minoranza che non rinunciava alla propria idea e dignità anche a costo di essere discriminata, fu anche un impegno politico attivo. Nel 1930 a Dovia cioè Predappio Nuova fu scoperta una cellula comunista che portò all'arresto e alla condanna di Quinto Bartoli e Alfredo Guardigli. Da menzionare è anche il socialista Donato Boattini di Predappio Alta, arrestato nel 1938 e condannato al confino.
Nell'ambito dell'antifascismo va ricordato anche Adone Zoli, di Predappio, anche se per anagrafe nacque a Cesena nel 1887 e divenne toscano d'adozione. Nel 1907 si laureò in Legge ed esercitò l'avvocatura prima a Genova, poi a Bologna e, infine, a Firenze. Adone Zoli, tuttavia, può essere considerato un predappiese, anche se visse altrove. La sua famiglia di possidenti e notabili era molto importante a Predappio e, a parte il menzionato Ulisse Zoli, non aderì mai al fascismo. Adone Zoli combatté con valore nella prima guerra mondiale meritando tre decorazioni. Nel dopoguerra aderì al Partito Popolare e partecipò a vari Congressi e nel 1921 entrò a far parte del Comitato centrale del partito di Don Sturzo.
Nel 1943 non esitò ad aderire alla Resistenza e rappresentò la Democrazia Cristiana nel CLN toscano. Per la sua attività antifascista fu arrestato a Firenze con due dei suoi figli e venne incarcerato a "Villa Triste", luogo di detenzione e tortura della famigerata Banda Carità. Processato e condannato a morte riuscì ad evitare la pena capitale e fu liberato dopo tre mesi di prigione. Nel febbraio del 1944 per poco riuscì ad evitare che i nazifascisti lo catturassero un'altra volta.
Dopo la Liberazione di Firenze (11 agosto 1944), fu nominato Vice Sindaco del capoluogo toscano e divenne uno degli esponenti più in vista della DC.
Non venne mai meno al suo antifascismo, come dimostrò nel 1957 quando si dimise da Presidente del Consiglio, rifiutando i voti determinanti del Movimento Sociale Italiano. Ciò non gli impedì tuttavia di adoperarsi perché i resti di Benito Mussolini fossero restituiti alla famiglia per la sepoltura nel cimitero di San Cassiano. In quell'occasione chiese l’opinione al Sindaco di Predappio, il comunista Egidio Proli, il quale rispose: “ Non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà nemmeno da morto”. Adone Zoli è sepolto nella tomba di famiglia del cimitero di San Cassiano di Predappio.
Altra figura di rilievo nata a Predappio ed emigrata nel limitrofo Comune di Galeata è Aldo (Dino) Palareti (1909 – 1944. Medaglia d'argento al valor militare. Professione sarto, coniugato con un figlio. Iscritto al P.C.I. clandestino dal 1935. Partigiano dell’8a Brigata Garibaldi “Romagna” dal 10/09/1943 al 23/04/1944. La sua abitazione era punto di riferimento per il materiale e gli uomini che dovevano raggiungere la brigata partigiana in via di organizzazione. Nel febbraio 1944, dopo l’assalto alla locale caserma della GNR, gli fu impossibile continuare l’attività a Galeata e raggiunse la Brigata. Portandosi verso Galeata per sfuggire al grande rastrellamento d’aprile, venne catturato alle ore 2 del 23 aprile 1944 assieme a Libero Balzani, Luigi Bandini e Bruno Patrignani, in località Rio Secco. Dopo sevizie, fu fucilato nella stessa mattinata presso la cosiddetta “Fabbrica delle ginestre” senza alcun processo, nemmeno sommario, incolpato della morte dello squadrista Secondo Ghetti.

Partigiani della Vallata del Rabbi e dell' Alto Bidente riconoscibili Giuseppe ferlini e altri di Predappio. Diploma di Paolina Laghi nata a Predappio e la cui famiglia dovette emigrare dopo l'avvento del fascismo perchè non disposta a rinnegare i propri ideali socialisti.