giovedì 29 novembre 2018

PARTIGIANI STRANIERI nella Resistenza della Provincia di Forlì.




Le formazioni partigiane erano profondamente radicate nel territorio, senza l’appoggio della popolazione non avrebbero potuto sopravvivere, non erano tuttavia localistiche, ovvero mosse da specifici interessi locali e particolari, le motivazioni fondamentali che portarono l’adesione alla Resistenza erano di ordine generale: morali, politiche e sociali.

La seconda guerra mondiale portò allo spostamento e al mescolamento masse enormi di uomini; soldati invasori o in ritirata, prigionieri di guerra o politici, fuggiaschi, profughi, sfollati e deportati.

Gli eventi conseguenti all’8 settembre 1943 trovarono molti lontani dalla propria abitazione, magari separati dalla propria famiglia dalla linea del fronte e chi scelse di combattere lo fece sul luogo dove si trovava aggregandosi alle formazioni della Resistenza che andavano formandosi, da qui la presenza di stranieri e più in generale di forestieri nelle formazioni partigiane, ma anche di italiani che combatterono nella Resistenza all’estero, principalmente in Jugoslavia, Grecia ed Albania ed anche in Francia prima dell’8 settembre 1943 e qualcuno anche in altri paesi.



La partecipazione dei Forlivesi alla Resistenza fuori Provincia e all’estero.

Oltre ad aver collaborato alla ricerca sui partigiani stranieri, in concomitanza Valter Pedroni dell' ANPI di Forlì Cesena ha svolto una ricerca sui "forlivesi" che hanno operato nella Resistenza in altre nazioni, argomento anche questo non molto approfondito dalla storiografia locale, rinvenendo alcune centinaia di nomi.

Per i dati specifici particolari si rimanda quindi al lavoro di Valter Pedroni.

Vanno poi ricordati il valore e il sacrificio della divisione “Acqui” e degli altri reparti di Cefalonia. Corfù, Lero, Albania, Jugoslavia e Corsica subito dopo l’ 8 settembre 1943 che si opposero in armi all’esercito tedesco.

Non vanno poi dimenticati i soldati italiani internati in Germania dopo l'8 settembre 1943 che si rifiutarono di collaborare con la Germania Nazista e il sui stato fantoccio: La RSI, a prezzo di grandi sacrifici e discriminazioni.



Per quanto riguarda invece i “forlivesi”che operarono in altre province della regione Emilia Romagna un dato si può ricavare dagli elenchi dei riconoscimenti ufficiali.

Negli elenchi delle formazioni delle altre province della sola Emilia Romagna troviamo n. 491 nomi, fra cui 39 donne e fra questi 48 furono coloro che persero la vita nella lotta. Per la precisione di questi 491 "forlivesi", solo 462 sono nati in provincia di Forlì, altri 24 erano residenti in Provincia di Forlì, ma nati altrove, in altri 5 casi non è indicato il luogo di nascita, ma solo la residenza nella nostra provincia.

Le province della regione con resistenti di origine e/o residenza forlivese sono: Ravenna n. 375, Bologna n. 32, Parma n. 30, Modena n. 28, Ferrara n. 16, Piacenza n. 8 e Reggio Emilia n. 2.(*)

Viceversa molti resistenti che militarono nelle formazioni partigiani della nostra provincia erano nati in altre province d'Italia o anche in altre nazioni. Troviamo nello ricerca "Partigiani e Patrioti delle Provincia di Forlì e Rimini. " che "ben 953 pari al 14,3% erano nati fuori Provincia, la gran parte proveniva dalle province limitrofe, troviamo n. 235 pesaresi, n. 70 aretini, n. 68 fiorentini e 165 ravennati, mentre relativamente pochi sono gli emiliani, n. 61 di cui 33 bolognesi e 13 ferraresi. Vi sono poi 67 italiani nati all’estero che per la quasi totalità vanno considerati Forlivesi perché figli di emigrati dal nostro territorio rientrati in patria. Va notato che fra questi 67 nominativi vi sono diversi nomi di rilievo della Resistenza, perché parte di questa emigrazione fu dovuta a motivi politici: cioè di antifascisti che dovettero riparare all’estero già negli anni venti." (*)



(*) Da "Partigiani e patrioti della provincia di Forlì e Rimini. 1943-1944" (ricerca rintracciabile sul Web nel BLOG di Palmiro Capacci)

NOTA: Mi spiace se i cesenati e riminesi avranno motivo di dolersene, ma preciso che col termine“Forlivesi”, se non diversamente precisato, si intendono i nati nella Provincia di Forlì cosi come era durante la seconda guerra mondiale, quando comprendeva Rimini e senza i comuni del Montefeltro aggiunti successivamente al nuova Provincia di Rimini.

PARTIGIANI STRANIERI NELLA RESISTENZA ITALIANA

Per quanto riguarda gli stranieri che combatterono nella Resistenza Italiana, non abbiamo trovato dati complessivi,
ad eccezione di quella che fu la componente più corposa, ovvero i cittadini dell’ URSS, che è stata stimata attorno alle 5000 unità, con una mortalità in combattimento di circa il 10%.
Nel libro "I partigiani sovietici nella Resistenza" Italiana di Mauro Galleni - Ed. Riuniti si da una cifra esatta dei partigiani sovietici in Italia: n. 4981, morti 425, ( ignoti) 206 cifra ricavata dai "ruolini" militari, se di così si tratta, vista la situazione che sarà esposta su Forlì, è possibile che sia un dato sottostimato.
Degli stranieri abbiamo invece una stima relativa alla nostra Regione .

Tabella tratta dal documento della Regione Emilia-Romagna e comit. Prov.le di Reggio E. per le
celebrazioni del XXX della Resistenza.




PARTIGIANI STPRANIERI NELLA RESISTENZA “ FORLIVESE”

In questa ricerca ci siamo concentrati sulla presenza resistenti di stranieri nella nostra provincia, presenza generalmente poco trattata dalla storiografia, salvo qualche richiamo nei testi spesso di sfuggita. Colmare questo vuoto, per quanto è nelle nostre possibilità, è stato lo scopo di questo lavoro.
Nella tabella regionale risultano di 39 stranieri nel forlivese, il dato della nostra provincia, a suo tempo, è stato probabilmente tratto dalle schede presenti presso l'archivio ANPI per il riconoscimento della qualifica di partigiano o patriota, eseguita secondo la precisa normativa vigente, nell’immediato dopoguerra.
La prima ricerca da noi operata è stata quella di trovare i nominativi degli stranieri in queste schede, prendendo tutti i nati all’estero omettendo coloro che avevano in cognome italiano in quanto da ritenersi figli di emigrati rientrati in patria, non si sono conteggiati i sammarinesi in quanto anche se formalmente stranieri e difficile definirli tali. Il dato degli stranieri da noi ricavato è di 47 nominativi. E’ un numero superiore a quello riportato nella tabella della Regione Emilia-Romagna. Evidentemente chi fornì il dato per la tabella utilizzò lo stesso criterio, ma gli sfuggì qualche nominativo, all'epoca non c'erano i computer e districarsi fra 6.639 schede era impresa ardua anche se poteva contare dell'aiuto di chi ancora aveva una memoria diretta degli eventi, in ogni caso non abbiamo nemmeno noi la certezza di averli individuati tutti.
Una discrepanza appare anche per i deceduti che sono indicati in numero di tre, come nell'elenco dei deceduti predisposto dall'Istituto Storico della Resistenza provinciale, in cui compaiono l’austriaco Otto Balekta e lo jugoslavo Schel Stanislaw e il polacco Potusrecko Felice, ma nessun cecoslovacco, si presume comunque che il numero dei caduti indicati nella tabella sia tratto da questo elenco.
Pur senza indagare balza subito in evidenza che il dato delle domande di riconoscimento è incompleto rispetto alla presenza degli stranieri nella Resistenza forlivese, manca infatti il nome di Sergeij Sorokin comandate del distaccamento Slavo dell’8a Brigata Garibaldi, figura piuttosto nota.
Per fortuna non siamo stati i primi a voler colmare questa lacuna, nel corso degli anni del dopoguerra i partigiani dell’ANPI si posero il problema della mancanza di un elenco completo, producendo elenchi parziali, mai integrati in uno generale, ed è grazie al loro ritrovamento ad opera della paziente ricerca di Walter Pedroni, che oggi possiamo avere un quadro, se non completo, almeno più significativo.
Altra fonte di ricerca è stata la documentazione dell’ 8a brigata Garibaldi, che per la verità non contiene molte informazioni relative alla presenza dei combattenti stranieri. Nella bibliografia pure si sono reperite poche informazioni, mai la questione è trattata specificatamente, ma sempre di sfuggita, per accenni. Diversamente nella documentazione fotografica delle poche foto scattate durante la guerra di Liberazione i partigiani stranieri sono spesso presenti.
Rispetto alle schede si sono rintracciati n. 35 ulteriori nomi (più un polacco molto probabile) rispetto alle schede e notizie su altre presenze di stranieri non identificati.





La ricomposizione dei vari elenchi non è stata facile per i nominativi slavi, spesso sono scritti in modo significatamene  per problemi dovuti alla traslitterazione dall'alfabeto cirillico a quello latino, che anche nelle lingue ufficiali è fatta in vari modi. Scriverli deve essere stato una impresa ardua per chi nemmeno conosceva il cirillico, ma cercava di tradurre in lettere il suono del nome e della città di provenienza, per questo il nome proprio spesso lo si trascriveva nel corrispettivo italiano quando c'era, per fortuna spesso gli elenchi riportano il nome del padre, l'anno di nascita, e il luogo natale, che tuttavia non sempre coincide nei diversi elenchi in quanto talvolta è riportata la città, altre volte la "regione" o il distretto territoriale. Va poi aggiunto che alcuni elenchi sono scritti in corsivo con difficoltà di lettura specialmente delle vocali.
Confrontando i vari dati si ritene di aver definito i nominativi evitando doppioni ed omissioni, (tranne un caso dubbio). Per i cognomi si è trascritta la forma più ricorrente trovata nei diversi elenchi, che non necessariamente è la più esatta.

La formazione partigiana di appartenenza degli stranieri
Come la grande maggioranza dei partigiani di altre province d’Italia operanti in questa zona,anche gli stranieri erano concentrati 8a Garibaldi, ciò è comprensibile data la natura della 29a GAP e delle SAP che svolgevano una lotta clandestina in pianura e avevano assoluta necessità di confondersi fra la popolazione, un forestiero era privo della rete di solidarietà parentale e poi sarebbe stato più facilmente notato. Solo tre stranieri sono inquadrati nella 29a GAP: 2 sovietici e uno slavo di Rijeka. Nelle SAP abbiamo solo un francese. Nel battaglione Corbari troviamo 2 polacchi e uno slavo di Lubiana.

Le motivazioni sulla mancanza nelle schede di riconoscimento partigiani stranieri.
Crediamo che i motivi della mancanza di un elenco completo dei partigiani stranieri siano molteplici, innanzitutto l’elenco “ufficiale” dei partigiani fu compilato nell’immediato dopoguerra. Sulla base delle domande di riconoscimento della qualifica di partigiano o patriota. Il riconoscimento era regolato da precise norme emanate dello Stato italiano e le domande erano valutate da una commissione militare (per essere classificato partigiano bisognava aver partecipate ad almeno tre azioni di guerra). Negli elenchi ufficiali mancano diversi che non seppero della procedura o non vollero fare la richiesta. Le domande nella nostra provincia furono fatte a cura dell’ ANPI, tuttavia è possibile che qualcuno le abbia fatte successivamente per conto proprio e quindi non compaia nell’elenco dell’associazione partigiana, poi qualche scheda potrebbe anche essere andata persa. Nel nostro territorio, tuttavia è da ritenere che questi casi, se esistono, siano limitati, magari sono numerosi in altre regioni dove esistevano corpose formazioni Partigiani di diverso orientamento politico che non si riconoscevano nell’ANPI. Ne consegue che se non vi fu la domanda, non vi poteva esserci nemmeno il riconoscimento e l’ufficializzazione delle adesioni alla Resistenza.
Gli stranieri in particolare erano ormai rientrati in patria, quelli che compaiono negli elenchi fu perché qualcuno si ricordò di fare la domanda per loro, ma non fu un lavoro metodico, ciò forse anche perché gli slavi in buona parte, si erano aggregati in gruppo omogeneo parzialmente autonomo nell’ambito della brigata Garibaldi e quindi erano meno conosciuti individualmente. Va aggiunto che nella fase della liberazione del territorio dove operava la brigata Garibaldi, il primo comune ad essere liberato fu Bagno di Romagna il 25 settembre 1944 ed il grosso del raggruppamento slavo si ricongiunse agli Alleati in quel luogo e per ordine del Comando Alleato furono presto disarmati e smobilitati il 10 ottobre 1944 e infine trasferiti per organizzare il loro rimpatrio. Sui creò quindi una cesura repentina e molti di loro non furono più presenti nella fase finale della liberazione e nell’immediato dopoguerra.
Altro caso e quello dei soldati alleati fuggiti dalla prigionia che si aggregarono ai partigiani nei primi mesi della Resistenza per essere poi aiutati a passare le linee e ricongiungersi col proprio esercito. In ogni caso l’elenco “ufficiale” dei partigiani basato sulla base delle richieste di riconoscimento non rappresenta tutta la dimensione della reale partecipazione degli stranieri, questo non solo nella nostra provincia, il fenomeno è generale ad esempio nella provincia di Modena figurano solo tre nomi di combattenti nati i URSS quando la presenza era assai corposa, come si può rilevare dalla tabella sovrastante, evidentemente nel definirne il dato non ci si basò, a differenza di Forlì, solo suo riconoscimenti ufficializzati.
La componente di gran lunga più numerosa dei partigiani stranieri fu quella slava: sovietici, jugoslavi, cecoslovacchi e polacchi e fra questi la preminente fu quella sovietica. Partigiani stranieri sono presenti fin dalla nascita della Brigata Garibaldi (diventerà l’8a solo ai primi di maggio 1944). C’è menzione di un loro coinvolgimento sin dal primo scontro che ebbero i partigiani con al Wehrmacht a Val di Chiara. Altri stranieri arriveranno nel corso dello sviluppo della Resistenza.
Il 10 febbraio lasciando la formazione partigiana che nel frattempo aveva raggiunto 218 componenti, alla presenza di Antonio Carini (Orsi), inviato del Comando Militare Romagnolo (partigiano), si articolò la brigata partigiana in 5 compagnie e un protone di guastatori, così composti: (*)
- 1a compagnia: 33 uomini di cui 15 sovietici, 6 cechi, 2 tedeschi disertori e 10 italiani. Comandante il sovietico Sergio .
- 2a compagnia: 33 uomini tutti italiani
- 3a compagnia 33 uomini tutti italiani
- 4a compagnia: 33 uomini di cui 14 sloveni, 3 sovietici, 2 polacchi e 14 italiani. Comandante polacco.
- 5a compagnia (compagnia comando): 40 uomini tutti italiani.
- Plotoni guastatori composto da 14 uomini di cui 9 italiani e 5 inglesi. Comandante inglese.

(*) Dal libro Resistenza in Romagna di S. Flamigni e L. Marzocchi

A questi si aggiungevano alcune decine di partigiani non ancora inquadrati o con ruoli diversi: comando militare e commissari politici o altro, ma ben presto le adesioni sarebbero aumentate di molte centinaia. Nel primo periodo relativo alla lotta armata della Brigata “Romagna” fissato agli inizi del febbraio 1943, su 186 partigiani combattenti inquadrati, ben 47 sono stranieri e ben 2 figuravano comandati di compagnia, a cui si aggiungeva il comandante del plotone di guastatori, mentre comprensibilmente tutti i commissari politici delle compagnie erano e saranno in seguito sempre italiani.
I nuovi arrivi nei mesi successivi saranno quasi esclusivamente di italiani ed il rapporto muterà rapidamente e la presenza di stranieri non sarà percentualmente più cosi elevata come nella fase iniziale, anche quasi tutti i ruoli di comando militare saranno poi assunti da italiani.
Questa corposa presenza iniziale di stranieri è spiegabile col fatto che chi era fuggito dalla prigionia dopo l’8 settembre non poteva che darsi immediatamente alla macchia. I ruoli di comando militare sono spiegabili col fatto che gli stranieri avevano tutti o quasi ricevuto un addestramento militare, mentre molti degli italiani erano giovani ragazzi senza ancora alcuna formazione bellica. Da una testimoniare orale raccolta da Umberto Casadei Fusaroli traspariva una grande ammirazione verso i “russi” da lui definiti duri combattenti, decisi, sprezzanti del pericolo e sopratutto addestrati e aggiunse che furono loro ad insegnargli a sparare bene.

Partigiani Stranieri deceduti
Quando si analizzano i dati dei partigiani della Provincia di Forlì si nota subito il limitato numero di deceduti stranieri, nonostante che in diversi avessero aderito sin da primi tempi, ciò peraltro risulta in contrasto con la più alta mortalità dei partigiani provenienti da altre province dell’Italia che fu del 16% contro un percentuale complessiva del 11,8%. Alta è anche la percentuale della mortalità dei forlivesi che hanno combattuto in alte provincie della nostra regione che fu del 13,4%.(*)
Questo dato si può interpretare col fatto che chi operava fuori del proprio territorio fosse più esposto, avesse meno rifugi nella rete parentale e comunitaria e, soprattutto, fosse a tempo pieno in “prima linea”, ma ciò dovrebbe valere a maggior ragione per i partigiani stranieri, certo gli stranieri avevano generalmente una preparazione militare più elevata che in certe situazioni li avrebbe potuto togliere dall’impiccio, ma ciò non può valere più di tanto.
Nell’elenco compilato dall'Istituto Storico della Resistenza della nostra provincia e nelle schede ANPI troviamo tre caduti: Balekta Otto, Scherl Stanislav e Potusreko Felice. Non furono gli unici, vanno aggiunti “Giuseppe l’austriaco” ucciso nella frazione di Cigno in Comune di Civitella di Romagna. Fra i sovietici ci sono Pristakov Georghi (Giorgio) e Serebrjanskj Ivan sepolti nel Cimitero di Lavezzola, Comune di Ravenna), in quanto dopo aver combattuto nell’8a brigata, continuarono a combattere nella 28a Garibaldi “Gordini” nel ravennate.
Adamo Zanelli nel suo libro oltre a Otto e “Giorgio” ricorda come deceduti anche Vinz il Cecoslovacco e Serughin (ma quasi certamente si riferiva a Sorokin rimasto ferito e dato per morto da Zanelli).
Per il resto non vi sono documentazioni certe, ma accenni nei testi ad altri partigiani stranieri caduti, o solo racconti orali, ormai non più accertabili e precisabili. Ad esempio si è ipotizzato che il partigiano rimasto sconosciuto caduto a Biserno fosse uno slavo. Ho letto e sentito generici racconti di partigiani sovietici morti nel corso del rastrellamento dell’aprile 1944. Per gli italiani alla fine della guerra c’erano compagni e parenti che cercavano i loro congiunti, chiedevano, indagavano, per gli stranieri ciò non avvenne.
In totale il numero dei caduti di cui abbiamo trovato testimonianza è di 7.
Non credo che si potrà mai ricostruire un dato esauriente, rimane la sensazione che di alcuni caduti stranieri si sia persa la memoria.

(*) Fonte - Elenchi dei partigiani e patrioti delle formazioni della Resistenza delle province della nostra regione. (Progetto diretto da Prof. Luca Casali).


ORIGINE E PERCORSO DEGLI STRANIERI


SOLDATI ANGLO – AMERICANI.

E’ questo un caso particolare, sono presenti fra i partigiani diversi soldati alleati fuggiti dai campi di prigionia e alcuni piloti abbattuti. A differenza degli slavi, gli alleati potevano passare le linee del fronte e ritornare dal loro esercito, già presente in Italia, quindi la loro fu una presenza temporanea concentrata nei primi mesi della Resistenza, ai primi del mese di aprile 1944, poco prima del rastrellamento avevano già lasciato la Brigata, a parte qualcuno che passò le linee successivamente. Vi è notizia di una loro partecipazione ad alcune azioni di guerra coi partigiani e di un loro inquadramento formale nella Brigata. Nell'elenco compilato nel 10 febbraio si parla ancora di un “Plotone guastatori composto da 14 uomini di cui nove italiani e cinque inglesi. Comandante Inglese”. A seguito del grave colpo subito dalla Brigata col rastrellamento d'aprile molta documentazione e memoria andò persa, anche i nomi di molti italiani che fino ad allora avevano aderito alla brigata e poi si sbandarono rimasero sconosciuti.
Il caso molto noto e documentato è quello dei generali e ufficiali inglesi fuggiti dal campo di prigionia in Toscana nascosti e protetti dalla Resistenza, ma furono diverse decine i soldati alleati (inglesi, neozelandesi, piloti USA) fuggiti dalla prigionia che furono aiutati a passare le linee, nel libro” “La Romagna e i generali inglesi “ si stimano in un centinaio, accennando alla cifra di duecento per tutta la Romagna.
Nel complesso si può parlare di una loro partecipazione alla Resistenza italiana solo nella fase iniziale e di un aiuto
determinante della Resistenza romagnola alla loro fuga dalla prigionia, nascondendoli e aiutandoli a ricongiungersi
col loro esercito.

Altri partigiani dei paesi "alleati"
Troviamo un belga Rosseau Ferdinand, inquadrato nella Wehrmacht dopo l'occupazione tedesca, disertò da un reparto della Wehrmacht per unirsi ai partigiani e la francese Antepolof Luciana nata, a Marsiglia che operò nelle
SAP.




SOLDATI DELLA WEHRMACHT (austriaci e tedeschi).

Per un cittadino del Terzo Reich era molto difficile aderire alla Resistenza, per il timore di ritorsioni verso la famiglia lasciata in patria, poi doveva essere anche molto rischioso: disertavi, ti presentavi in divisa ai partigiani e concreto era il rischio di essere passato per le armi come spia, in ogni caso questo sarebbe stata la paura di ogni soldato che eventualmente avesse valutato questa opzione, per cui la scelta di Otto Balekta e di altri due soldati austriaci non fu “naturale” o causale, ma dovette essere sofferta, fortemente motivata, voluta e rischiosa.
L’adesione di tedeschi ed austriaci alle Resistenza europei non è marginale quanto si ritiene comunemente, è stato solo rimossa. consideriamo che fino al 2009 nella Repubblica Federale Tedesca , i disertori della Werhmacht, anche quando si erano uniti alla Resistenza, era catalogati come criminali, solo quando erano ormai deceduti tutti il parlamento della RFT li ha riabilitati.
L’argomento è stato ignorato anche dagli storici, l’unico libro pubblicato sull’ argomento è di Roberto Battaglia "Deutsche partisanen inder italianiscchen Widerarandbewengung", pubblicato solo in Austria. Dal libro sappiamo che furono circa 100.000 i disertori della Wehrmacht e di questi 20.000 furono giustiziati. Una parte di questi si era unita alla Resistenza dei vari paesi. In Italia il nucleo più rilevante si ebbe nella Carnia in Friuli dove, nella Brigata Garibaldi Carnia, si costituì il battaglione " Freies Deutschland" composto da: tedeschi, austriaci, fiamminghi, italiani (alcuni di lingua tedesca). Anche nella nostra regione tedeschi ed austriaci sono in tanti,(vedi tabella).
Nell’elenco derivato dalle schede del riconoscimento dei Resistenti della provincia di Forlì compaiono i nomi di due soldati della Wehrmacht di nazionalità austriaca Karl Martin e Otto Balekta, ma dai documenti d’archivio vi troviamo accenni di qualche altro, le informazioni sono tuttavia scarne e vaghe.



Compare, il non meglio precisato “Giuseppe” riportato nella lapide del monumento sito in località Cigno di Civitella di Romagna che commemora l’eccidio ivi avvenuto. Lapide che fra le cinque vittime che “il 17 luglio 1944 il piombo nazifascista troncò” nominaGiuseppe “l’austriaco” antifascista”. Giuseppe non può essere alcuno dei due austriaci registrati come partigiani: Otto Balekta morì a San Lorenzo in Fiordinano il 05/09/144 e Karl Martin fu smobilitato il 30/11/1944.
Oltre alla scritta sulla lapide di “Giuseppe l’austriaco antifascista” non abbiamo trovato alcun altro documento scritto ad eccezione di un richiamo nel libro di Flamigni-Marzocchi. La sua tragica fine è rimasta nel ricordo degli abitanti del luogo, testimonianza indiretta tramandata ai figli dai genitori che raccontavano come Giuseppe non fu fucilato assieme altri partigiani, ma ucciso a bastonate dai suoi commilitoni dell’esercito da cui aveva disertato. Probabilmente non era da molto tempo che si era unito ai partigiani, per cui non era ancora stato “registrato”, ma comunque vi era da abbastanza tempo da avere già un nome di battaglia o comunque il suo nome proprio italianizzato come capitava di sovente per gli stranieri
I casi di austriaci nelle brigate partigiane italiane non è un fenomeno isolato, sono presenti in diverse formazioni partigiane d’Italia e talvolta anche in numero non trascurabile. In Austria, ammessa al Terzo Reich nel 1938, era ancora vivo e diffuso il sentimento antinazista.
Nel libro di Sergeij Sorokin “ La stella Garibaldi” si parla anche di Gustav di Colonia, soldato tedesco fra i partigiani, dapprima messo alla prova poi giudicato affidabile, questo fatto è menzionato anche da A. Zanelli che nel suo libro, non è tuttavia chiaro se si tratta della stessa persona. Che fine abbia poi fatto Gustav non è dato sapere.
Anche nel battaglione Corbari si parla della presenza di tedeschi disertori, ma le voci raccolte in tal senso sono molto vaghe e non abbiamo trovato alcuna conferma.
Infine c’è il caso di Badura Ludvich che nella scheda di riconoscimento e in genere nei documenti è catalogato di nazionalità tedesca, ma in un caso come polacca. Era originario della Slesia una regione divisa e contesa fra Germania e Polonia, con una popolazione multietnica, forse era della Slesia germanica, passata alla Polonia nel dopoguerra. Badura ebbe il grado di caposquadra partigiano, assieme al polacco Prorok Cyprian e al russo Sorokin Sergeij furono gli unici graduati della Resistenza dopo la riorganizzazione successiva al rastrellamento dell’ aprile. Badura è più anziano degli altri stranieri, è del 1907, e come dimostrano le informazione successive è un elemento
molto politicizzato, probabilmente il suo percorso politico, tedesco o polacco, che fosse è diverso dagli altri. Da un nota di ANPI si apprende che nel dopoguerra Badura fu sindaco di un Comune, il nome della città, come quello del luogo di nascita, non è stato rintracciato e quindi non siamo in grado di dire se era nella DDR o in Polonia.
In particolare la figura di Otto Balekta ha suscitato il nostro interesse: giovane, bello, alto, biondo e con un viso tranquillo da bravo ragazzo serio e motivato come appare diverse foto che lo ritrae assieme ad altri partigiani italiani, armato col Mauser d’ordinanza dell’esercito tedesco. Ci saremmo aspettati di avere su di lui maggiori informazioni. Si sarà certamente confidato coi compagni, i quali non potevano che essere curiosi della sua presenza.
Di lui sappiamo che aderì alla Lotta di Liberazione assai precocemente il 4/11/1943 e che mori in combattimento, pochi giorni prima della liberazione, il 5 novembre 1944 a San Lorenzo in Fiordinano sulle colline di Meldola mentre svolgeva il compito di guida a reparti dell’esercito Alleato. Sepolto sul luogo del decesso, i suoi resti furono esumati il 13/08/1945 a cura dell’ANPI di Santa Sofia e trasportato nel cimitero di quel paese. Da informazione riferite dal custode del cimitero si è appreso che ogni probabilità ora suoi resti sono dispersi nell’ossario comune di questo cimitero, ma non vi è più documentazione al riguardo. Si sa che era viennese e proveniva da una famiglia di profondi sentimenti antifascisti, e qualcuno ha aggiunto di aderenti al Partito Socialdemocratico austriaco In definitiva si sa assai poco di lui e nel dopoguerra è stato quasi completamente ignorato, non solo nelle commemorazioni, ma anche nella bibliografia l’unico che lo menziona è Adamo Zanelli nel suo libro.


GLI SLAVI

 
La gran parte degli stranieri erano presenti sul territorio italiano come prigionieri di guerra o aggregati forzatamente alla Wehrmacht, sia come addetti ai lavori forzati che appartenenti a reparti ausiliari dell’esercito.
Nel caso degli jugoslavi il caso è da ritenersi un po' diverso, essi erano presumibilmente fuggiti nei lagër che l’Italia aveva impiantato nel nostro territorio, la presenza di questi campi di concentramento di cittadini jugoslavi è poco nota e rimossa dalla memoria, eppure ben documentata dalla storiografia. Con la caduta del fascismo molti fuggirono, qualcuno riuscì a rientrare in patria, qualcun altro si aggregò ai partigiani magari rientrando in patria nei mesi successivi. E’ da presumere che questi potessero avere un maggior risentimento e diffidenza verso il nostro paese, tanto più quelli nati in Istria o Dalmazia di nazionalità italiana, ma di etnia slava che avevano vissuto 20 anni di discriminazione e pulizia etnica da parte del regime fascista.
Anche i sovietici erano prigionieri di guerra, ma dei tedeschi, perché anche quando erano catturati dal corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) questi li trasferiva alla Wehrmacht, tuttavia nel 1942 con l'ARMIR in Russia l’esercito italiano gestì due campi di concentramento. Dei circa i 6 milioni di prigionieri di guerra sovietici si valuta che ben 3,5 milioni morirono di fame e di stenti o furono direttamente eliminati. Molti furono costretti ai lavori forzati, qualcuno per sola costrizione, altri anche per scelta come è il caso dell’esercito di Vlaslov e furono inquadrati nell’esercito tedesco generalmente come reparti ausiliari. Il Reich ormai in crescente difficoltà prendeva su di tutto. Generalmente i partigiani sovietici erano definiti “russi”, mentre quelli alle dipendenze dell’ esercito tedesco spesso si usava l’appellativo “mongolo” perché in buona parte provenivano da popolazioni orientali.
In Italia non c’erano quindi campi di prigionieri sovietici chi vi si trovava o era ai lavori forzati o era era in qualche modo aggregato alla Wehrmacht, per cui i partigiani sovietici fuggirono dai campi di lavoro forzato o disertarono da reparti ausiliari dell’esercito tedesco.
Un discorso simile può valere fare anche per quanto riguarda i polacchi e cecoslovacchi. Va detto che non tutti gli slavi lasciarono l’ esercito tedesco, per scelta o mancanza di opportunità, in diversi vi rimasero fino alla fine. Anche l’adesione alla Resistenza non è dilazionata nel tempo qualcuno come il gruppo Sorokin vi aderì da subito altri nel corso dei mesi a venire, ciò fu motivo di qualche diffidenza, anche se in molti casi arrivarono in Italia in tempi successivi e quindi non avrebbero avuto la possibilità di disertare prima.
Nel fondo dell' 8a Brigata Garibaldi troviamo alcuni documenti dell'organizzazione partigiana della pianura che "spedisce" in montagna stranieri, fuggiti dai tedeschi siamo già nell'estate 1944. La qual cosa deve aver causati problemi alla Brigata, che chiede di limitare l'invio di stranieri in montagna. In data 9 agosto 1944 in una lettera del segretario della Federazione Rimini Nord del PCI, al comandante dell’ 8a brigata Garibaldi, Pietro Mauri) che riguardo agli stranieri risponde: "(…) 3) In quanto agli stranieri hai pienamente ragione, sono intervenuto subito presso il compagno che ha il lavoro della montagna perché questo non si verifichi più, salvo eccezioni.”
Lamentele per l’eccessivo invio in montagna di stranieri erano state avanzate pure dal comandante del distaccamento intendenza, Curpèt responsabile della logistica (cfr. doc. n. 4. Sulla presenza di partigiani stranieri nell’8a Brigata cfr anche doc. 1 nota 17.)
Certamente vi erano problemi logistici, più gravosi per i stranieri, ma forse anche diffidenza sulla loro affidabilità, si tenga presente che, oltre al fatto che si è già a guerra inoltrata e che pare che gli Alleati stiano per arrivare, con la riorganizzazione nel maggio 1944si era accettati nella Brigata solo dopo un controllo politico su chi chiedeva di aderire, ciò val

eva per tutti, per gli stranieri la qual cosa era più difficile, tanto più che avevano disertato dalla organizzazione tedesca, sia che si trattasse di lavoratori coatti o ausiliari della Wehrmacht. In passato vi era stati casi di italiani o stranieri che si erano uniti ai partigiani, ma che dopo qualche giorni erano spariti. Le spie erano la massima preoccupazione durante la Resistenza.




I PARTIGIANI POLACCHI

La provenienza dei polacchi doveva derivare essenzialmente da disertori dei reparti ausiliari polacchi della Wehrmacht. Nel libro di Adamo Zanelli troviamo:
Il 16 settembre, i partigiani arrestano 5 polacchi in divisa hitleriana: questi raccontano la loro odissea di prigionieri dei tedeschi ed insistono di essere incorporati nelle unità di combattimento. La loro richiesta viene esaudita e inquadrati in un distaccamento del 3° battaglione, ove vi sono altri polacchi e russi. Hanno poi dimostrato nel corso di duri combattimenti onore e fedeltà alla causa comune”
Questi 5 polacchi di cui non si conosce il nome, non sono stati inseriti negli elenchi catalogati come partigiani o patrioti, per dimenticanza o perché considerata troppo tardiva la loro adesione.
I Polacchi erano generalmente aggregati al distaccamento slavo, come lo erano i cecoslovacchi e gli jugoslavi. Slavi lo erano anche loro, ma come è noto fra Polacchi e Russi non non è mai corso buon sangue, evidentemente l’antifascismo superava le divergenze fra nazionalità. Va precisato che non tutti gli slavi erano comunque concentrati in questa compagnia, alcuni erano in altre squadre.
Non abbiamo neppure informazioni su quale fu il loro percorso dopo la Liberazione, quando gli altri stranieri furono al più presto raggruppati e inviati in campi di smistamento per organizzare il loro rimpatrio.
La Polonia si trovava allora in una condizione particolare in gran parte era già stata liberata dall’Armata Rossa, esistevano però due governi, quello di Londra fortemente antisovietico e quello filosovietico.
In Italia e particolarmente in Romagna era presente il 2° Corpo d’armata Polacco inquadrato nella 8a armata del Commonwealth che faceva capo al governo di Londra. Il corpo d’armata polacco quando incontrava dei polacchi in Italia come lavoratori coatti o anche combattenti dell’esercito tedesco, non li faceva prigionieri, ma li inquadrava immediatamente tutti nei propri ranghi, non è da escludere che ciò sia toccato anche ai partigiani polacchi e magari si siano trovati a fianco di commilitoni che fino a qualche tempo prima davano a loro la caccia.
Nelle schede di riconoscimento ufficiale troviamo 5 polacchi nell' 8a Garibaldi, (nessuno dei 5 è Badura) dall'elenco del Battaglione Corbari di Eleonoro Dal Monte troviamo i nomi di altri 2 polacchi, tuttavia deve esserci stata un po' di confusione, uno è Potusrecko e l'altro sarebbe Schel (o Scherl) Stanislaw che invece è Jugoslavo e si riporta anche il nome Seul Giovanni e lo si definisce come Iugoslavo di Lubiana. Si tratta di un doppione della stessa persona a cui sono attribuite 2 nazionalità diverse e magari il nome "Giovanni" si riferisce al nome di battaglia, oppure più probabilmente si tratta di due partigiani distinti a cui sono state invertite le origini e Seul Giovanni e un ulteriore partigiano polacco, nel dubbio non l'abbiamo inserito fra i ritrovati.
Nella elencazione delle compagnie del 10 Febbraio troviamo 2 soli polacchi, di cui uno è il comandante di compagnia, probabilmente si tratta Prorok Ciprian, che anche in seguito manterrà il grado di caposquadra nel 4° battaglione. E’ da ritenersi che gli altri polacchi arrivassero in tempi successivi nella Resistenza.
Fra i polacchi troviamo anche un deceduto: Potusrecko Felice ( il nome è italianizzato).
La mattina del 20 gennaio 1944 fu sorpreso da truppe tedesche e fasciste con altri 21 partigiani a Ca’ Morelli di Tredozio, nel tentativo di sottrarsi dall’accerchiamento due partigiani rimasero uccisi, tutti gli altri furono catturati. Portati al comando dell SS di Castrocaro furono poi tradotti a Bologna e condannati a morte dal tribunale militare tedesco. Il 5 aprile 1944, veniva fucilato a Forte San Leonardo di Verona, assieme allo Jugoslavo Schel Stanislaw e quattro italiani.




I PARTIGIANI CECOSLOVACCHI


I cecoslovacchi e più precisamente slovacchi, perché in genere provenivano da questa regione, oggi stato autonomo, è da ritenersi che fossero disertori della 2° Divisione Slovacca aggregata alla Wehrmacht, che erano acquartierati in Romagna, a Faenza presso la caserma San Domenico e nel riminese.
Dopo la smembramento della Repubblica Cecoslovacca avvenuta nel 1938 ad opera della Germania (con l’apporto di Polonia ed Ungheria che ne occuparono anch’esse una porzione del suo territorio), si formò uno stato fantoccio Slovacco sotto la guida di monsignor Tiso al servizio del Reich.
I partigiani di cui esiste una scheda sono 4 a ciò vanno aggiunti n. 6 nominativi in cui su richiesta degli interessati si conferma la loro adesione all’8a Garibaldi ed infine Winz “il Ceko” il partigiano morto ricordato da S. Zanelli.
Nei documenti si trovano diverse menzioni di partigiani che fanno prigionieri di soldati non tedeschi (ceki, polacchi, russi) aggregati alla Wehrmacht, oppure che questi si consegnano spontaneamente, alcuni li troviamo poi catalogati come partigiani, molti altri no, probabilmente perché in questi casi la loro collaborazione inizia in un periodo avanzato e ormai prossimo alla Liberazione. A differenza di quanto afferma una certa vulgata , in cui si parla dei cosiddetti “ Partigiani della Domenica” si fa notare che le adesioni riconosciute alla Resistenza negli ultimi mesi di guerra furono assai poche come mostra la tabella sottostante. "Adesionl dell’ultima ora” certamente furono tante, ma i riconoscimenti sono limitati, riservati solo a coloro che avevano dato un apporto reale nell’ultima cruenta e difficile fase della Liberazione, come mostra la sottostante tabella (le adesione del novembre ‘44, e parte dell’ ottobre si riferiscono a Forlivesi che operarono in altre province della regione in cui la guerra continò fino all’ aprile 1945).


Tabella tratta da "Partigiani e patrioti nella provincia di Forlì" rintracciabile sul Web nel BLOG di P. Capacci)



I PARTIGIANI JUGOSLAVI
 


Diversi erano i campi concentramento presenti in Toscana e nelle Marche, uno dei più grossi e vicini alla nostra zona era quello di Renicci nel Comune di Anghiari (AR), che funzionò fino al 9 settembre 1943 quando le guardie disertarono e i prigionieri fuggirono. Molti si unirono ai partigiani marchigiani, qualcuno di loro, o di un altri campi, arrivarono in Romagna. Nel campo di Renicci nel mese di agosto 1943 furono rinchiusi anche numerosi confinati politici italiani, trasferiti dalle isole del sud, ormai vicine al fronte, questa vicinanza fra antifascisti italiani e jugoslavi avrà influito positivamente alla loro adesione alla Resistenza Italiana, aiutandoli a superare la diffidenza che non potevano non aver maturato nei confronti degli italiani.
Non si può escludere, che qualche jugoslavo non fosse fuggito dai lagër, ma fosse stato un appartenente al Regio Esercito in quanto originario dell’Istria o della Dalmazia o della provincia di Lubiana annessa all’Italia nel 1941 e quindi di nazionalità Italiana, tuttavia non abbiamo alcuna informazione al riguardo e sembra assai poco probabile.
Vi sono tuttavia 2 nati a Rijeka (Fiume) o in Istria di questi pur di nazionalità slava è possibile che potessero avere la cittadinanza italiana, possibile, ma non certo in quanto in seguito della annessione di questi territori all'Italia dopo la prima guerra mondiale molti slavi che l'abitavano ( circa 60.000) dovettero abbandonare la loro terra, un esodo questo pressoché totalmente ignorato dalla pubblicistica italiana.
Nella composizione della compagnie fatta il 10 febbraio 1944 da Antonio Carini (Orsi) notiamo che sono presenti ben 14 sloveni, è probabile che dopo lo sbandamento del rastrellamento d'aprile '44 una gran parte si sia dispersa ed abbia cercato di rientrare in patria osi sia unito al corposo gruppo di partigiani sloveni operanti nelle formazioni marchigiane. I nominativi di Jugoslavi nell’elenco “ufficiale” sono 7 tutti nella Brigata Garibaldi, ma dai documenti si sono trovati altri 6 nominativi anch’essi della Garibaldi a parte uno appartenente al Battaglione Corbari. Si fa notare che nei nomi riportati nella tabella solo due hanno iniziato la loro attività prima il febbraio '44, quindi il nominativo di gran parte dei componenti di questo primo nucleo di 14 persone è andato disperso.
Comprensibile è quindi che si noti la presenza di partigiani jugoslavi già nella fase iniziale, poi il flusso si ridusse, ma non terminò alimentato da coloro che disertarono da reparti ausiliari al servizio dei tedeschi.

(*) Fonte informazione “C.S. Capogreco: I campi del duce e “Report on italian crimes against Yugoslavia and its peoples”
reperiti nel Web.





 
I PARTIGIANI SOVIETICI



Era questa la componente straniera più numerosa ( 44 nominativi) e di cui si hanno più informazioni.
I partigiani sovietici erano generalmente definiti come russi, la definizione tuttavia non è corretta, in quanto molti di loro non erano di nazionalità russa, ma appartenenti alle diverse nazionalità presenti nell’URSS: russi, ucraini e delle varie repubbliche caucasiche. In specifico i partigiani sovietici dell’8a Brigata provenivano dal sud dell’URSS, grosso modo dall'area che va da Kursk a Bakù passando per il Donesck. Le diverse nazionalità si notano immediatamente leggendo i loro nomi, accanto agli Ivan, Sergeij … troviamo gli Alì, i Tamur …
Nelle pagine precedenti già numerosi sono i riferimenti ai partigiani sovietici ed altre informazioni si possono trovare nello allegato n. 3. Come abbiamo fatto notare ad un primo nucleo di 12 sovietici arrivato con Sorokin se ne aggiunsero altri, al 10 febbraio ‘44 erano almeno 15, gli altri si sono aggiunti successivamente, prevenienti da organizzazioni ausiliarie o comunque soggette all’ esercito tedesco. Si può parlare di un “nocciolo duro” del nucleo arrivato con Sorokin, in cui anche dalle laconiche note sull’attività contenute nelle schede si può notare che svolsero una intensa attività.
Il distaccamento slavo composto in prevalenza da sovietici ebbe sempre una certa autonomia operativa, anche dopo la riorganizzazione della Brigata conseguita al rastrellamento d’aprile, peraltro come sopra già riferito non tutti gli slavi erano in questo distaccamento, alcuni li troviamo in altre compagnie.
Non sempre i rapporti della Brigata col suo distaccamento slavo furono facili, ciò sia quando era diretta da Riccardo Fedel (Libero) che col comando di Ilario Tabarri (Pietro).
L’episodio in cui si raggiunse la massima tensione avvenne nel gennaio 1944 quando il distaccamento slavo si recò armato al Comando della brigata deciso con ogni mezzo ad impedire la fucilazione decretata dal comandante Libero di un partigiano (italiano) che con la sua condotta irresponsabile aveva causato la perdita di un importate carico d'armi, pare si rischiasse addirittura uno scontro armato, si evitò il peggio grazie all'azione di Orsi (Antonio Carini) e di altri. Va aggiunto che il contingente slavo caldeggiò la proposta di Orsi per un attacco immediato a Santa Sofia per tentare il recupero delle armi, nonostante il rapporto di forze molto sfavorevole per i partigiani, l'attacco poi non si fece per ordine del comandante Libero e comunque l'azione risultava troppo temeraria, dopo che una staffetta aveva informato dell'arrivo di grandi rinforzi ai fascisti della zona.
Una critica alla gestione di Libero fatta dal nuovo comandante Tabarri fu quella di aver proceduto alle requisizioni in maniera grossolana, e talvolta arbitraria, elemento che danneggiava i buoni rapporti con la popolazione contadina e di aver utilizzato allo scopo il distaccamento slavo.( Fonte: "Rapporto generale" del comandante dell' 8a brigata Garibaldi Pietro (Ilario Tabarri) sull'attività militare in Romagna fino al 15 maggio 1944.)
L’affermazione potrebbe avere una base di realtà, è presumibile che le requisizioni fossero compiti sgradevoli per gli italiani in quanto dovevano operate nella propria comunità, anche se in genere erano di provenienza bracciantile ed operaia che socialmente odiavano i ricchi e i padroni, classe oggetto degli espropri. Dei forestieri che ne avevano passate tante, rasentato lo sterminio, avrebbero certamente avuto meno remore.
Con la riorganizzazione della Brigata la situazione mutò, aumentò la disciplina, si operò una selezione preventiva di chi richiedeva di aderire, vi fu una maggiore attenzione verso la popolazione civile, reprimendo severamente eventuali abusi e sopratutto migliorò la logistica della brigata con gli aiuti che arrivavano dalla pianura e con fondi ricevuti dal Governo italiano del sud. Anche il distaccamento slavo, per quanto godesse di una maggiore autonomia operativa, era diretto ed inquadro nella Brigata e fruiva della sua logistica, in altri termini non aveva più bisogno di “arrangiarsi”. Va poi aggiunto che il distaccamento slavo per quanto potesse essere agguerrito e determinato, ormai era diventato una piccola parte della Brigata che era cresciuta in gran numero.
Il gruppo dei partigiani slavi sarà anche in seguito alla riorganizzazione rimproverato dal Comando della brigata di non tenere in sufficiente considerazione i buoni rapporti con la popolazione civile. Testimonianza di queste incomprensioni è una lettera che il comandate e il suo vice Sergio e Pietro (Sorokin e Malisejev) sentirono il bisogno di difendersi dalle critiche in una lettera risentita del 5/7/1944 inviata al comando, scritta in un italiano ancora stentato in cui si afferma: "Scrivete voi che volete fuciliare noi, ma voi molto sbagliato. Voi molto sbagliato che pensate noi molto abiamo fatto male per popolo. Noi abbiamo fatto male per tedeschi e fascisti a proprio popolo, italiani tutti con noi" (Archivio I.STO.R.E.CO.)
Le incomprensioni non terminarono tuttavia del tutto, ancora nell’ottobre 1944 , negli incartamenti della brigata.
Troviamo una lettera del commissario politico della brigata che scrive: “ 2 - Sig. Tenente Monti. Nel corso della giornata di martedì al Corniolo, Sergio, Pietro e Vassilis (3 russi) hanno arbitrariamente compiuto cose non spettante a loro. 11.10.1944, manoscr. su 4 facciate, f.to: Paolo. ( (Guglielmo Marconi). In questo caso non si specifica il motivo, ma non pare collegato al rapporto con la popolazione quanto a questioni militari.







STRANIERI CONTRO

Gli avversari nella guerra di Liberazione, oltre ai fascisti italiani, erano i soldati della Wehrmacht , ovvero tedeschi ed austriaci, ma non solo.
Nel proseguo della guerra la Germania si trovò a corto di personale per l’economia, ma anche per l’esercito.
Dopo aver cercato di incrementare l’immigrazione volontaria in Germania, peraltro già presente nell’anteguerra, dai paesi alleati o occupati dell’Europa, ma con scarsi risultati rispetto alle crescenti esigenze, ci si rivolse allora al lavoro coatto, attingendo alla masse di prigionieri di guerra, politici e razziali o anche rastrellando comuni cittadini.
Con proseguo della guerra qualcosa di simile successe anche per le forze armate dell’Asse. Verso la fine della guerra la Wehrmacht, ma anche il corpo delle SS, erano divenuti un coacervo multietnico.
Una risorsa importante di lavoro coatto dopo il primo anno di guerra, era rappresentato dai polacchi asserviti e dai soldati francesi prigionieri di guerra, che furono trattenuti dopo l’armistizio Francia-Germania del 22 giugno 1940 e più tardi accadde anche con gli internati italiani, mentre ciò non avvenne per i prigionieri anglosassoni. I prigionieri sovietici all’inizio furono lasciati morire di fame e di stenti o eliminati direttamente. Quando la domanda di mano d’opera e personale per l’esercito si fece più impellente si utilizzarono anche i prigionieri sovietici e di altri paesi occupati, in ruoli generalmente ausiliari (lavoro forzati), ma anche in reparti combattenti.
Alcuni dei prigionieri sovietici poi legarono fortemente la propria sorte ai germanici fino alla fine, il caso più noto è quello dell’esercito di Vaslov, un corpo cosacco che operò in Friuli e che al termine della guerra furono giudicati come traditori.
Molti di essi disertarono appena ne ebbero l’occasione, molti già all’inizio nel caos derivato dall’armistizio dell’ 8 settembre 1943, altri più tardi, alcuni solo poco prima della sconfitta germanica, ne consegue che questi erano guardati con un certo sospetto e messi alla prova. Vi erano quindi anche nel nostro territorio slavi avversi alla Resistenza in quanto combattenti per il Reich, ad esempio il Bollettino militare n. 13 dell' 8a Brigata Garibaldi riporta
il caso avvenuto il 20 settembre 1944 nei pressi di Ciola di tre russi ed un tedesco appartenenti alla Wehrmacht assaliti dalla popolazione guidata da alcuni elementi del Servizio informazioni partigiana mentre stavano compiendo razzie. I tre russi furono uccisi il tedesco fatto prigioniero.
Anche nel battaglione Corbari vi è un caso di un russo fucilato in quanto accusato di furto e razzie ai danni dei contadini, ma in questo caso fu una sentenza “interna" al movimento partigiano in quanto questo russo aveva già disertato dall'esercito tedesco e si era unito ai partigiani.
Oltre agli slavi vi erano anche reparti di belgi, Rosseau disertò da uno di questi, e in altre nazioni vi furono anche olandesi, francesi, spagnoli, norvegesi che combatterono nella Wehrrmacht.
La situazione era quindi composita.
Al termine della guerra i sovietici rientrati in patria dovettero stazionare in campi di smistamento, dove fu indagato la loro attività svolta nel corso della guerra al fine di individuare chi aveva svolto un ruolo da collaborazionista col nemico, vi rimasero per periodi più o meno lunghi, ma comunque non brevi, questa sorte toccò anche a Sorokin, e agli altri ciò determinò la sospensione dei contatti e cesura di relazioni personali instaurate in Italia, anche se il suo ruolo di combattente antifascista gli fu riconosciuto.


ALLEGATI:

1) Verbale d’esumazione della salma di Otto Balekta
2) Lettera di Sorokin a Collinelli Rodolfo (Tom)
3) La compagnia Sorokin Capitolo tratto dal libro “I partigiani sovietici nella Resistenza Italiana” di Mauro Galleni Ed. Riuniti
4) Paolina e il partigiano Russo Capitolo tatto dal libro Poi venne la fiumana di P. Capacci
5) Documentazione fotografica.



Allegato 1


Allegato 2


Lettera di Sorokin a Collinelli Rodolfo (Tom).




 
Allegato 3

La compagnia di Sorokin
Tratto da “I partigiani sovietici nella Resistenza Italiana” di Mauro Galleni. Ed.Riuniti.

Il tenente dell'Esercito sovietico, Sergej Nikolaevic Sorokin, cui abbiamo fatto cenno, era stato fatto prigioniero dai soldati dell'ARMIR sul fronte orientale e tradotto in un campo di prigionia situato nei pressi di Verona. Qualche tempo dopo la fuga, che avvenne verso la fine d'agosto del 1943, assieme ad altri suoi connazionali (I. Denysov, Prestankov, O. Malysev, I. Cerkasov. N . Cernous, Danyl Sosedka, V . Kozin, N . Karakaev, V. Osaci], Zubrinskij, Anatolin), si collegò con l'organizzazione partigiana e politica di Lavezzola, in provincia di Ravenna. Nel mese di novembre i dodici sovietici raggiunsero le formazioni di montagna ed entrarono a far parte del gruppo « Libero ».
Nel mese di dicembre, con la costituzione ufficiale dell'8a brigata Garibaldi « Romagna », le formazioni partigiane dipendenti furono strutturate in battaglioni, compagnie e in piccoli reparti, disseminati nella zona collinare e in quella montagnosa della provincia di Forlì. Comandante di uno di questi reparti, costituito da ex prigionieri russi, cecoslovacchi e jugoslavi, fu nominato Sorokin con commissario l'italiano Giulio. Il reparto venne dislocato nella frazione di S. Paolo in Alpe. La zona d'azione comprendeva Santa Sofia, San Piero in Bagno, Galeata, Bibbiena ed altre località.
I mesi di novembre-dicembre furono contrassegnati da frequenti puntate contro i nazifascisti e le caserme dei carabinieri di Santa Sofia, Galeata, Cusercoli, Ricò, Meldola e altre zone. Ovunque i carabinieri si lasciavano disarmare senza opporre resistenza: qualcuno passava addirittura dalla parte dei partigiani.
I sovietici furono sempre presenti a queste azioni e si distinsero in modo particolare nell'ardita puntata contro la caserma dei carabinieri di San Piero, ove fecero cinquantotto prigionieri.
Il 23 febbraio 1944 reparti dell'8a brigata, dopo aver occupato Galeata, importante centro della valle del Bidente, attaccarono la caserma della milizia e dei carabinieri espugnandola. Mentre la popolazione si raccoglieva festosa attorno ai partigiani, un fascista, nascosto dietro la caserma, lanciò una bomba in mezzo alla popolazione, per provocare del panico. Sorokin, prima che la bomba esplodesse, cercò di allontanarla con un calcio, nell'intento di farla ritornare dalla parte dei fascisti. La bomba, colpita sul detonatore, scoppiò invece tra i piedi di Sorokin ferendolo gravemente. Trasportato in una località vicina fu operato dal medico Giorgio Casaglia e poi curato dal dottor Giordano Nanni, di Santa Sofia. Per questo atto di coraggio e per quelli precedenti, il commissario dell'8a brigata « Romagna », Antonio Carini (1), propose che fosse concessa a Sorokin una decorazione al valore (2).
Nelle ultime settimane di marzo, la lotta divenne furibonda in tutto il Forlivese. Sulle montagne, nelle colline e nella pianura, i partigiani erano passati all'offensiva seminando il terrore e la morte tra i nemici. I tedeschi e i fascisti, preoccupati delle azioni dei partigiani che avevano liberato numerosi paesi e reso impraticabili le principali arterie che congiungono la Romagna alla Toscana, fecero affluire nell'alta Romagna un forte contingente di armati, con l'intento di eliminare le formazioni partigiane.
Un aspro combattimento si svolse a monte Fragheto dove un centinaio di tedeschi rimasero uccisi (3) .
Ai primi di aprile i tedeschi ritornarono all'attacco, con l'impiego di due divisioni: la « Hermann Goring », fatta affluire dalla Toscana, e una di stanza in Romagna, appoggiate da numerose formazioni della « guardia repubblicana ». I partigiani si attestarono sul crinale che da Biserno si estende fino a San Paolo con il fermo proposito di contrastare l'attacco del nemico.
Il gruppo slavo-russo, comandato in quel periodo da Nikolaj Cernous, dopo aver valorosamente difeso per un giorno e una notte il paese di San Paolo, fu costretto ad abbandonare le posizioni.
Dopo aver tentato inutilmente di collegarsi con il comando dell'8a brigata, il gruppo raggiunse un monastero di montagna nel tentativo di sfuggire all'accerchiamento.
Il 10 aprile i tedeschi riuscirono a localizzare il gruppo che fu violentemente attaccato dalla parte del monastero. I sovietici opposero una fiera e tenace resistenza: i tedeschi furono costretti a ripiegare dopo aver lasciato sul terreno numerosi morti e feriti. I sovietici, rimasti senza munizioni, aiutati da un contadino del luogo, riuscirono ad eludere l'accerchiamento ed a raggiungere Pian di Grado.
(...) Dopo circa venti giorni di rastrellamenti le perdite furono tuttavia rilevanti da ambo le parti e, come abbiamo già ricordato, anche i sovietici ebbero le loro. Quelli che, dopo il rastrellamento, rinnovarono i contatti con l’8a brigata Garibaldi «Romagna», formarono una compagnia parzialmente autonoma comandata da Sorokin, che combatté valorosamente fino alla liberazione della Romagna.
Dopo l'arrivo delle truppe alleate, Sorokin e Malysev raggiunsero Roma ove, per un certo periodo di tempo, si occuparono del rimpatrio dei sovietici(4). Degli undici sovietici fuggiti da Verona assieme a Sorokin, tre: Ivan Cerkasov, Danyl Sosedka e Nikolaj Cernous, si unirono alle formazioni partigiane operanti nella provincia di Modena qualche tempo dopo il rastrellamento d’aprile. Cernous divenne vice comandante del « Battaglione russo », comandato da Vladimir Pereladov, alle dipendenze della divisione Garibaldi «Modena». Georgij Prestankok cadde a Conselice, in provincia di Ravenna, assieme a un connazionale di nome Ivan Serebrianskij. Qualche altro ritornò nell’URSS.


NOTE:
1 - Trucidato dai nazifascisti il 16 marzo 1944 alla Rocca delle Caminate
2 - I documenti relativi alla proposta di decorazione andarono perduti insieme ad altri della brigata (da una dichiarazione del Comitato provinciale dell’ANPI di Forlì).
3 - A. ZANELLI, La guerra di Liberazione e la Resistenza nel forlivese, cit. pp. 45-46.
4 - Testimonianza di Sergej Sorokin.




Allegato 4
Paolina e il partigiano russo
 
Tratto da “ Poi venne la fiumana” di Palmiro Capacci. Ed. Il Ponte Vecchio

Come si chiamasse non se lo ricordava più, ma non era importante, per lei era “il Russo (e Röss)”. Così lo chiamava, anche se lui aveva provato a spiegarle che non era propriamente russo, perché abitava più in basso, in un paese con grandi montagne, molto più alte di quelle di Seguno.
In effetti, come russo era anomalo, di aspetto non era come quelli che Paolina avrebbe visto anni dopo in televisione, non aveva la pelle chiara ma nemmeno troppo scura, aveva occhi e capelli neri; nonostante fosse un forestiero che veniva da un posto molto lontano, Paolina precisava che “era uno come noi”. Un po’ alla volta, col poco italiano che sapeva lo straniero, fra Paolina ed “il Russo” si era instaurato un dialogo, si era appreso che aveva una famiglia, dei genitori che sperava di rivedere, anche lui da civile lavorava la terra. I contadini di tutto il mondo entrano in sintonia: la terra e la fatica per lavorarla sono un linguaggio universale ed unificante. Una mania strana, assurda, inconcepibile per Paolina, però l’aveva: si raccomandava sempre di non dargli da mangiare carne di maiale, a causa della sua religione che lo vietava. Mah!? Una roba del genere non l’aveva mai sentita dire, perché mai una religione doveva avercela con il maiale, che è tanto buono. Ce ne fosse stato!
Tutto era iniziato un pomeriggio, mentre erano affaccendati nei pressi della propria abitazione sentirono degli spari, guardarono in alto sul fianco del monte, videro un uomo che fuggiva scendendo per la costa ed altri che lo inseguivano sparandogli contro. La scena ricordava quella di una muta di cani all’inseguimento di una lepre. Non ebbero dubbi su chi fossero gli inseguitori, perché pur essendo ancora lontani si riusciva già a distinguere bene che erano vestiti tutti di nero. Ad un certo punto l’uomo che fuggiva si piegò sul fianco fece una piroetta e rotolò a terra: era stato colpito, ma era ancora vivo, lo videro infatti trascinarsi verso il bosco che ormai distava pochi metri, andò a nascondersi sotto un mucchio di rami tagliati. Dall’alto gli inseguitori non poterono vedere dove l’uomo si era nascosto. I fascisti scesero fino al punto dove il fuggitivo era caduto, si fermarono, guardarono a terra, probabilmente per esaminare il sangue versato, spararono ancora qualche raffica a casaccio verso il bosco, ma non osarono entrarvi, dopo un po’ si allontanarono ritornando sui loro passi.
Paolina e Butrôn avevano assistito dal basso a tutta la scena, avevano visto dove il fuggiasco si era nascosto, attesero un po’ per vedere se dava segni di vita, ma questi non uscì dal suo nascondiglio. Dopo aver detto ai bambini di chiudersi in casa decisero di andare a vedere, si avvicinarono cautamente, facendo un largo giro per controllare che i fascisti se ne fossero effettivamente andati. Prima di andare a rimuovere il fogliame, supponendo che anche il fuggitivo fosse armato e non volendo rischiare di prendersi una fucilata, ripeterono diverse volte di non sparare precisando che erano contadini dei luoghi e non fascisti. Non ottenendo risposta, pensarono che ormai fosse morto … con molta apprensione spostarono i rami, lo trovarono, era ancora lì, vivo ma non cosciente. Decisero di portalo al Casetto, appena avesse fatto buio per non essere scorti da lontano.
Mandarono le bambine a letto, curarono il ferito alla meglio, decisero che il giorno dopo il nonno sarebbe andato al comando partigiano per avvertirli. Durante la notte il ferito riprese un po’ di coscienza pronunciò parole strane, incomprensibili, prima pensarono che vaneggiasse, ma poi capirono che doveva trattarsi di uno straniero, fra i partigiani ce n’erano. Butrôn non fece in tempo a partire alla ricerca dei partigiani giunsero prima loro al Casetto.
Era in atto un rastrellamento, il gruppo di partigiani, dopo uno scontro armato in cui avevano avuto la peggio stava ripiegando. Erano stanchi, affamati, videro il ferito e precisarono che era un russo fuggito dalla prigionia che si era unito ai partigiani, esaminarono la ferita e costatarono che una pallottola gli era entrata in una coscia poi uscita senza spezzargli l’osso. L’uomo aveva perso molto sangue, per questo era ancora in stato di semi incoscienza. I fascisti premevano, il distaccamento partigiano doveva allontanarsi al più presto. Per sfuggire all’inseguimento non potevano prendere con sé il ferito. Fu quindi chiesto alla famiglia contadina se poteva nasconderlo e curarlo nell'attesa di tornare a riprenderlo appena possibile. La richiesta fu fatta al nonno pur essendo già una persona anziana: anche in quelle circostanza drammatiche le forme andavano mantenute, l’uomo era il capofamiglia, ed era importante rivolgersi a lui; la buona educazione, il rispetto e le consuetudini lo esigevano.
Il rischio era alto: nascondere e curare un partigiano era una colpa che si pagava con la vita e in quel caso si metteva a rischio l’intera famiglia. Che fare? Da una parte il rischio, dall’altra era evidente che senza quell’aiuto il ferito sarebbe morto ed anche i suoi compagni sarebbero stati in pericolo, con un ferito appresso era difficile sfuggire all’inseguimento. Paolina, a cui in sostanza spettava la decisione, pensò ai figli, poi al marito disperso in guerra, pensò che fosse vivo e che magari si trovava nelle condizioni di quel ferito: acconsentì, immaginando che in un altro posto, nello stesso momento, qualcun altro faceva la stessa cosa per il padre dei suoi figli.
Naturalmente non si poteva sistemarlo in casa, l’avrebbero trovato subito. Si pensò di nasconderlo in un fosso denominato Rio Valnestro, che era abbastanza lontano dal Casetto; la vegetazione era folta, nessuno poteva vederlo se proprio non gli capitava addosso, ma da quelle parti non passava mai nessuno. Dei grossi rami furono sistemati di traverso al torrente, in modo che facessero da ponte, vi fu adagiato sopra il ferito avvolto nelle coperte, gli fu lasciata una pistola per spararsi qualora fosse stato scoperto. Non poteva cadere vivo nelle mani dei fascisti: sapeva bene quale sarebbe stato il suo destino.
Nei giorni successivi il nonno con l’aiuto di alcuni fidati vicini costruì attorno al ferito una capanna di frasche, per nasconderlo ulteriormente e per proteggerlo dalle intemperie, gli portò anche un grande ombrello perché minacciava di piovere. I partigiani avevano lasciato un po’ di medicinali e qualche indicazione su come curarlo, per le bende Paolina dovette poi sacrificare un lenzuolo “di quelli buoni” del corredo. Cominciò la corvè quotidiana per recarsi ad accudirlo e curarlo, adottando le opportune precauzioni. Le bambine ancora piccole sapevano già benissimo che non dovevano mai parlare con nessuno di queste cose, neanche i parenti e gli amici più fidati dovevano sapere niente: “Una parola in più può sempre scappare senza volerlo”.
Passò una pattuglia di fascisti, fece molte domande, ma si capì che non sospettava di nulla. Per recarsi al nascondiglio si partiva preferibilmente al levar del sole, non si percorreva mai la strada diretta, si prendeva “alla larga” cambiando spesso percorso. Raggiunto il ferito si sostituivano le bende, gli si lasciava da mangiare, si scambiava qualche parola, si incoraggiava dicendogli che di fascisti in zona non se ne vedevano e che i compagni sarebbero presto tornati a prenderlo, aggiungendo che il peggio era passato. In effetti, la febbre era calata, l’infezione non si era sviluppata, anche se la gamba aveva ancora un pessimo aspetto.
Il problema maggiore del ferito era la debolezza. La febbre e la perdita di sangue l’avevano prostrato, Paolina sapeva che quando si è deboli bisognava mangiare “ben condito” e possibilmente carne, ma di cibo ce n’era poco e quel poco non era molto nutriente, l’unica carne e condimento disponibili erano di maiale. Sorse un problema: perché il ferito si raccomandava di non dargli assolutamente carne di maiale? Paolina non capiva: “Ma come, in questa difficile situazione si mette a fare delle storie per la religione! Le religioni non dovrebbero complicare la vita già tanto difficile delle persone”. Paolina risolse il problema in modo pratico. Pensò che se non aveva mai assaggiato il maiale, non poteva sapere che sapore avesse e quindi riconoscerla, bastava dirgli che non era di maiale e il problema era risolto. Così fece.
Una notte scoppiò un gran temporale, il fosso s’ingrossò e si temette che la fiumana se lo fosse portato via. Appena fece chiaro si andò a vedere: il “ponte” aveva retto, la capanna meno, il ferito era fradicio, ma vivo.
Dopo parecchi giorni i partigiani tornarono a prenderlo. Paolina li affrontò con un “Era ora!”, ma non era un vero rimprovero. Sapeva che avevano fatto quanto era nelle loro possibilità, per nostra madre il metro per giudicare gli uomini era il seguente: li divideva fra quelli che fanno quanto è loro possibile per gli altri e quelli che non lo fanno. I partigiani quel giorno non avevano fretta; avevano portato della farina e s’infornò il pane, intanto che un medico, che i partigiani si erano portati appresso, curava il ferito. Poi il medico visitò tutta la famiglia, a cominciare dai bambini; fu lasciata la farina rimasta, che sarebbe risultata essere di grande utilità per superare i giorni che seguirono.
Il ferito se ne andò ringraziando di avergli salvato la vita, volle scriversi l’indirizzo, ma non si trovò dell’inchiostro, allora il russo si fece un piccolo foro e lo scrisse col proprio sangue. Questo impressionò non poco le bambine. Promise che se fosse riuscito a tornare a casa a guerra finita, avrebbe fatto il possibile per tornare a trovarli.
Del Russo non se ne seppe più niente. Una voce riferì che era morto pugnalato a guerra finita dalle parti di Trieste, ma non vi era certezza che si trattasse proprio di lui. Certo che a mia madre sarebbe piaciuto sapere se poi gliel’aveva fatta a tornare a casa, ripeteva spesso:“Chi sa! Se u glià fata? (Chissà se ce l’ha fatta?)”. A noi ragazzi piaceva immaginare che un giorno o l’altro sarebbe capitato uno sconosciuto in divisa militare che tornava a trovare nostra madre, ma non accadde.
Il medico dei partigiani risultò molto utile qualche tempo dopo, quando Giovanni, di pochi mesi, si ammalò: aveva coliche intestinali, un brutto colorito e stava deperendo a “vista d’occhio”. Portarlo dal medico del paese in quel momento era impossibile. Passò dal Casetto una pattuglia partigiana che vide il bambino ammalato, e la sera del giorno seguente si sentì bussare alla porta, era il loro medico: visitò il bimbo, lasciò delle medicine e Giovanni si riprese. Se raccontava questi eventi quando era presente Giovanni, Paolina gli precisava: “Ah! Se un gnéra che dutôr te tu sera mört (Ah! Se non c’era quel medico, saresti morto)”. (*)

(*) NOTA PERSONALE: Ho intrapreso questa ricerca anche per un interesse personale, quello di scoprire chi fosse il partigiano sovietico curato da mia madre Paolina Paolina, narrato nel racconto, non ho trovato alcun elemento atto ad identificarlo, ammesso che sia uno di quelli che si è rintracciato il nome.



DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA



















Bibliografia

- “Resistenza e poesia” a cura di Marilena Pedrotti Probo – 1984 – Ed. Il Ventaglio
- “ La guerra di Liberazione Nazionale e la Resistenza nel forlivese” di Adamo Zanelli – 1966 – Ed Galileo.
- “Quadeno d‘aprile” di V. Flamigni, G.L. Melandri e L. Rossi – 2013 – Ed. Tipografia dei Comuni.
- “Poi venne la fiumana” di Palmiro Capacci - 2010 – Ed. Il ponte vecchio.
- “I resistenti Galeatesi” di Diletta Basini – 2016 - Ed. Ist. Storico della Resistenza e della Età Contemporanea.
- “L’8a Brigata Garibaldi nella Resistenza” a cura di Dino Mengozzi - Ed. Ist. Storico della Resistenza
- “La Romagna e i generali inglesi “(autori vari) Ed. - 1982 Franco Angeli.
- "La stella Garibaldi" di Sergej Sorokn . Ed. Italiana a Cura di Nicola Fedel.
- “Resistenza in Romagna” di S. Flamigni e L. Marzocchi – 1969 - E. La Pietra.
- “Una Storia tante storie” di Ovidio Gardini ED. Maggioli
- "Partigiani e patrioti della provincia di Forlì e Rimini. 1943-1944" – di Palmiro Capacci (edito solo sul Web”ito)
- "Partigiani , popolazione e guerra sull’appennino. L8a Brigata Garibaldi" di R. Mira e S. Sallustri 2011
-" Ai partigiani stranieri un Emilia. Ai partigiani emiliani all'estero" di Guerrino Franzini. Ed. dalla regione Emilia Romagna e dal Comitato provinciale di Reggio Emilia per le celebrazioni del XXX della resistenza.


Documenti:

- Elenco (originale) componenti del battaglione Corbari compilato da Eleonoro Dal Monte – Membro della Brigata.
- Elenchi dei partigiani e patrioti delle formazioni della Resistenza delle province della nostra regione. Questi ultimi elenchi sono in file formato ECXEL e sono stati trascritti dalle schede presenti presso archivio ANPI (FC) a cura dell'Università di Bologna - Dipartimento discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche (Progetto diretto da Prof. Luca Casali).
- Schede partigiani e patrioti presenti presso archivio ANPI (FC)
- Elenco dei partigiani caduti nel corso della Resistenza nella Provincia di Forlì compilato a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Forlì-Cesena.
- Elenco dei componenti del battaglione Corbari redatto da Eleonoro Dal Monte (Archivi Famiglia Corbari)
- Lettera di S. Sorokin a R. Collinelli ( Archivio ANPI)
- Lettera di S. Sorokin a R. Collinelli ( Archivio ANPI)
- Verbale di esumazione salma di Otto Nalecta (Archivio ANPI)
- Dichiarazione del CLN - Comando di piazza di Forlì del 13/11/1944 in cui si attesta la collaborazione di 4 cittadini di "nazionalità russa" (Aechivio ISTORECO).
- Lettera del 21/3/1977di Mamini a Gigi (Lucchi) in cui nomina 4 partigiani polacchi, e afferma che di altri non conosce il nome. (Archivio ANPI)
- Lettera del 22/6/1980 di tre partigiani cecoslovacchi all'ANPI (Archivio ANPI).
- Nove elenchi di partigiani compilati dall' ANPI in vari periodo di tempo.(Archivio ANPI)




Sommario:

- Nostra patria è il mondo intero…………………………………………………………….pag. 1
- Partigiani stranieri in Italia e Italiani all’estero…………………………….… …………. pag. 2
- I soldati anglo-americani ……………………………………….………………  …….…..pag. 5
- Soldati della Wehrmacht (Austria, Germania) ………………………..….……..…….....pag. 5
- Gli slavi ……………………………...........………………………………………………....pag. 7
- I partigiani polacchi ………………………………………........................…………..…...pag. 8
- I partigiani cecoslovacchi …………………........………………………...………….…...pag. .9
- I partigiani jugoslavi ……………………........……………………...………………….....pag. 10
- I partigiani Sovietici …………………………………………………...............….……....pag. 12
- Stranieri contro ………………………………….....…………………………….………...pag. 15
- Allegato: Verbale d’esumazione della salma di Otto Balekta …………………....…...pag. 16
- Allegato: Lettera di Sorokin a Collinelli Rodolfo (Tom) …………………..……… .…..pag. 17
- Allegato: La compagnia Sorokin …………………………………..…..………………...pag. 18
- Paolina e il partigiano russo ……………………………....…………………..…..……. pag. 19
- Documentazione fotografica ……………………………………..............…………….. pag. 21