giovedì 1 maggio 2014

AUGURI DI BUON 1° MAGGIO CARO GALDO


Tratto dal libro:
" La foja de farfaraz".  PREDAPPIO: cronache di una comunità viva e solidale" di prossima pubblicazione.


Intervista ad Aldo Bresciani (Galdo)
Raccolta da Palmiro Capacci a Predappio 31 dicembre 2012.
Aldo Bresciani nato a Santa Sofia (Camposonaldo) il 15/10/1922 residente a Predappio. Partigiano e deportato nei lagher

D. Come va Aldo? Sembrate in gran forma.
R. Come va? Come va? Come volete che vada come uno che ha 90 anni compiuti, a questa età va comunque bene, tutto quello che viene è in più, quindi non mi lamento. E’ come va il mondo che non mi piace, si stanno rimangiando tutto quello che abbiamo conquistato con tante lotte …
D. Certo che ne dovete averne viste tante. Quindi siete nato a Santa Sofia.
R. Si, i miei stavano a Santa Sofia, erano contadini in un podere dalle parti di Camposonaldo, poi nei 23 si sono trasferiti a Galeata nel podere Verzolino nella parrocchia di Sant’Ellero. Io questo lo so però non lo ricordo perché avevo solo un anno …
D. E quando siete venuti ad abitare a Predappio?
R. Siamo venuti nel 1952, non tutta la famiglia perché nel frattempo io mi ero sposato quattro anni prima.
D. Che ci dice dei tempi di prima della guerra?
R. Beh allora ero giovane e andava bene, pero c’erano i fascisti che comandavano ed a casa mia i fascisti non li potevamo vedere, però ti toccava stare buono e sopportarli, con loro non si ragionava, comandavano e dovevi fare come volevano, noi però stavamo in campagna e per fortuna li vedevamo poco. Poi mi ricordo che c’era della miseria, lavorare la terra allora era dura e ci cavavi solo quello che bastava per vivere, poi lo dovevi spartire a metà col padrone . Per i contadini la vita era allora era dura.
D. Siete del ventidue allora durante la guerra avete fatto il militare?
R. Sì, perché ho fatto il partigiano e fare il partigiano voleva dire fare il militare …
D. Volevamo dire il servizio militare per lo stato.
R. Sì, si, ho fatto anche quello, ma ne ho fatto poco, perché mi hanno richiamato nel ‘42, ma io il 20 gennaio di quell’anno mi sono ammalato e mi sono fatto 16 mesi di ospedale, poi quando sono guarito sono andato sotto le armi, mi hanno mandato a Cesena e subito mi hanno messo a fare della gran guardia, senza avere avuto quasi nessun addestramento.
D. Quindi quando è caduto il fascismo il 25 luglio e l’8 settembre del ’43 eravate a Cesena?
R. Sì, quando è caduto Mussolini ero di servizio a Cesena, pensavamo fosse finita la guerra, ma non era mica così. L’otto settembre invece non ero a Cesena, proprio quei giorni avevo avuto il trasferimento a Livorno, mi stavo recando là, ma quel giorno ero ancora a Forlì, allora non ci sono più andato e sono ritornato a casa.
D. Poi è tornato Mussolini con la RSI …
R. Si sono tornati i fascisti e più cattivi di prima, c’era molta confusione. Io non volevo andare a fare la guerra per loro, allora sono stato assunto dalla TODT, ma dopo quindici giorni ho capito che si lavorava comunque per la loro guerra e ho disertato, e verso la fine di marzo i primi di aprile ho raggiunto i partigiani della Garibaldi che già operavano nelle nostre montagne. A Galeata ce n’erano già molti di partigiani e la gran parte della popolazione stava dalla loro parte.
D. Come è andata durante il grande rastrellamento del aprile ’44.
R. E’ andata male, molto male, anche se io non posso lamentarmi per me, perché almeno ho salvato la pelle … ma tanti poveri ragazzi sono stati presi e fucilati. In quei giorni il mio distaccamento era a San Paolo in Alpe, dove aspettavano i lanci degli Alleati, avevamo il compito di fare le segnalazioni agli aerei che avrebbero paracadutato i rifornimenti, ma poi i lanci non sono avvenuti perché sono arrivati i fascisti, erano in tanti, ci avevano circondati, qui ci siamo sfaldati ed a piccoli gruppi abbiamo cercato di sfuggire e nasconderci per salvare la pelle. Io sono riuscito a sfuggire e sono tornato verso casa, poi mi sono nascosto in attesa di capire come era la situazione e ritrovare i collegamenti coi partigiani.
D. Quando è successo che ti hanno preso?
R. E’ stato l’8 giugno, forse a causa di una spiata i fascisti mi hanno preso, non mi hanno fucilato subito, perché forse non sapevano che ero un partigiano, e pensavano che fossi solo un disertore. Mi hanno tenuto tre giorni in prigione a Galeata e 21 giorni nelle carceri della Rocca a Forlì, poi mi hanno deportato in Germania, anzi in Polonia. Ci hanno caricato su dei vagoni piombati il 28 giugno e siamo arrivati a Treblinka il 2 luglio. Mi ricordo che siamo passati da Varsavia, Treblinka non è molto lontana da Varsavia.
D. Nel Campo di sterminio?
R. No, più avanti mi hanno mandato in un campo di sterminio ma era un altro, ero a Treblinka, ma non dentro il campo di sterminio, in quel campo io non ci sono mai entrato, infatti non eravamo vestiti col ormai famoso pigiama a righe ma ci lasciarono i nostri panni. Fui assegnato ad una squadra di lavoro composta da 10 - 12 persone, col compito di fare i facchini alla stazione: scaricavamo i treni e li caricavamo, anzi più che altro li caricavamo perché eravamo assegnati ad una ditta che raccoglieva i prodotti agricoli nelle campagne li stivava in un magazzino e poi li spediva in Germania o chissà dove. Come ho detto noi non eravamo dentro al lagher, ma dormivamo in una soffitta di una casa posta nei pressi della stazione, il nostro controllore era il padrone della ditta. sapevano che non saremmo potuti scappare, perché dove mai saremmo potuti andare: non sapevamo dove eravamo, non parlavamo le lingua, non avevamo contatto coi la popolazione, e poi si sapeva che la nostra condizione non era la peggiore. Non sapevamo dello sterminio di massa, ma sapevamo che gli altri prigionieri stavano peggio, dovendo fare i facchini da mangiare ce ne davano, anche se era sempre pane di segale, patate e una brodaglia, ogni tanto si aveva anche un po’ di margarina.
Quello non fu il momento peggiore della mia deportazione, il peggio sarebbe poi venuto.
D. Eravate tutti italiani nella vostra squadra?
R. Non tutti, ma per la gran parte. Ricordo che in diversi erano della Valle D’Aosta, poi la composizione cambiava, ogni tanto qualcuno spariva e non sapevamo che fine aveva fatto e arrivava un altro, comunque nella mia squadra ci sono stati anche dei polacchi e francesi.
D. Che turni facevate?
Il turno era dalle 6 di mattina alla 17 del pomeriggio con una breve pausa a metà giornata per consumare il pasto sul lavoro. Dalle 17 alle 21 avevamo un turno di riposo in cui potevamo anche muoverci nelle immediate vicinanze, alle 21 comunque c’era il coprifuoco e dovevamo essere tutti nella nostra soffitta. C’era uno della nostra squadra, era l’unico che poi se l’era cercata perché era partito volontario per il lavoro in Germania e poi era finito li, che non rispettava la consegna del coprifuoco, il padrone fece presto … ci disse: “O lo fate comportare come si deve o lo devo dire alla polizia che vi manda via tutti e mi da un’altra squadra”. Insomma dovevamo fare i controllori dei nostri compagni.
D. Il padrone era tedesco?
R. Si, era tedesco, ma aveva sposato una polacca. Anche il suo uomo di fiducia quello che ci controllava era polacco. Ti racconto un episodio. Ogni tanto il padrone o il suo attendente ci facevano portate qualche sacco in un magazzino diverso, era più lontano dalla stazione. Io ho poi capito il motivo, me l’ha detto la serva del padrone, con cui ero entrato in stretta confidenza e un po’ aveva imparato l’italiano. I sacchi li venivano a prendere i partigiani polacchi. Capito? Il padrone faceva il furbo cercava di tenersi buone le due parti, così comunque andasse lui se la cavava sempre, però quando stavano per arrivare i russi scappò subito.
D. Quando arrivarono i russi?
Arrivarono alla fine dell’agosto 1944, sapevamo che stavano arrivando, me l’aveva detto la ragazza polacca con cui ero in confidenza, ma noi non li abbiamo visti perché ci hanno trasferito prima del loro arrivo.
[Nell’intervista Aldo Bresciani sorvola sul periodo in cui fu racchiuso nei lagher, ne accenna e passa a parlare dell’ultimo trasferimento poco prima della liberazione.]
Infine ai primi di marzo del ’45 ci hanno portato in un campo di sterminio vicino a Danzica, questa volta era un vero e proprio campo di sterminio, evidentemente l’ordine era di sopprimerci, ma non ci hanno ucciso perché ormai la zona era circondata dall’Esercito Rosso che stava già combattendo alle porte di Berlino, il caos regnava sovrano, le guardie tedesche se la sono svignata ed alla fine avevamo solo delle guardie rumene a controllarci, La razione alimentare era ridotto a 70 grammi di pane al giorno, praticamente niente, ci davano tuttavia un po’ di margarina, si vede che ne avevano in abbondanza. Siamo rimasti lì per 21 giorni presagendo la nostra fine, invece finalmente sono arrivati i russi che ci hanno liberato.
D. Quando siete tornato a casa?
R. Mica subito, sono passati parecchi mesi. Per un po’ di giorni dopo la liberazione siamo rimasti nello stesso lagher, però i russi ci diedero da mangiare, non eravamo più controllati, ma dove potevamo andare? Al massimo facevamo un giretto nei dintorni, giusto per avere la sensazione di non essere più prigionieri. Dopo ci hanno trasferiti e ci hanno portato in un grande capannone di bestie (mucche) in mezzo alla campagna, dove si riunivano i prigionieri liberati. Siamo arrivati lì il 7 - 8 aprile e vi siano rimasti fino al 18 settembre. In questo posto non siamo stati male, certo non c’era molto, i russi ci davano da mangiare e poco altro, ma, sapendo che non saremmo rientrati subito in Italia, ci eravamo organizzati bene: avevamo costruita una cucina e … addirittura si era formato una orchestra che tutte le sere suonava e si ballava. Si non è stato un brutto periodo anche se non vedevamo l’ora di tornare a casa, e chiedevamo sempre quando saremmo potuti rientrare, i russi ci dicevano: “Presto, presto”, ma intanto il tempo passava.
D. Un’orchestra? Ma dove avevate trovati gli strumenti? Poi eravate tutti italiani?
R. Da dove siano venuti fuori gli strumenti non ne ho idea. Quello era un punto di raccolta degli italiani, di stranieri ce n'erano pochi ed erano di passaggio.
D. Poi infine siete tornati a casa. Quando tempo ci avete messo e da dove siete passati?
R. Abbiamo fatto il viaggio in treno, è durato 22 giorni.
D. Ventidue giorni? Ma vi siete fermati da qualche parte?
R. Non ci siamo fermati, se non per brevi pause al massimo di una giornata, ma eravamo attrezzati per il viaggio i russi avevano aggiunto al treno un vagone con i viveri e uno attrezzato a cucina. Vedete dalla Germania ancora non si poteva passare le ferrovie erano ancora tutte distrutte, siamo passati da est: Russia , Ucraina, Ungheria, Austria, poi si faceva un tratto ma occorreva tornate indietro, perché i binari erano interrotti e si cercava un’altra via. Finché siamo arrivati al Bolzano, il treno russo ci ha scaricato e abbiamo continuato con un treno italiano fino a Bologna dove il gruppo si è sciolto e ognuno ha preso la sua strada.
Poi ho fatto di nuovo il treno fino a Forlì.
D. C’erano molti forlivesi nel tuo gruppo?
R. No, eravamo in due, il mio compagno era di Forlimpopoli, l’ho accompagnato a casa, poi ho proseguito a piedi fino a Galeata dove c’era la mia casa, di loro non avevo più notizie da oltre un anno …
D. Ma non vi eravate scritti dopo la liberazione ?
R. Certo che avevo scritto, ma le cartoline arrivarono dopo parecchi mesi che ero già a casa, quindi mi chiedevo se i miei familiari erano ancora vivi e se stessero bene. Poco prima di arrivare a casa bussai alla porta di Bèpin che aveva due nipoti in Germania, per dirgli che erano ancora vivi, ma soprattutto per chiedere notizia dei miei prima di arrivare a casa. Bèpin mi disse che purtroppo nel frattempo mia madre era morta.

Breve nota su Treblinka
A Treblika era presente un campo di sterminio, posto non molto lontano da Varsavia. Secondo le stime nel campo furono sterminate dalle 700.000 alle 900.000 persone facendo di Treblinka il secondo campo di sterminio per numero di vittime, secondo solo a Auschwitz II (Birkenau).
Il campo di sterminio fu chiuso e raso al suolo dopo la rivolta scoppiata nell’agosto 1943 (solo in 12 prigionieri sopravvissero). Rimase tuttavia attivo un campo di lavoro che occupava dalle 1000 alle 2000 persone, in totale in questo campo sono passati 20.000 persone e si calcola che la metà siano morte. Questo campo fu liberato dall’Armata Rossa verso la fine dell’ agosto 1944.
Bresciani fu a Treblinka nei mesi di luglio e agosto 1944, quando era ancora attivo il campo di lavoro, ma era impegnato in una squadra di lavoro esterna non soggetta al campo. Alloggiava in un edificio vicino alla stazione probabilmente negli edifici in cui erano immagazzinati i beni personali degli uomini e delle donne condannati allo sterminio prima che questi fosse chiuso nell’ agosto 1943. Solo in seguito Bresciani sarà rinchiuso nei lagher.


Quando abbiamo visto che Aldo è potuto tornare alla Collinaccia per il 1° Maggio ci si aperto il cuore.
AUGURI CARO COMPAGNO GALDO